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La Spagna rende l’eutanasia legale, in Italia tutto tace

Giusy Santella di Giusy Santella
23 Marzo 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Pochi giorni fa, il Parlamento spagnolo ha sancito la legalità dell’eutanasia, con 202 voti favorevoli, 141 contrari (di Vox, del Partito Popolare e de L’Unión del Pueblo Navarro) e 2 astenuti, rendendo così la Spagna uno dei pochissimi Paesi al mondo a legalizzare il fine vita. La legge era stata proposta dal Partito Socialista di Pedro Sánchez ed è stata largamente approvata per sancire l’importanza non solo del diritto a una vita degna, ma anche a morire dignitosamente.

Il diritto all’eutanasia attiva – la somministrazione di farmaci che inducono la morte – potrà essere esercitato esclusivamente in un contesto di sofferenza tale da essere percepito come inaccettabile e che non possa essere mitigato in alcun modo. Le persone affette da malattie gravi e incurabili potranno dunque richiedere l’avvio di tale procedimento, presentando i referti medici necessari a dimostrare il proprio stato di salute e confermando per ben cinque volte il proprio consenso innanzi a una commissione. Allo stesso modo, sarà possibile il suicidio assistito, che si differenza per il fatto che è lo stesso paziente a somministrarsi in autonomia una sostanza per causare la sua morte.

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In undici delle diciassette comunità autonome della Spagna era già permessa l’eutanasia passiva – l’interruzione di cure o lo spegnimento di macchinari che tengono in vita la persona – ma si è trattato in ogni caso di un passo in avanti epocale, soprattutto se si considera che sono ancora pochissimi i Paesi in cui il fine vita è legale (Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Canada, Nuova Zelanda e alcune zone degli Stati Uniti).

In Italia, l’unica legge sul tema riguarda le dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari e il consenso informato, mentre l’articolo 580 del Codice Penale sancisce la punibilità di chi agevoli in qualsiasi modo il proposito di suicidio altrui. Sul tema è intervenuta nel 2019 la Corte Costituzionale stabilendo l’illegittimità costituzionale della disposizione nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputi intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano verificate da una struttura del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Il legislatore sarebbe quindi dovuto intervenire, ma da allora nulla è cambiato, con il dibattito politico (e non) che si ferma sempre in superficie, senza sfiorare neppure lontanamente l’importanza del tema dell’autodeterminazione.

Da parte dell’opinione pubblica si ricorre spesso a quella che lo scrittore Gianrico Carofiglio definisce brillantemente fallacia del terreno sdrucciolevole o del piano inclinato: si sposta la discussione, spesso in modo subdolo, da una determinata tesi alle sue conseguenze estreme e soprattutto meramente ipotetiche. Si afferma, quindi, che tale istituto giuridico sia da respingere perché dalla possibilità di sospendere cure, idratazione e nutrizione artificiale si passerebbe facilmente all’ammissione dell’eutanasia per malati gravi e poi all’ammissione dell’eutanasia per chiunque la chieda, fino ad arrivare alle pratiche di eugenetica.

Si sposta il fulcro del discorso altrove, dunque, senza affrontare mai un tema così fondamentale che non può essere rimandato oltre. Quanto avvenuto in Spagna potrebbe essere un monito alle coscienze italiane. Abbiamo così ascoltato il punto di vista di Mina Welby, copresidente dell’Associazione Luca Cascioni, che da anni si occupa del tema: «Per me è stato un grande piacere sentire questa notizia, e soprattutto sapere che tutto – la discussione e la votazione – è stato fatto in sei mesi, durante la pandemia, mentre in Italia la situazione è ferma già da tre anni. Abbiamo depositato la nostra proposta di legge di iniziativa popolare il 13 dicembre del 2013. Si tratta di un cammino lento e faticoso. Intanto, abbiamo ottenuto la legge 219 del 2017 sulle disposizioni anticipate di trattamento e il consenso informato, che può essere un buon inizio per ottenere poi anche il resto.

Nel nostro Paese, si va avanti con il piede pesante perché credo si voglia essere molto responsabili di fronte ai cittadini, però si dimentica che quando andrà in porto la legge molte cose non verranno fatte, soprattutto perché le persone non sono informate. Servirebbe un accompagnamento formativo di tutta la cittadinanza, in primis dei medici e di tutto coloro che hanno in cura le persone. Questa è sicuramente la cosa più importante. Spero che la promozione della legge in Spagna sia una spinta per l’Italia. Siamo arrivati adesso in Commissioni congiunte Affari Sociali e Giustizia a un testo unico, ma dev’essere ancora portato alla Camera e poi discusso e votato in Senato.

La nostra Corte Costituzionale aveva già dato disposizioni al Parlamento di dover fare questa legge, indicandone i punti importanti: malattia non guaribile, dolori e sofferenze insopportabili per la persona, sia fisiche che psicologiche, trattamenti sanitari in atto per mantenere in vita, la capacità di intendere e di volere e dire in coscienza “Adesso basta”. Io spero davvero che si faccia qualcosa e che si sbrighino. Abbiamo al momento una buona legge sulle cure palliative, purtroppo applicata solo al 30% dei morenti e questa è una cosa molto grave, dato che in Italia la norma esiste già da undici anni. Io non voglio parlare di morte, ma del morire. Quando nasciamo cominciamo già a morire, perché il nostro cammino è quello. Come i fiori, gli alberi, l’erba: tutto quello che nasce è destinato a morire, a terminare. Ciò che resta è poi ciò che abbiamo pensato, fatto, sentito. Questa è la mia interpretazione laica del vivere e del morire, ma credo che morire debba essere il meno doloroso possibile.

Nel 2000, ventuno anni fa, il professor Umberto Veronesi aveva in mente di creare l’ospedale senza dolore e noi siamo stati troppo tempo senza pensare a questo, credendo che quando si assumono medicinali per eliminare il dolore, essi limitino la vita. Ma non è così, è solo il dolore a limitarla, è la sofferenza che fa venir meno la voglia di vivere. Questa non è vita. I trattamenti sanitari contro il dolore, l’ansia, le paure, hanno ragione di essere accettati prima di tutto dai medici, per somministrarli ai loro pazienti e aiutare la famiglia a non soffrire. Perché questo è vivere dignitosamente, non prolungare le sofferenze».

Riguardo alla mancanza di volontà politica di intervenire sul tema, Mina Welby ha così proseguito: «Temo che la politica guardi troppo alle forme di paura e di ansia che vengono trasmesse, ultimamente anche da parte della lettera del Vaticano – firmata anche dal Papa – Samaritanus Bonus, che ha un approccio punitivo per tutto ciò che concerne l’eliminazione del dolore e della sofferenza. Se ci si dedicasse con più forza alle cure palliative e i medici fossero formati – anche quelli di medicina generale – per prendere in carico il nostro dolore e la nostra sofferenza, non solo fisica, sarebbero davvero pochi a chiedere l’eutanasia. Lo sosteneva già Veronesi ventuno anni fa e ora credo che sia urgentissimo preparare medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti per sostenere tutte le vite morenti. Noi dell’Associazione Luca Coscioni abbiamo un numero bianco (06 993 13 409) per le informazioni riguardanti questo. Sono tantissime le persone che si rivolgono a noi, ancora di più durante la pandemia. Tante volte è più l’angoscia del morire che la morte in sé a far paura».

Noi – come affermato in più occasioni – facciamo nostro il punto di vista ben più autorevole di Mina Welby e ci auguriamo che le coscienze si ridestino, affinché il tema così fondamentale del fine vita venga affrontato il prima possibile.

Prec.

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