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La Napoli greco-romana: ricostruzione storica del sottosuolo (pt.2)

Francesca Testa di Francesca Testa
23 Luglio 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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A dispetto dell’estrema fertilità dei suoi suoli, Napoli presentava una netta carenza d’acqua. Infatti i Greci continuarono a scavare nel sottosuolo partenopeo per risolvere proprio questo grosso problema. Nell’antichità le uniche fonti perenni erano il fiume Sebeto, le sorgenti minerali del Chiatamone e, forse, un torrente che scorreva dove oggi è ubicata via Roma. Tutto questo non era sufficiente a placare la sete di una città in costante espansione. Si pensò allora di sfruttare quei vuoti sotterranei ricavati dall’estrazione del tufo per realizzare degli invasi, che, opportunamente impermeabilizzati, avrebbero potuto raccogliere le acque meteoriche. Nacquero così le prime cisterne pluviali. Queste opere avevano varie dimensioni a seconda dei materiali nei quali erano scavate.

Nelle zone dove il tufo affiorava dal suolo, venivano realizzate direttamente nella roccia lapidea, potevano avere un volume consistente e offrivano il vantaggio che, a scavo ultimato, occorreva soltanto impermeabilizzarne le pareti e il fondo dell’invaso, affinché tutto fosse pronto per accogliere e conservare l’acqua. Invece, nelle zone dove il tufo non era raggiungibile, lo scavo veniva eseguito nella coltre dei materiali incoerenti superficiali ed erano di modeste dimensioni per motivi di staticità. Le pareti venivano rinforzate con murature di pietra di tufo e spesso, a sostegno di queste, si costruivano una serie di contrafforti con l’intento di evitare che le spinte esterne facessero implodere l’opera. Le cisterne poi, a seconda delle dimensioni, erano servite da uno o più pozzi attraverso i quali si poteva accedere alla riserva d’acqua. Ben presto, però, con l’espansione della città, vi fu un forte incremento della domanda da parte degli abitanti e tali soluzioni non bastarono più. Fu così costruito dai Greci il primo acquedotto che prese il nome di Bolla, che aveva origine a circa cinque chilometri da Napoli nella Piana di Volla alle falde del Vesuvio. Questo luogo è quello nel quale vedeva la luce anche il fiume Sebeto, quindi è probabile che i canali della Bolla attingessero le loro acque proprio da questo misterioso fiume, oggi scomparso. Tuttavia, lo sviluppo più imponente del reticolo dei sotterranei iniziò in epoca romana con le prime trasformazioni della morfologia del territorio.

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Gli ambienti ricavati dai Greci, vennero utilizzati dai Romani per creare cimiteri, gallerie, cinte murarie, templi, abitazioni cittadine e il magnifico acquedotto, composto di una fitta rete di cunicoli e cisterne che servivano a distribuire l’acqua proveniente dalla sorgente del Serino, località del Monte Terminio (Avellino). Con nuovi scavi, inoltre, i Romani integrarono l’acquedotto della Bolla con l’acquedotto Augusteo. E ancora realizzarono notevoli scavi per la costruzione di strade e collegamenti sotterranei per raggiungere con percorsi brevi, le località costiere: la grotta di Seiano, lunga 773 metri, che da Posillipo porta a Coroglio e la grotta di Cocceo, detta anche Cripta Neapolitana, lunga 744 metri che collega Piedigrotta con Fuorigrotta.

Nel corso del I secolo d.C. fu iniziato un secondo acquedotto, il Claudio, così detto perché attribuito all’imperatore Claudio Nerone. Quest’opera mastodontica captava le proprie acque dalle sorgenti del Serino e terminava il suo percorso dopo 92 chilometri nella Piscina Mirabilis di Baia. Questi sistemi, nei loro oltre venti secoli di storia, subirono alterne vicende e furono danneggiati da alcuni terremoti verificatesi nel 79 d.C. causati dalla terribile eruzione del Vesuvio. All’inizio dell’età vicereale (1503-1734), tuttavia, l’acquedotto romano anche se in disuso, si presentava ancora in buone condizioni, tanto è vero che fu presa in considerazione l’idea di restaurarlo. Il viceré Don Pedro di Toledo pensò allora di risolvere il problema dell’acqua emanando un bando, composto da 19 articoli, che proibiva i prelievi abusivi e le manomissioni, incaricando nel 1549 il tabulario (oggi denominato topografo) Pietro Antonio Lettieri di redigere una relazione sulla possibilità di ripristino. Lettieri indagò, ispezionò e rilevò per quattro anni il canale che conduceva per circa 43 chilometri l’acqua dal Serino alla città di Napoli, ma il progetto di restauro non fu mai realizzato sia per l’ingente costo dell’opera sia per la sopraggiunta morte del viceré e il disinteresse del suo successore, Pedro Afán de Ribera, duca di Alcalà.

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Nel corso del tempo, la necessità idrica di una popolazione in aumento rendeva urgente un progetto di ripristino dell’acquedotto che, dopo il Lettieri, venne affidato ad Ascanio Capece e agli ingegneri Benvenuto Tortelli e Ambrogio Attendolo, incaricati da Alfonso D’Avalos di ricondurre l’acqua in città. Alcuni anni dopo, il viceré Pedro D’Ossuna assegnò all’architetto Giovanni Vincenzo Casale il compito di condurre a Napoli le acque del Serino e del Sarno e diede incarico nel 1583 di restaurare l’acquedotto della Bolla, gravemente danneggiato dal terremoto del 1581. Nel maggio del 1627 però la città visse una nuova fase di esplosione demografica e in questo contesto, un nobile napoletano, Cesare Carmignano e un matematico e topografo, Alessando Ciminelli, proposero all’amministrazione pubblica di far arrivare, a proprie spese (in cambio di una percentuale sull’utile di alcuni mulini), l’acqua del fiume Faenza, nel beneventano. Il 22 maggio dello stesso anno il viceré firmò l’accordo e fu così che nel maggio del 1629 l’opera fu conclusa, l’acqua giunse a Napoli e l’acquedotto fu chiamato Carmignano in onore del suo creatore.

Dopo pochi anni, il 16 gennaio del 1631, a seguito di una nuova violenta eruzione, gran parte della struttura fu distrutta e i due dovettero nuovamente sobbarcarsi gli oneri del ripristino dell’opera. Questi sotterranei, con il loro dedalo di cunicoli e cisterne, hanno dissetato Napoli fino al 1885 quando alla presenza di Re Umberto I, della Regina Margherita, del Duca d’Aosta e del Principe di Napoli, improvvisamente, un potente getto d’acqua iniziò a innalzarsi da una fontana in Piazza del Plebiscito. Ancora oggi questo stesso acquedotto disseta i napoletani con le stesse acque del Serino captate duemila anni or sono dai Romani.

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