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Le Amministrative dei Maradona: la politica dei cognomi vince ancora

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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Esposito è il decimo cognome più diffuso in Italia con oltre 23mila famiglie, 15mila in Campania, di cui l’80% nella sola area metropolitana di Napoli. Eppure, la politica, in queste settimane impegnata a comporre le liste per le Amministrative di inizio ottobre, non sa che farsene dei signori Esposito, Rossi o Bianchi, è alla ricerca di cognomi particolari che facciano scalpore, che richiamino l’interesse di ambienti particolarmente sensibili a figure che evocano momenti di delirio collettivo, di personaggi amati dello sport, dello spettacolo, anche se non in linea diretta, basta un rapporto di parentela.

Ed ecco che a Napoli sono cominciati a spuntare i primi fiori all’occhiello dei vari schieramenti, uno su tutti Maradona, il fratello Hugo e il figlio Diego junior. L’uno addirittura capolista in una civica del centrodestra del candidato Sindaco Maresca, l’altro quasi con certezza in quota centrosinistra. Un cognome, Maradona, che potenzialmente potrebbe portare una valanga di voti e che comunque contribuirà a dare una mano alla Lega di casa nostra e al partito dell’ex Cavaliere – che tanto può dare ancora al Paese, secondo il magistrato aspirante Primo Cittadino. C’è solo da verificare se sarà il fratello o il figlio del grande calciatore ad avere la meglio.

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Una sfida tutta in famiglia, dunque, un derby utile a portare acqua ai mulini dei due schieramenti e non certo una novità. Da sempre, infatti, i partiti arruolano personaggi noti al grande pubblico, ma il cognome del Pibe de Oro è scolpito nella storia calcistica della città, anche se ora tristemente al centro delle cronache per la spartizione dei suoi beni. E se non servì, nel 1993, il cognome del duce a far eleggere Sindaco la nipote Alessandra, nonostante la sua campagna elettorale fatta di continue provocazioni non proprio in stile anglosassone all’avversario Bassolì (Bassolino), così come non hanno avuto miglior fortuna esponenti dello spettacolo – a eccezione del popolare cantante Aurelio Fierro che negli anni Settanta fu eletto consigliere comunale adoperandosi in modo fattivo per la valorizzazione del patrimonio musicale di Napoli – i cognomi comunque aiutano e talvolta sono determinanti non solo per il consenso elettorale, ma anche per un pass in politica, nella pubblica amministrazione, nelle banche, nelle grandi aziende, nelle università, in tv come nei giornali. Per restare in terra campana, le dynasty più note sono certamente quelle dei De Luca e dei Cesaro, poi i pacchetti di voti ereditati dai figli di ex deputati, consiglieri regionali e comunali. Una tradizione consolidata non solo al Sud e miseramente trasversale a tutte le forze politiche.

A livello nazionale, particolarmente ricca dei figli di è l’azienda RAI dove, da anni, si succedono gli stessi cognomi: da Paola Bernabei, figlia di Ettore, ex direttore generale della tv di Stato e proprietario della società di produzione Lux, a Giovanna Botteri, figlia di Guido, ex direttore della sede RAI di Trieste. E ancora: Manuela De Luca, figlia di Willy, ex direttore generale RAI, Giampiero Di Schiena, figlio di Luca, ex direttore del TG3, Bianca Berlinguer, figlia dello storico Segretario del PCI, Giancarlo Leone, a.d. di RAI Cinema e responsabile della Divisione Uno, figlio dell’ex Presidente della Repubblica, Antonio De Martino, figlio dell’ex Ministro socialista Francesco e poi rampolli di casa Mancini, Rauti, Ruffini, Letta. Solo una minima parte di un lungo elenco che tempo fa, nella fase rivoluzionaria dei pentastellati, Beppe Grillo riportò anche sul suo blog.

Un nepotismo sfacciato e arrogante che mortifica ancora oggi una generazione che stenta a collocarsi nel mondo del lavoro, dove per la maggior parte a nulla servono lauree a pieni voti e master se non supportati da corsie preferenziali a opera di una classe politica e imprenditoriale che troppo spesso teorizza sulla meritocrazia sempre più soffocata a favore di un clientelismo vergognoso. Una generazione tenuta al guinzaglio, costretta sovente ad accettare improponibili contratti ignorati anche da chi dovrebbe tutelare il rispetto della legge.

Senza il supporto di cognomi eccellenti, senza alcun rapporto di parentela, senza essere figli di, i nostri giovani sono spesso costretti a mettere in un cassetto i loro titoli di studio, a fare i bagagli ed emigrare dove ancora possibile, sperando in un’occupazione nel terziario. Ciononostante, l’informazione si fa complice nel diffondere falsità su piccoli e medi imprenditori in cerca disperata di ragazzi che rifiuterebbero proposte perché beneficiari del reddito di cittadinanza. Ritengo renda bene l’idea di questa ipocrisia quanto accaduto di recente a persona amica più che qualificata: un albergo del salernitano, cui aveva dato disponibilità per impiego alla reception con conoscenza di due lingue, ha offerto un compenso di 700 euro per dodici ore al giorno, sette giorni su sette, senza vitto né alloggio. Soltanto uno tra i tanti esempi di lavoratori sottopagati grazie anche all’assenza di controlli da parte degli organi preposti.

Uno Stato latitante, il nostro, responsabile del massacro di una generazione cui ha negato il presente e il futuro. Una generazione senza cognomi eccellenti, pass o corsie preferenziali, destinata a sottostare ai ricatti di un sistema criminale e corrotto che occorre smantellare per ripristinare legalità e giustizia, ridando fiducia e strumenti adeguati che favoriscano occupazione e lavoro.

Prec.

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