Raimo - La vita che verrà
Interviste

“La vita che verrà”, Christian Raimo tra narrativa e ideali

Alcuni dei racconti contenuti ne La vita che verrà l’antologia di Christian Raimo pubblicata per minimum fax – hanno più di vent’anni, eppure sono straordinariamente attuali. Questo perché Raimo è sempre riuscito ad anticipare il dibattito, a puntare il fuoco delle sue riflessioni su temi che, all’epoca, stavano appena affacciandosi sulla scena pubblica e mediatica, ma che lui aveva già intercettato grazie a una sensibilità d’artista fuori dal comune.

Quanto appena descritto ha fatto di Raimo uno degli scrittori più importanti del panorama italiano. Se si aggiungono, poi, la straordinaria naturalezza con cui si muove tra generi letterari diversi, la credibilità del discorso diretto in cui si impegnano i suoi personaggi tra cornici di grande impatto visivo, insomma, una tecnica affinata dalle grandi lezioni apprese da quella letteratura americana tradotta per tanti anni, si capisce perché minimum fax abbia pensato di omaggiare la sua narrativa con la pubblicazione di un best of.

A completarne il ritratto vi è l’impegno politico in cui si adopera, ormai, da anni – sia in qualità di Assessore alla Cultura del III Municipio di Roma che di giornalista – e la veste di polemista che indossa su Facebook, mosso da ideali come l’agire collettivo che, come lui stesso confessa in questa lunga intervista, sembrano ormai evaporati.

Christian, comincio con una battuta: solitamente quando si pubblica il greatest hits – in narrativa un’antologia – vuol dire che, ormai, ci si è affermati come artisti di prim’ordine. Ti senti una voce che è punto di riferimento della letteratura contemporanea italiana?

«In genere, quando si arriva a pubblicare un’antologia si è morti (ride). Queste storie hanno un arco temporale molto lungo e raccontano un’importante fase di apprendistato rispetto alla letteratura che spero non sia conclusa, perché c’è sempre da imparare. Raccontano, però, anche una stagione letteraria diversa rispetto a quella degli ultimi dieci anni, in cui il peso della sperimentazione è stato maggiore delle espressioni del discorso pubblico. Oggi, si esordisce in modi diversi anche quando si è giovani. Per me, invece, pubblicare i primi racconti poco dopo i vent’anni e una raccolta a ventisei significava provare a far sentire la mia voce in uno spazio pubblico, oggi si può fare per vie alternative».

A proposito di questo, alcuni temi di cui scrivevi vent’anni fa, poi, sono esplosi nella realtà. Come li vedi oggi, guardando indietro?

«La cosa mi interessava già allora, per dei racconti scritti in presa diretta, come ad esempio Tutte queste domande, che ho composto nell’estate dopo Genova 2001 per Linus ed è stato inserito nella raccolta Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?. Già lì mi interessava avere uno sguardo obliquo sul presente che era quasi invadente. La letteratura riesce ad avvicinare le cose lontane e a distanziare quelle troppo vicine, questo perché cerca uno sguardo più preciso, un modo spesso morale per condividere emozioni, sentimenti, pensieri con persone che non conosciamo. Oggi, questa acutezza, questa ricerca del fuoco è completamente saltata in un contesto dove tutto ciò di cui si parla è un turbinio continuo. Anche per ciò che riguarda la dimensione mediatica, i tempi della messa a fuoco sono completamente saltati. Però, questa capacità di attenzione della letteratura è un tesoro che sento di dover curare».

Te l’avrei chiesto più tardi, ma lo hai anticipato. Tra i vari racconti dell’antologia La vita che verrà si parla anche di Genova, del G8, di cui ricorre il ventennale. Che ricordo hai di quel giorno e quanto pensi abbia inciso nella politica e nell’Italia che è ancora oggi?

«Ha inciso tantissimo ed è interessante che, oggi, vent’anni dopo, cominci a raccontare quella storia chi allora non aveva voce pubblica. Ho trovato molto interessante il podcast di Annalisa Camilli che ne traccia gli effetti su una generazione molto giovane. Io stesso avevo venticinque anni, non avevo dimestichezza con una militanza così esposta; quella vicenda era stata raccontata come uno scontro, una guerra. Mi interessa molto questo tipo di prospettiva, faccio parte di una generazione a cui era stato detto che la storia era finita e quell’affermazione mi era sembrata sempre molto violenta perché conteneva in sé una grande manipolazione: la storia – chiaramente – non stava finendo, ma sembrava dovesse essere precluso, a quanti adesso entravano a farne parte, di raccontarla con la propria voce. Questo era il raggiro messo in atto da chi aveva vissuto i grandi eventi del Novecento e voleva convincerci che non ci fosse altro da raccontare. E ha pesato molto. Come se dalla caduta del Muro di Berlino, da Falcone, Borsellino, Tangentopoli, si fosse adoperato un silenziamento di chi provava a raccontare ciò che stava accadendo in un modo diverso. È stata una grandissima lotta di classe e l’ha vinta l’1% della popolazione, chi aveva il potere. L’ha vinta lo sfruttatore e non chi era sfruttato. Se guardo alla narrativa italiana, dal Novecento a oggi, noto uno sguardo rivolto sempre più a una condizione privata anziché comunitaria, e questo penso che sia stato l’indice di una generazione che ha patito la sconfitta, da Genova in poi, dei processi collettivi».

Se guardo ai tuoi personaggi in La vita che verrà noto dei risvolti mediocri: tradiscono, soffrono delle dipendenze, hanno rapporti complessi con l’amore. Tu sei un fine osservatore della realtà, pensi dunque sia quest’ultima a essere mediocre? Qual è la morale di queste storie?

«In questa fase di crisi delle grandi narrazioni collettive, quei personaggi rispondono a una doppia morale. Da una parte, una morale della sopravvivenza, dall’altra una morale della speranza. Sono costretti, agganciati al proprio corpo che, in qualche caso, è stato l’unico terreno d’identità per la mia generazione. Tolte le ideologie, sfumata la sicurezza dei rapporti affettivi e lavorativi, restava soltanto il possesso del proprio corpo, dei propri desideri, e questi avevano una doppia tensione: sopravvivere – e far sopravvivere i sensi –, ed essere come costretti a poter pensare di ricostruire delle speranze comuni. Descrivo, quindi, questi personaggi che non so se siano mediocri; sono, certo, personaggi che cercano di sopravvivere attraverso delle bugie, dei sotterfugi, ma si ritrovano anche colpiti da speranze più grandi di loro. E questo lo vedo in linea con una specie di visione teologica che penso sia mia: spesso i nostri destini sono migliori di quelli che ci apparecchiamo, per fortuna! Credo che esista un Dio che ci voglia più bene di quanto noi ce ne vogliamo».

Infatti, c’è sempre un finale di speranza nei tuoi racconti. Ma ciò vale solo per la letteratura o pensi valga anche per la società?

«Io credo nell’escatologia, nonostante nulla faccia pensare a delle sorti migliori e progressiste: dai cambiamenti climatici a una lotta di classe sempre più feroce. Penso ci sia un principio di speranza, per dirlo alla Ernst Bloch, che offre la possibilità sia alla politica di poter cambiare le cose, ma soprattutto – e da narratore mi interessa ancora di più – di immaginarle, una capacità che Dio ha concesso agli uomini di fare letteratura, che è come avere la possibilità di fare delle promesse e creare dei mondi futuri. Siamo molto simili a delle divinità quando riusciamo a immaginare mondi nuovi».

Abbiamo parlato di dualismo. Io riscontro una tua grande capacità di giocare con i diversi generi letterari in controtendenza col fatto che scegli molti personaggi di sesso maschile. Come mai?

«In realtà, nella mia prima raccolta di racconti (Latte – minimum fax, 2011) do voce a molti personaggi femminili, anche in prima persona. Nella seconda e nella terza ci sono, invece, spesso degli uomini imbelli. Non essendo uno scrittore che aveva viaggiato molto, avevo un’esperienza limitata di culture, di mondi. Però, potevo e volevo almeno provare a entrare nella psiche di persone diverse da me: e, allora, le donne, appunto, e le persone con età diverse dalla mia. Poi, nel tempo, ho capito che mi interessava raccontare la crisi evidente dei maschi, di queste voci sicure di sé che sapevano ordinare il mondo secondo un proprio modello. Una delle cose che sicuramente ho vissuto è la crisi del patriarcato, motivo per cui mi coinvolgeva l’idea di dar vita a personaggi mediocri, bugiardi, dimostrando come la crisi della narrativa venisse anche dalla crisi di queste voci maschili. Ne Il gioco sbagliato, Calvino contro Pasolini, Bidifa e Come sono diventato uno scrittore – tutti contenuti in La vita che verrà – il percorso è sempre lo stesso, c’è un narratore maschio inizialmente molto autorevole (uno scrittore, uno studioso, un professore, un editore) che, man mano, perde questa autorevolezza e l’affidabilità».

A proposito di Calvino contro Pasolini: lo hai citato tu, è forse il tuo racconto più celebre. Da dove nasce?

«Nasce dal desiderio di dire delle cose sulla letteratura italiana, sull’impegno e l’intellettualità attraverso la narrazione. Questa è una sfida letteraria, per me, interessantissima. In fondo, spesso ci confrontiamo con la teoria della letteratura provando a rispondere alle domande che ci pone da intellettuali, mentre il modo più divertente è giocarci cercando un giro di vite e, come dice Henry James, se un giro di vite non basta, allora faremo due giri di vite. L’idea insomma è di poter giocare con la teoria della letteratura facendo letteratura. Il nume tutelare di questo processo è, per me, Roberto Bolaño, che in un momento di grande secca della mia ispirazione mi si è mostrato come un orizzonte che sembrava potesse mettere insieme il divertimento del post-moderno con l’incanto di un mondo fatto di grande tensione sentimentale e immaginifica».

La tua è, dunque, una scrittura che ha imparato una grande lezione e si è, poi, messa in proprio, sviluppando una voce credibile. Quanto è stato importante il lavoro di lettura, traduzione, editing e ricerca sui libri?

«Io ho la fortuna di avere, rispetto a quello che faccio, una grande capacità mimetica. Penso che la mimesi sia uno dei modi in cui impariamo, è un processo di apprendimento centrale in qualunque disciplina. Quindi, la traduzione, l’editoria, la lettura bulimica, innescano questa capacità. Spesso gli attori dicono che hanno cominciato facendo le imitazioni dei genitori, degli zii, a cinque anni, e io probabilmente, inconsapevolmente o consapevolmente, imitavo. Tradurre un libro o ascoltare le voci di scrittori coetanei con cui sono cresciuto mi è servito a imparare attraverso la mimesi. Poi da lì, da quella vicinanza, anche osmotica, si sviluppa una voce propria, originale, una propria disciplina, che è l’elaborazione di ciò che si è imparato».

Dai tuoi racconti – lo ricordiamo, raccolti nell’antologia La vita che verrà –, ma anche nella tua attività di blogger, di editorialista, si evince la crisi dei valori della società, della politica. Quanto ciò incide sulla realtà in cui viviamo e, perché no, sulla letteratura?

«Questa è una domanda veramente difficile, a cui non so rispondere. So che ho vissuto in un’epoca in cui le agenzie formative – le scuole, le parrocchie, i partiti, i sindacati, l’università – erano molto solide. Oggi questa solidità è evaporata. Da un certo punto di vista è come se fossi un sopravvissuto; ho visto che quel mondo lì portava più felicità e adesso mi sento un vecchio a dover difendere un modello in cui tutto ciò che crea conoscenza e coscienza collettiva è messo in crisi, non soltanto dal punto di vista dei fondi a disposizione, della struttura, ma anche dei valori che diamo ai presidi di formazione del sapere. Questa è anche la ragione per cui, talvolta, ho messo in pausa il mio lavoro di scrittore, di artista, e mi sono dedicato con più energia a fare l’insegnante, il politico, perché mi sembrava di aver ricevuto molto da un contesto che era in crisi e che sentivo come una mia responsabilità dover difendere».

A proposito di questo, pensi mai a fare politica a un livello, diciamo, avanzato, in Parlamento?

«Vorrei continuare a svolgere entrambe le mie attività e, non avendo alcun desiderio di arrivismo, vorrei continuare a svolgerle bene: fare politica, educazione e dedicarmi alla letteratura. Non ho fretta. Sicuramente ci sono dei modelli che reputo importanti per fare una cosa e, separatamente, l’altra. Non mi piacciono gli intellettuali impegnati e i politici che si fingono colti. Penso che ci sia un sapere politico che è molto importante e va riconosciuto. Io sono un politico ancora dilettante, per certi versi, e penso di dover diventare più bravo, così come devo diventare uno scrittore migliore. Credo che mischiare i due ruoli diminuisca la forza e il senso di entrambi».

Credo che il comune denominatore sia la tua urgenza di dire/fare delle cose. Nei libri, quanto nel tuo lavoro di giornalista o politico. Non so se sei d’accordo…

«Sicuramente sento che c’è nel fondo del mondo una grande ingiustizia e grazie al cielo ho la sensibilità per accorgermene. Al contempo, mi arrabbio, mi sconcerto per quella che chiamerei una diffusa confusione, una crisi epistemica, e avverto un gran bisogno di verità, di metodi, di ricerca. Diciamo che da lettore e scrittore cerco di trovare quelle voci che mi raccontino la verità e da politico cerco quelle battaglie che perseguono la giustizia».

Sei molto critico verso la realtà esterna, eppure nei tuoi racconti c’è tanta intimità. Come te lo spieghi?

«Sono due mestieri diversi, fare il politico o addirittura il battagliero militante pubblico è un’attività per cui ogni ora, ogni giorno, l’agenda è data da qualcun altro e ci sono, appunto, urgenze che non posso decidere in prima persona. Chiaramente, se si aderisce così tanto alla realtà si perdono di vista quelle che sono le passioni, i desideri degli uomini, quindi la letteratura ci serve anche un po’ a questo, a ricordarci che siamo fatti non solo di urgenze ma anche di ironie, di passioni contraddittorie, di illusioni e speranze che ci tengono in vita e passiamo di generazione in generazione. Il tempo della politica è un tempo del presente, quello della letteratura è il tempo dell’eternità».

Collabori anche con le riviste letterarie, svolgi il lavoro dell’editor. Hai la sensazione di tanti che la letteratura moderna sia in crisi? E se sì, cosa manca affinché ci si dedichi più attenzione e ricerca?

«La letteratura, per fortuna, è sempre in crisi. Io non ho uno sguardo scettico, anzi, vedo tante case editrici che nascono, tante riviste che provano a fare cose che non si sono mai fatte. Ho una grande fiducia nella capacità della letteratura, del teatro, del fumetto di rinnovarsi continuamente. Quello che vedo, invece, è una crisi della politica e, nel peggiore dei casi, la letteratura per chi non si sente di avere un posto nel mondo può diventare solo un rifugio e non un campo di battaglia e d’invenzione».

“La vita che verrà”, Christian Raimo tra narrativa e ideali
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top