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La tratta di esseri umani nascosta nel dark web

Quando si parla di tratta di esseri umani, cosa ci viene in mente? Forse oceani, polvere, sabbia, mani legate. Cose accadute secoli fa, nell’ombra di grandi scafi di legno. Cose violente e oscure, che hanno a che fare con le frustate, il sangue e le catene. Ma questo è solo il volto più antico di un fenomeno immortale, oggi più forte che mai. La tratta ha cambiato aspetto, non riguarda più i campi di cotone e le case coloniali, ma il dark web e la green revolution. È sottile e digitale, ancora più difficile da tracciare.

Pochi giorni fa, il 30 luglio, c’è stata la Giornata mondiale contro la tratta di persone, un appuntamento istituito dall’ONU per gettare luce sul traffico di esseri umani. Secondo i dati presentati, il fenomeno è in costante aumento: le vittime sarebbero circa 25 milioni, un terzo dei quali bambini. Alcuni enti, come l’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), si spingono a una stima di 40-45 milioni.

Con delle entrate di 150 miliardi di dollari annuali – calcolate dall’OIL – la tratta si piazza in cima alla classifica dei traffici illegali, contando tra le sue vittime il 65% di donne, il 20% di uomini, il 19% di bambine e il 15% di bambini. La maggior parte delle vittime proviene da Africa, Asia e America, spesso sfruttata già nei Paesi limitrofi. Ma la tratta passa anche per casa nostra: secondo il rapporto Piccoli schiavi invisibili di Save the Children, in Italia nel 2021 sono state schiavizzate 1911 persone, di cui il 75.5% è di sesso femminile e il 3.3% sono bambini. Che fine hanno fatto? Il 48.9% delle vittime assistite è stato destinato allo sfruttamento sessuale, mentre il 18.8% a quello lavorativo – servitù domestica, accattonaggio, caporalato agricolo.

La pandemia, rendendo più vulnerabili le fasce deboli, ha intensificato le forme di schiavitù preesistenti, ma ne ha anche inaugurate di nuove. L’isolamento e l’impossibilità di reclutare facilmente le vittime hanno portato i trafficanti a scoprire una nuova strada, quella del cyberspazio. In questo luogo virtuale infatti è ancora più semplice reperire e adescare giovani donne in difficoltà, utilizzando le chat e i social. Non solo il reclutamento è diventato più massiccio, ma anche il controllo delle vittime è diventato tentacolare. Ad esempio, nel caso della prostituzione, i trafficanti possono facilmente offrire i servizi delle loro vittime ai clienti, e controllarne le interazioni. Tutto avviene nel buio delle case e nel dark web: le conversazioni sono criptate e non tracciabili, e i pagamenti – fatti con valute elettroniche – sono anonimi e non identificabili.

Si chiama cybertratta e prolifera sotto il nostro naso. Pedinare un membro di un’organizzazione tentacolare non ha più senso quando si possono gestire prostitute, schiavi e acquirenti dal proprio computer. Gran parte delle stime riportate è approssimativa, è impossibile avere un’idea chiara del fenomeno. Sempre più occulta, la tratta si avvale anche del rifiuto di moltissime vittime di denunciare: il terrore delle ritorsioni verso di sé o la propria famiglia è troppo forte. Il Comitato delle Nazioni Unite si sta mobilitando – utilizzando proprio la rete – per entrare in contatto con le vittime e sensibilizzare il maggior numero di persone su questa realtà. Inoltre, il Comitato sta cercando di convincere le società che gestiscono i social media e le app di messaggistica a utilizzare i loro dati per identificare i trafficanti e le parti coinvolte.

Il controllo però non basta: finché ci saranno soggetti fragili, ci sarà la tratta. Nel caso della prostituzione femminile, è necessario rimuovere le cause profonde che spingono le donne ad averne bisogno – le ingiustizie socioeconomiche, le politiche migratorie e di asilo sessiste, il gender gap, le discriminazioni di genere. Sono problemi sistemici, e a essi si aggiungono le nuove situazioni di conflitto e di emergenza sanitaria. La pandemia ha peggiorato la situazione delle fasce deboli, tutte. Le categorie del traffico di esseri umani si sono moltiplicate come metastasi: lavoro forzato, traffico di bambini – venduti o costretti al matrimonio – traffico di migranti, sfruttamento del lavoro, sfruttamento di bambini per l’accattonaggio, traffico di organi e di feti.

Ogni emergenza umanitaria è un’opportunità per chi si approfitta della disperazione. I conflitti bellici vengono sfruttati per piazzare bambini soldato, utili come kamikaze, scudi umani o schiavi sessuali delle truppe. Ma non solo: la guerra è utile anche al reclutamento. La crisi ucraina ha già attirato trafficanti che, come avvoltoi, sono planati sui relitti di un Paese dilaniato. È stato il Guardian a riportare la notizia dei primi arresti avvenuti a Kiev: per mesi le donne e i bambini ucraini sono stati adescati grazie alla promessa di una via di fuga, un lavoro legale e un posto sicuro.

Una nuova forma di schiavitù è nata anche dalla green revolution delle macchine elettriche e dalle batterie dei nostri smartphone: circa 40mila bambini si infilano nei cunicoli delle miniere di cobalto, nel cuore dell’ex Katanga, Repubblica Democratica del Congo. Li scavano a mani nude e portano in superficie quei piccoli frammenti blu, così indispensabili per Apple, Tesla e Microsoft. Guadagnano tra i 2 e i 3 dollari e lavorano per dodici ore al giorno, piccoli schiavi al servizio del progresso tecnologico. Secondo il rapporto Child Labour: Global estimates 2020, trends and the road forward, un bambino su dieci nel mondo viene sfruttato con fini lavorativi, e l’industria hi-tech ne impiega milioni.

Ci aspettavamo che la tecnologia e il progresso ci avrebbero salvati. Che avrebbero reso la nostra società utopica, pacifica, cullata nel benessere. Invece il futuro è arrivato, e fa paura. Gli strumenti digitali sono costruiti grazie a piccole mani che scavano nella terra e vengono usati per vendere donne e bambini ai migliori acquirenti. Le diseguaglianze sono più profonde, le armi più potenti, la gente più disperata. La tratta è solo il pus che esce da una ferita infetta, si crea ovunque ci sia dolore e sangue.

Ho cercato, in questo articolo, di dare un’idea più veritiera possibile della tratta. Ma dopo questa carrellata di numeri, mi sento spaesata. Se il modo migliore di arginare il traffico di esseri umani è quello di incidere sulle cause di fragilità, come possiamo arginarle tutte?

Non possiamo. Non in questo sistema economico, dove il progresso e il profitto si nutrono delle vite umane. Non in questo sistema politico, che avalla la compravendita di armi e l’accentramento del potere. Non possiamo fare proprio nulla, finché accettiamo la realtà così com’è. Se scegliamo i nostri graziosi posti fissi, le vacanze al mare e gli spritz con gli amici, allora abbiamo scelto la tranquillità e il benessere. Queste due cose – capiamolo bene – oggi significano complicità. Perché il marcio è endemico, e non è possibile epurarlo con una donazione a qualche ente di beneficienza.

Ogni anno, ogni minuto sorgeranno nuove diseguaglianze, perché il nostro sistema ne trae potere. Solo rinunciare allo status quo può porre una fine alla tratta. Altrimenti, non avremo nulla di diverso dai coloni: semplicemente, i nostri schiavi sono più distanti.

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