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“La meccanica del divano”: il declino di un mondo schiavo del mercato

Chiara Barbati di Chiara Barbati
3 Gennaio 2022
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Si potrebbe pensare che La meccanica del divano sia una metafora del capitalismo, di come funziona il mercato, delle dinamiche malate del mondo del lavoro contemporaneo, ma, in realtà, in questo libro non c’è niente di metaforico. Quello che Francesco Dezio mette in scena con la sua ultima pubblicazione per Ensemble è una vera e propria rappresentazione, una cronaca di quelle dinamiche che non va troppo per il sottile.

Ciò che Dezio scrive è un’evoluzione della letteratura del lavoro. Se le dinamiche del mondo post-industriale sono totalmente diverse da quelle che animavano il lavoro in fabbrica prima degli anni Sessanta, allora anche lo stile, la scrittura e il modo di raccontare il lavoro deve cambiare ed evolversi. È a partire da questo presupposto che si sviluppa La meccanica del divano, un libro satirico, ma anche terribilmente realistico, che porta la realtà fino alla sua più limpida esasperazione.

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Quello narrato è un mondo in cui il Mercato è un vero e proprio agente, un personaggio che occupa la scena, ma diverso dagli altri, perché è ciò a cui tutti gli altri sono asserviti. I due protagonisti, Nuccio e Michele, non sono altro che esempi, attori come altri che abitano questo mondo globalizzato che si prestano alla rappresentazione di una condizione che coinvolge tutti.

Nel corso di numerosi decenni, dalla seconda metà del Novecento ai primi anni Duemila, il mondo cambia completamente. La globalizzazione, il mercato libero e la delocalizzazione si susseguono e diventano un incubo per una classe operaia sempre più frammentata, per i sindacati che vivono un costante declino e anche per quegli imprenditori, magari partiti dal basso, che cercano il successo e lo ottengono al terribile prezzo di diventare essi stessi schiavi del sistema. La trama segue le vicende dei due protagonisti sin dalla loro giovinezza quando, a quindici anni, non hanno nessuna voglia di terminare gli studi e ancora meno di trovare un lavoro. Il racconto li seguirà nel corso di molti decenni, ma non saranno le loro vite i reali protagonisti, quanto l’evoluzione del Mercato e ciò che esso comporta per la società.

Ammaliati dall’odore del successo e convinti dalla scarsa voglia di affaticarsi, come due cliché viventi, Nuccio e Michele sono troppo stanchi dei loro lavori faticosi che la cittadina pugliese di Infernominore può offrire, e decidono di tentare la fortuna come imprenditori. Sono ispirati dal successo di Natalino Manucci, il fondatore di una famosa ditta di divani che, partito dal nulla, ha ottenuto tutto ciò che i due ragazzi sognano di avere. Non c’è nobiltà, però, nella loro condizione, non c’è il sogno del successo ispirato dalla vista di un self-made man, non c’è l’umiltà che ci si aspetterebbe da due giovani che imparano il duro mestiere di produrre divani spaccandosi la schiena e sporcandosi le mani: ciò che i due giovani desiderano è evitare la fatica, anche a costo di diventare sfruttatori di lavoratori sottopagati che loro stessi sono stati.

Per rappresentare un nuovo mondo del lavoro, per dare il via alla letteratura post-industriale, Dezio fa ricorso ai generi della prima letteratura. Il libro ha infatti l’aspetto di una tragedia greca: i personaggi e le loro vicende sono narrate da voci differenti e, soprattutto, sono accompagnate dalle voci del coro. Se nella tragedia greca il coro aveva il compito di descrivere gli avvenimenti in scena o aggiornare le evoluzioni del racconto tra una scena a l’altra, ne La meccanica del divano esso è impersonato da veri e propri attori del mondo del lavoro: dai CEO e le influencer fino ad arrivare agli spin doctor, che accompagnano le vicende dei protagonisti e hanno una propria voce caratterizzante, come anche la stampa avversa, le riviste di tendenza e il mercato stesso. Il punto di vista di ognuna delle voci è caratteristica di ciascun personaggio, non solo nel modo di esprimersi ma anche nei concetti espressi. Il linguaggio e lo stile si adattano al punto di vista della voce narrante di turno.

A questo coro di voci si aggiunge anche quella dell’autore, che si definisce il primo e forse il più sconsolato spettatore di queste vicende, da comunista di altri tempi quale è. La meccanica del divano è una critica sagace al sistema, fatta di personaggi esagerati che esasperano le caratteristiche che ci aspettiamo dalla categoria a cui appartengono. Tutto ciò che viene narrato è, in qualche modo, parodizzato: il sindaco che non riesce a mollare il microfono, l’imprenditore che intesta l’azienda alla moglie per ottenere sgravi fiscali per le imprese femminili, gli operai che si lamentano dei fannulloni del posto fisso statale. Lo stile, poi, ricorda un flusso di coscienza, sembra scritto di getto eppure appare fluido, come se si trattasse davvero di una cronaca degli eventi, narrati mentre accadono. Ma il tono, spesso divertente, non illuda il lettore: non si tratta di una storia a lieto fine.

È la logica del Mercato quella che Dezio mette in scena, quella alla quale sono tutti asserviti. Operai e imprenditori, sfruttati e sfruttatori sono tutti, allo stesso modo, schiavi di quelle dinamiche che Dezio descrive con sagacia e ironia, che estremizza fino al ridicolo, per poi dimostrare che quella grottesca esagerazione è terribilmente verosimile – e, spesso, anche reale. E la collusione della politica con quel capitalismo senza scrupoli contribuisce alla genesi di questo mondo disastrato che lui osserva inerme e descrive.

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