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La riforma penale di Nordio rischia di creare una gran confusione

Giusy Santella di Giusy Santella
3 Luglio 2023
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Sta facendo molto discutere il disegno di legge elaborato dal Ministro della Giustizia Nordio riguardante una riforma del Codice Penale e del Codice di procedura penale. Si tratta di modifiche che erano ormai prospettate da mesi, fin dall’insediamento della nuova legislatura si può dire, anche se il disegno di legge, approvato dal Consiglio dei Ministri del 15 giugno scorso, dovrà ancora attendere molto per vedere la luce nella sua forma definitiva.

Le intenzioni, tuttavia, non promettono nulla di buono: basti pensare che durante la conferenza stampa che è seguita al CdM il Ministro degli Esteri Tajani ha affermato che della proposta di riforma penale sarebbe stato sicuramente soddisfatto Silvio Berlusconi. Chiaramente si tratta di un’affermazione che si inserisce a pieno nel processo di glorificazione che ha fatto seguito alla morte dell’ex Cavaliere, ma che la bontà di un disegno di legge in materia penale vada valutata in base al gradimento di chi non è mai stato né rispettoso né attento a quella stessa legge è un importante indicatore del livello che possiamo aspettarci.

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Ciò che si può sicuramente affermare già da una prima lettura è che si tratta di un disegno di legge quantomeno contraddittorio nelle sue intenzioni: infatti, se da un lato sembra manifestare un proposito garantista, e attento al rispetto dei diritti degli imputati e degli indagati, dall’altro per talune fattispecie propone addirittura un innalzamento della pena edittale minima. E se, in un ordinamento come il nostro in cui lo strumento penale sembra essere l’unico a disposizione delle istituzioni per perseguire i propri fini, il tentativo di depenalizzare alcune fattispecie di reato, o ridurre il ricorso al carcere, dev’essere valutato positivamente, d’altro canto non possiamo non notare che la protezione e la “clemenza” rischiano di rivolgersi sempre alle stesse categorie di persone, o ai cosiddetti colletti bianchi.

Si propone infatti di eliminare il reato di abuso d’ufficio e di ridurre al minimo il ricorso alla fattispecie del cosiddetto traffico di influenze illecite: non solo questo comporterebbe, nonostante ciò che afferma il Ministro della Giustizia, un caotico vuoto normativo, ma soprattutto rischierebbe di rendere l’Italia inadempiente nei confronti di obblighi internazionali precisi in tema di corruzione e trasparenza. Seppur le condanne per tali reati non sono numerose, essi rappresentano sicuramente una minima garanzia imprescindibile per istituzioni e amministrazioni trasparenti e con rappresentanti degni di essere definiti tali.

Se l’intento è quello di alleggerire il sistema penale, allora l’ex magistrato avrebbe dovuto volgere lo sguardo a quei reati caratterizzati da un minimo allarme sociale – e pensare a un ridimensionamento della pena nel suo complesso – e all’applicazione concreta di quel principio inapplicato che individua il carcere come extrema ratio. Inoltre sarebbe stato meglio ripensare alla configurazione di tutti quei reati legati alla tossicodipendenza, in particolare per quanto riguarda le cosiddette droghe leggere. E invece il garantismo prospettato ha tutto l’aspetto di essere selettivo.

Da ciò emerge anche un’incoerenza di fondo della compagine governativa, che da un lato reprime e con un atteggiamento securitario innalza le pene – basti pensare a quelle previste per gli attivisti ambientali o al nuovo codice della strada –, e dall’altro diventa premuroso e attento verso chi si macchia di reati ben più gravi. Ed è incoerente anche perché se si persegue il fine di semplificare alcuni procedimenti penali, per altri casi prevede addirittura la competenza di un organo collegiale per le misure cautelari, misura assolutamente non applicabile alla situazione attuale, illudendosi che il tutto possa essere in carreggiata con un fantomatico piano di assunzioni di due anni.

Uno degli argomenti che sta destando maggiori polemiche è quello legato alla riforma del campo delle intercettazioni per cui si manifesta ancor più forte l’incapacità di tenere insieme le diverse esigenze. La riforma prevede infatti di vietare la pubblicazione di intercettazioni – ne avevamo già parlato qualche mese fa – a meno che queste non siano già state rese note all’interno di atti giudiziari. Se è vero che bisognerebbe trovare il modo di evitare un’eccessiva fuga di notizie, ancor prima che queste siano certe, nel rispetto dei diritti non solo di chi è indagato o imputato, ma anche delle eventuali vittime e di limitare i sempre maggiori processi che sembrano svolgersi nei salotti televisivi anziché nei tribunali, non si può di certo sacrificare del tutto la libertà di stampa.

Perplessità sono giunte da più parti, molto timide quelle dell’opposizione, più forti quelle degli organi di stampa e dell’Associazione Nazionale Magistrati. Per i pubblici ministeri, infatti, è stata anche prevista l’impossibilità di ricorrere in appello per le sentenze di assoluzione nel caso di reati di lieve entità, che però appaiono ancora molto vaghi, distorcendo del tutto quindi la costruzione di più gradi di giudizio.

L’approccio a questa nuova riforma ci ha ricordato molto la superficialità del referendum sulla giustizia dello scorso anno, proposto da Lega e Radicali, che tanta confusione aveva creato, finendo per affossarsi da solo. Il rischio in questo caso è che invece i nostri rappresentanti politici facciano procedere la riforma, apportando nefaste conseguenze in un ordinamento come quello penale italiano già completamente allo sbando.

Prec.

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