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La solitudine della quarantena e la colpevolizzazione del contagiato

In quarantena le giornate scorrono lente, in una condizione di sospensione spesso condita con una buona dose di impazienza e di preoccupazione se attendi l’esito di un tampone. La situazione diventa quasi grottesca se sei un cittadino campano, e allora potresti rimanere ad aspettare la prenotazione o il risultato del test per intere settimane, durante le quali ti si chiede di restare in casa e attendere pazientemente il tuo turno, mentre l’eccellente sanità regionale lavora. I numeri delle ASL territoriali sono tutti irreperibili, nessuno risponde al telefono, probabilmente inondato di chiamate di persone preoccupate per tutto il giorno.

Intanto, si sovrappongono i DPCM, le ordinanze, le circolari e tu non sai più a chi credere. Impossibile ottenere delle notizie univoche, l’unica cosa che le tue orecchie possono assorbire sono continui spot propagandistici, promesse e falsità. I tamponi a domicilio arrivano in 48 ore e nello stesso tempo si ottengono anche i risultati. Ma tu lo sai che non è così, e ti si torcono le budella.

Un giorno, due, tre, una settimana. Bisogna fare un tampone, anzi due. Ma non si sa né quando né dove. Resti in casa impaziente e non riesci a indirizzare i tuoi pensieri a nulla di diverso dalla pandemia, dall’attesa, dalle prospettive tutt’altro che rosee che hai di fronte. Metti da parte i tuoi impegni, i tuoi affetti, il tuo lavoro, consapevole che sia l’unica scelta possibile per il benessere tuo e della tua famiglia, e per la salvaguardia di chi ti sta intorno.

Ma gli spot propagandistici continuano, vorresti quasi non ascoltarli, restare fuori dalla realtà, nella tua bolla di sospensione. Il contagiato è colpevole, non ha rispettato le regole, perché se tutti rispettiamo le regole e siamo responsabili non c’è alcun pericolo. Sbuffi, anche questo non è vero. Siamo in costante pericolo, perché chi dovrebbe tutelarci è troppo impegnato a fare lo sceriffo e a riempirsi la bocca di poteri non suoi. Negli ospedali si lavora senza dispositivi di protezione e strumentazioni adeguate, nei mezzi pubblici ci si ammassa come sardine, per fare i tamponi non esistono regole. Non ne puoi più, ma la tua mente non riesce ad andare oltre.

Le promesse e le falsità si ripetono, continuamente e ininterrottamente. Coprifuoco, scuole chiuse, scuole aperte, alcune sì, altre no. Ancora, è colpa del contagiato se ha beccato il virus. Le istituzioni non possono che difendersi così. E il vicino ti guarda con sospetto, mi potrò affacciare? Tutti attenti a che si ritiri la spesa nel posto corretto, con le tempistiche giuste e non inquinando l’aria altrui. È diventata una questione di sopravvivenza, ci si aggrappa al rispetto delle regole, anche delle più piccole, per sentirsi più sicuri, per illudersi che non stia collassando l’intero sistema sanitario, che non siamo vittime di un incubo senza fine, che non siamo vittime di istituzioni troppo impegnate a salvaguardare interessi economici più importanti delle vite umane.

I pensieri si susseguono, la rassegnazione e la disperazione fanno capolino. Sai che non sei solita accettare le situazioni così come sono, ma ti sembra di scontrarti con un nemico molto più grande di te. E rimetti ordine: i contagiati non sono colpevoli, la sanità campana è allo sfacelo, chi dovrebbe governarci non ne è in grado. Solo un dubbio rimane: dopo tutto questo sapremo ancora essere solidali? Sapremo smontare le logiche di dominio che ci hanno guidato in questi mesi? Sapremo eliminare tutti gli appellativi di nemico che abbiamo attribuito?

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