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“La salvezza del bello” nella riflessione filosofica di Byung-Chul Han

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Nel saggio La salvezza del bello, la più recente tra le opere pubblicate dalla casa editrice Nottetempo (2019) di Byung-Chul Han, il filosofo nato a Seul che insegna Filosofia e Cultural Studies alla Universität der Künste di Berlino, ci parla della perdita progressiva dell’esperienza estetica nell’era del digitale. Nel nostro tempo storico e culturale, ci racconta l’autore, il bello viene ideato, prodotto e destinato al consumo, quella pratica compulsiva tipica del sistema capitalistico nel quale viviamo la nostra esperienza privata e pubblica di stare al mondo.

Oltre alla descrizione approfondita e critica delle concezioni filosofiche intorno alla bellezza, che è stata oggetto della riflessione delle voci più importanti del pensiero occidentale – da Platone a Kant, Hegel e Nietzsche fino ai contributi più recenti di Heidegger, Adorno e Foucault – il lettore ritrova, comunque, i temi più importanti trattati in altri libri di Byung-Chul Han, ma soprattutto nella triade saggistica costituita da La società della trasparenza (2014), Nello sciame (2015) e Psicopolitica (2016). È in questi libri, in effetti, che l’autore ci descrive il falso mito dell’accessibilità democratica alla “realtà” e la concreta scomparsa della privacy, con la deficitaria comunicazione fra gli esseri umani mediata dalle protesi tecnologiche sempre più avanzate, ma anche invadenti.

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Byung-Chul Han

Lo studioso di nascita sudcoreana, inoltre, ci racconta dell’odierna società del controllo psicopolitico, che domina le esistenze individuali e intanto raccoglie informazioni sugli aspetti più personali della nostra esistenza. Accade nel mondo globalizzato e nell’ambito di quei processi culturali che portano allo stordimento collettivo della comunicazione e della condivisione falsamente libera, ma realmente produttrice di enormi masse di dati, rese poi disponibili per la commercializzazione da parte degli apparati del potere economico-sociale e politico.

In una società del genere, ormai, tutto ciò che riguarda l’esperienza umana resta in superficie e niente viene approfondito. Viviamo nel tempo dell’estetica della levigatezza, dove gli oggetti della comunicazione digitale, le immagini e i contenuti trasmessi restano al livello di una percezione del presente ripiegato su se stesso, che in seguito porta alla sua anestetizzazione. L’esperienza del bello si trasforma, quindi, da scossa estatica e possibile inizio di un cambiamento etico e politico a semplice, impersonale ammasso di eccitanti eventi da consumare velocemente nella vita quotidiana.

L’esperienza del bello è oggi impossibile, ci dice Han. Quando si fa largo il mi-piace, aggiunge il filosofo, viene meno l’esperienza, la quale risulta impossibile senza negatività. E la stessa informazione è diventata una forma pornografica del sapere, perché risulta priva di quella interiorità che contraddistingue il sapere. Al tempo di internet e della globalizzazione, si impone il dataismo, con la grande massa di informazioni raccolte e poi scambiate lungo le vie tecnologiche e monetarie della Rete Globale.

La bellezza non rimanda più a un’esperienza di verità, ma al semplice piacere: un sentimento autoerotico, dove il soggetto è compiaciuto di se stesso e non viene incantato dall’altro e dalla diversità delle forme umane e naturali esistenti nel mondo. In altre parole, la retina digitale trasforma il mondo in uno schermo di immagini e di controllo e in questa interiorità digitale, afferma l’autore, non è possibile alcuno stupore e, di conseguenza, l’ordine digitale celebra un nuovo ideale, quello dell’uomo senza carattere, della levigatezza dell’individuo che pensa soltanto a se stesso e non riesce a comprendere l’altro da sé o a immaginare un altro mondo possibile.

Bisogna salvare il bello, dunque, per proteggere la dimensione estetica dalle costrizioni sistemiche della kalocrazia neoliberale e per attuare una politica del bello. Perché la crisi della bellezza, ci ricorda Byung-Chul Han, consiste oggi proprio nel fatto che il bello viene ridotto alla sua semplice presenza, al suo valore di uso e di consumo.

La bellezza è un evento relazionale, insomma, e non riesce a trovare lo spazio e il tempo della sua narrazione nella tirannia contemporanea dell’estetizzazione della vita, dell’arte vissuta come piacere effimero e all’interno del dominio del sistema capitalista che la commercializza e la consegna al consumo, attraverso gli strumenti e le pratiche della digitalizzazione del mondo.

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