Miyazaki
Cinema

“La principessa Mononoke”: lettura alchemica (e junghiana) del capolavoro di Miyazaki

Dallo scorso febbraio, Netflix ha messo a disposizione sulla propria piattaforma quasi tutto il catalogo delle produzioni animate dello Studio Ghibli, la leggendaria casa di produzione giapponese fondata da Hayao Miyazaki, in collaborazione con il compianto Isao Takahata. Approfittando di questo tesoro inestimabile proposto agli utenti, vogliamo dunque tornare su uno dei suoi capolavori, non il pur premiatissimo La città incantata (2001), vincitore dell’Oscar come Miglior film d’animazione nel 2003, bensì sulla sua opera più selvaggia, ovvero quel Princess Mononoke – uscito in Giappone nel 1997, ma distribuito in Italia solo nel 2000 – che è stato il film più redditizio di sempre nel Paese nipponico prima dell’arrivo di Titanic.

Notoriamente, questo lavoro di Miyazaki viene associato al tema della lotta tra la civilizzazione industriale, o proto-industriale, e la natura. In realtà, sebbene l’argomento sia piuttosto importante, la pellicola contiene molto di più. Per chi non se la ricorda, riassumiamo la storia. In una sorta di versione mitologica del periodo Muromachi della storia giapponese – che va dalla metà del XIV fino alla fine del XVI – Ashitaka, un giovane principe della tribù Emishi, si trova costretto a uccidere un dio-cinghiale, tramutatosi in dio maligno, che minacciava di distruggere il suo villaggio. Nella lotta, il giovane viene però infettato da una strana maledizione che gli macchia il braccio e che, estendendosi, secondo i vecchi del villaggio, lo porterà incontro a morte certa. Senza perdersi d’animo, il ragazzo parte allora per l’ovest in cerca di una cura e si troverà nel bel mezzo di una guerra tra un centro proto-siderurgico – dove si fabbrica il ferro necessario per i primi archibugi –, diretto dalla somma signora Eboshi, e la foresta abitata dalla dea-lupo Patrona Moro, che ha adottato la giovane San, bambina abbandonata dai genitori quando furono attaccati dagli stessi lupi. La bambina, crescendo, è diventata la cosiddetta principessa-spettro che, con le sue velocissime e spietate incursioni, colpisce duramente gli uomini di Eboshi. Soprattutto, la foresta è dominata dal dio-bestia, un essere che di giorno è un cervo dal volto umano mentre di notte assume la forma di un gigante dal corpo splendente e semi-trasparente, il Daidarabotchi. Si dice, infine, che la sua testa conferisca l’immortalità a chi se ne impossessi.

Il giovane Ashitaka si troverà dunque nel bel mezzo della guerra tra questi due schieramenti, a cui si aggiungerà l’esercito degli dei-cinghiali, sopraggiunto per proteggere anch’esso la foresta. Il principe non prenderà le parti dell’uno o dell’altro in modo assolutistico, ma indagherà e comprenderà le ragioni delle parti tentando di mediare tra loro e agendo sempre secondo i dettami della sua coscienza. Scoprirà dunque che la comunità della signora Eboshi – che non è una semplice cattiva ma ha una propria personalità con le sue ragioni – ha accolto e dato lavoro a dei lebbrosi che erano stati esclusi dalla società, che le donne lavoratrici del villaggio godono di una posizione non subalterna rispetto agli uomini e che, nel complesso, la comunità ha dato asilo a tante persone fungendo da baluardo contro lo strapotere del principe Asano, signorotto di quelle terre. Al tempo stesso, Ashitaka vedrà che il rancore degli dei-lupi e degli dei-cinghiali nei confronti dell’uomo, sebbene legittimo, non ammette mediazioni o redenzioni ma è cieco come lo sono gli uomini che vogliono distruggere la foresta.

Questo il quadro narrativo molto complesso dell’opera, così come molti i temi toccati. Oltre il conflitto uomo-natura che funge da architettura morale, si può intravedere un altro nodo emotivo e cioè il riconoscimento delle ombre dentro di sé e nell’altro. Il personaggio di Ashitaka che, seppur così giovane, riesce a comprendere le ragioni di entrambi gli schieramenti e ad agire per preservare gli equilibri, è fortemente simbolico in quanto diventa una figura mediatrice tra opposti. Negli studi sul simbolismo alchemico medievale, Carl Gustav Jung individuò alcune figure fondamentali come, ad esempio, il rebis, essere doppio ed ermafroditico, oppure il Filius Philosophorum, ovvero l’archetipo del giovane che funge da mediatore tra Superiore e Inferiore, o comunque tra gli opposti in generale. Ashitaka sembra dunque corrispondere a queste caratteristiche archetipiche.

Se consideriamo che l’alchimia non era soltanto una superficiale ricerca del modo di trasformare il vile piombo in oro ma, in realtà, consisteva in una ricerca interiore, volta al fine di trasformare le parti pesanti della propria anima in un qualcosa di prezioso tramite un lungo e doloroso processo di accettazione e integrazione di quelle parti di sé che tendiamo a rinnegare, ecco che la figura di Ashitaka si arricchisce di notevoli valenze simboliche. Egli diventa dunque il Filius Philososphorum dell’opera alchemica, analogo a sua volta a quella Pietra Filosofale (Lapis Philosophorum) che secondo le leggende permetteva di trasformare i metalli in oro e donava l’immortalità. Tali simboli corrispondevano in realtà alla coincidenza degli opposti (Coincidentia Oppositorum), ovvero quella ideale meta, o stato interiore, nella quale gli opposti psichici che ognuno contiene dentro di sé hanno trovato finalmente un equilibrio.

Alla luce di tutto questo diventa molto interessante la figura del dio-cinghiale tramutatosi in dio maligno. Si verrà a scoprire che, in seguito a una dolorosa ferita provocata dalla pallottola di un archibugio, il dio ha accumulato così tanto rancore verso gli uomini da arrivare a secernere una sostanza scura e vischiosa che lo ha reso tossico e mortale per gli altri. Quale simbolo più efficace di questo dell’accumulo di paure, dolore e rancore che ci rendono una versione oscura di noi stessi? Quando Ashitaka lo elimina per difendere il proprio villaggio, lo fa senza odio e, infatti, uccidendolo ne invoca anche il perdono, un po’ come gli Indiani d’America quando uccidono i bufali.

Questo però non impedirà al male presente nel dio-cinghiale di infettare anche Ashitaka, il quale dovrà intraprendere un viaggio periglioso alla ricerca di un farmaco miracoloso. Tale ricerca è forse tra le trame archetipiche quella con maggiori valenze simboliche: pensiamo per esempio alla leggenda del re Pescatore che, ferito mortalmente, invia i cavalieri alla ricerca del Graal come panacea di tutti i mali. Quella ricerca è ovviamente tutta interiore, volta a medicare i mali dell’anima, tramite un pharmacon, ovvero una medicina che, funzionando come un vaccino, combatta il male con il male.

Combattere il male con il male vuol dire, tra le altre cose, riconoscere e integrare l’Ombra dentro di sé, ovvero quelle parti apparentemente negative, o comunque opposte, della propria personalità che tendiamo a rimuovere e negare. La maledizione di Ashitaka che si configura come una macchia sul suo braccio che si allarga sempre più, gli conferisce anche una forza e una resistenza quasi sovrumane. La macchia, all’occasione, si trasforma in tentacoli semi-trasparenti che lo aiutano in un particolare frangente. L’Ombra gli dona dunque forza ma il loro è un rapporto parassitario: più egli vi si affida, maggiormente l’accumulo di parti oscure si accresce e rafforza, a scapito della personalità. In questo, ricorda per esempio gli Obscurus del potteriano Animali fantastici e dove trovarli (2016). L’eroe di Miyazaki, forte di una tempra morale che è caratteristica di molti suoi personaggi, riuscirà a far fronte a tutto quanto. Sarebbe certamente auspicabile che ognuno di noi riuscisse a fare altrettanto nella propria vita.

Non ultimo, come importanza simbolica, troviamo il dio-bestia della foresta, il cervo dal volto umano rappresentante dell’unione tra la ferinità animale e la coscienza umana che di notte si trasforma nell’enorme versione splendente di se stesso. Esso dispensa contemporaneamente vita, o guarigione, e morte ad alcuni personaggi del film, secondo logiche non umane ma che vanno comunque in una direzione di conservazione della vita. Quando verrà decapitato, si trasformerà in un enorme gigante fluido, simile al fantascientifico Blob, che tutto distrugge e fa perire sul suo cammino. Questo rientra dunque in una visione complessa della divinità che, come suggerisce Jung, per essere completa, deve contenere sia Luce che Oscurità, sia Vita che Morte, ossia anch’essa dovrebbe essere un simbolo della Coincidentia Oppositorum.

Secondo il famoso psicologo e studioso, un dio che è soltanto buono, come quello cattolico, è incompleto perché ha negato anch’egli l’oscurità che vi si cela dentro ed è costretto a proiettarla in un essere diabolico al di fuori di sé. Meccanismo purtroppo ben presente negli esseri umani. Un dio che riconosce l’Ombra dentro di sé, invece, è un dio maggiormente equilibrato, non vendicativo e soprattutto completo, se per completezza intendiamo una totalità psichica di cui la personalità emersa, l’Io cosciente, è solo una piccola parte. Un discorso del genere può essere comunque interessante come riflessione sulla divinità in generale, al di là del fatto se si è credenti o meno o se si voglia intendere la divinità come proiezione di aspetti di sé. Ovviamente, andrebbe approfondito in altre sedi.

Ashitaka si innamorerà della principessa-spettro allevata dai lupi, la Mononoke del titolo che in giapponese vuol dire appunto spettro ma anche strana malattia patita da una donna. I mononoke, secondo il libro The Tale of Genji – spesso considerato il primo romanzo del mondo –, sono inoltre spiriti risorti che abitano il corpo di donne. La ragazza viene infine chiamata San dalla madre-lupa, che vuol dire Tre, in quanto terza figlia, successiva ai due cucciolotti lupo, figli biologici del dio-animale. Anche nella figura della principessa selvaggia dunque si celano molti simbolismi complessi. La cosa significativa è che ognuno dei due amanti, alla fine della vicenda, conserverà la propria identità, ferina ed evanescente l’una, umana e mediatrice l’altra, senza negare i propri mondi di provenienza ma, invece, accettandoli reciprocamente.

Tutta la filmografia di Miyazaki è costellata da spiriti della natura e La principessa Mononoke non fa eccezione. Oltre agli dei-cinghiali e agli dei-lupi, troviamo i Kodama, spiriti degli alberi, tipici della tradizione shintoista giapponese, la cui presenza è sinonimo di buona salute della foresta. Essi sono presenti nella prima parte, quando Ashitaka penetra tra i boschi per la prima volta, e alla fine, quando la terra riacquisterà la sua floridezza – non diciamo ovviamente come. Volendo, potremmo paragonarli alle driadi, ovvero le ninfe greche, anch’esse legate alla vita degli alberi.

Miyazaki racconta la vicenda in una forma visiva magnifica ed epica, resa con una dinamicità e una plasticità dei movimenti che solo l’animazione tradizionale riesce a restituire. Leggendario il lavoro del regista che revisionò personalmente tutti i 144mila fotogrammi che costituiscono il film, di cui una minima parte integrati con la computer grafica per rendere più fluido, in alcune scene, il movimento su vari livelli di scorrimento dei paesaggi. L’impresa di Miyazaki ha dunque il sapore epico, sia nei toni e nelle atmosfere del racconto, sia nella resa visiva, dei grandi artigiani dell’animazione di una volta, nonché dei grandi narratori mitologici.

Come abbiamo visto, Princess Mononoke non racconta solo dell’eterno conflitto tra l’uomo e la natura, ma rivela aspetti delle lotte e delle ricerche interiori che ci ritroviamo ad affrontare nella vita di tutti i giorni, diventando così metafora di conflitti e problemi attuali. Non pretendiamo ovviamente con questo articolo di aver esaurito argomenti la cui complessità è stata soltanto sfiorata, ma speriamo di aver fornito almeno stimoli per ulteriori ricerche. In tal senso, riportiamo una citazione di Carl Gustav Jung, tratta dal suo leggendario Libro Rosso, che riassume magnificamente alcuni dei temi trattati:

Cominci a presagire la totalità quando abbracci il tuo principio opposto, poiché la totalità poggia su due principi opposti che crescono da un’unica radice. Il giorno non esiste di per sé, e neppure la notte esiste di per sé. La realtà, che esiste di per sé, è insieme giorno e notte. Dunque la realtà è insieme senso e controsenso. Tutto confluisce insieme, il sacro e il peccaminoso, il caldo e il freddo. La pazzia e la ragione vogliono convolare a nozze. Tutto è sì e no. Gli opposti si abbracciano, si guardano con aria di intesa e si scambiano l’uno con l’altro. Con straziante diletto, riconoscono di essere uniti. La natura è giocosa e terrifica. Gli uni ne scorgono il lato giocoso, si trastullano con quello e lo fanno sfavillare. Gli altri scorgono l’orrore, si coprono il capo e sono più morti che vivi. La via non passa in mezzo a questi due estremi, bensì li contiene entrambi. È gioco divertente e al tempo stesso freddo orrore.

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