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“La città spezzata” di Leonardo Palmisano: il mondo a Bari e Bari nel mondo

Scoprire Bari, La città spezzata, nel nuovo libro di Leonardo Palmisano (edito Fandango) è un’esperienza dolorosa. Perché l’indagine dell’autore racconta una realtà che, pur appartenendo al capoluogo pugliese ed essendo lì collocata, è fino in fondo una realtà comune delle città del Sud Italia, certo, e del mondo globalizzato in generale.

Emblematicamente, il racconto della città spezzata parte dal racconto delle vite dei dimenticati e dei respinti per eccellenza: i senzatetto. Una città invisibile nella città spezzata. Non invisibile, però, nel senso di nascosta. I senzatetto e le persone senza fissa dimora abitano la città alla luce del sole, con il bagaglio delle proprie vicende personali esposto e noto al vicinato. La loro è un’invisibilità applicata dall’indifferenza, come avviene in tutti i grandi centri urbani. Eppure, sembra voler dire Palmisano, è nelle storie degli invisibili che si rintracciano, con onestà più sfacciata, le afflizioni della metropoli. Il gioco d’azzardo, la violenza domestica, le dipendenze. Tutti sintomi dell’irrequietezza sociale, dell’alienazione prodotta dalle dinamiche di ieri e di oggi, che ciascuno riversa su se stesso.

Bari è una lente d’ingrandimento per capire meglio il mondo, perché del mondo contiene le contraddizioni e gli affanni. Le architetture ambiziose e blasonate sono affiancate da palazzine costruite con materiali a basso costo e bassissimo rendimento, la speculazione edilizia foraggia la sopravvivenza di un gruppetto sparuto di alto-borghesi indebitati mentre i prezzi del mercato immobiliare schizzano alle stelle e impediscono alla maggior parte dei baresi l’accesso a una casa di proprietà.

Tutti i quartieri più giovani di Bari sono stati edificati rosicchiando a poco a poco il verde pubblico, in virtù di quella stessa speculazione e di quello stesso mercato immobiliare. Tra i rioni, e a volte tra le strade, c’è una separazione netta tra zone benestanti e zone malfamate. Palmisano legge in questa schizofrenia edilizia i tentativi falliti – e, del resto, mai affrontati con il piglio determinato del riscatto – di innalzare Bari a città del futuro, tradottisi in uno scimmiottamento (tra i ricchi) di Milano. Ancora una volta, la città è spezzata perché, quando guarda davanti a sé, cerca di appropriarsi di un’identità non sua.

Si resta ancorati alle tradizioni quando si parla di malavita e patriarcato. Bisogna premettere che l’autore considera malviventi e mafiosi non solo coloro che appartengono alla criminalità organizzata cittadina. Anzi, nel capitolo interamente dedicato alla questione, ancora ampiamente ignorata dall’interesse pubblico nazionale, delle mafie baresi si scorge in più di un’occasione, nella prosa di Palmisano, una pietà per gli uomini poveri invischiati e caduti vittime del sistema che l’autore non riserva facilmente ai figli di papà delle industrie truffaldine e degli speculatori, alle generazioni di parvenu arricchitesi prima col fascismo e poi con la mala. Se per i primi non c’è stata scelta, se molti tra loro e tra le nuove leve di piccoli criminali baresi non hanno mai neppure pensato di poter fare o aspirare a essere altro, è per colpa dei secondi: una classe di arricchiti che ha necessità di servi e, per questo, affama come può i suoi simili. Retaggio probabile, questo, dell’epoca fascista e della sua mentalità pseudo-coloniale, fondata su gerarchie rigide e invalicabili di potere attraverso l’esercizio dell’intimidazione e della deprivazione. Credo sia per questo che l’autore tradisca una certa impazienza quando sente nominare il reddito di cittadinanza.

La misura di welfare rappresenta, forse, per lui un palliativo, la terapia del dolore prescritta al malato terminale che permette a chi resta di crogiolarsi nella rassegnazione, laddove l’autore auspica una reazione combattiva, vivace. Il libro contrappone costantemente a figure di uomini interamente assorbite nel compito di racimolare o accumulare denaro, di ripagare debiti o scomparire, indebitati fino al collo, nell’abisso della dipendenza dal gioco d’azzardo (soprattutto le carte) e dalle droghe, ammazzate in modo violento nelle faide per il controllo di quartiere, finite in carcere, in Marina o nei cantieri, figure di donne stritolate dalla preoccupazione per i figli, che lasciano o vengono tradite, picchiate, violentate, desiderate, sfruttate. La vita che si condurrà, a Bari – come altrove, mi verrebbe da aggiungere – è una questione di genere.

Tutta l’inchiesta di Palmisano è pervasa dalla sessualizzazione delle esperienze. Così, le studentesse universitarie sono aiutate a ottenere le borse di ricerca dai baroni in cambio di non meglio specificati favori, salvo poi finire (esaurito l’idillio) a tormentarsi nel precariato. Nei quartieri popolari, le ragazze vanno incontro a gravidanze precoci indesiderate ed è ancora ben diffusa la pratica di farle abortire a suon di percosse. Ponte nevralgico con le potenze d’Oriente, Bari è anche una delle capitali europee della prostituzione. Il giro è talmente fiorente da fruttare alla malavita più soldi di quanto non faccia lo spaccio di droga. Le donne sfruttate nell’industria del sesso sono principalmente immigrate. La rabbia dell’autore – striata ora di tenerezza, ora di pietà – attraversa ogni pagina, ogni contatto con gli abitanti della città, e incalza la cantilena della loro rassegnazione. Il lettore appare così come un compagno di viaggio del reporter, un confidente al quale confessare il proprio malessere e quello della città.

Bari è spezzata perché multiforme, ma incompleta: sospesa nello slancio di un futuro che non arriva mai e trattenuta da un passato che è sempre dolce da ricordare. È popolata di umanità varia e complessa, Bari. I barivecchiani, depositari della tradizione cittadina, i poveracci, gli impoveriti, gli invisibili, gli immigrati, i gattopardi, i baroni, i malavitosi. Palmisano parla con tutti, racconta di tutti. Lo fa dando spazio alle loro voci, con un discorso diretto fatto delle battute svelte e affilate dello scambio quotidiano e informale il cui primo obiettivo è la praticità della comunicazione. Il dialetto non è mera nota di colore, utile a collocare geograficamente il testo, ma irrompe nelle interviste come preciso strumento del parlante per smorzare il dolore, sdrammatizzare, ritrovare nella radice linguistica il perché dello stare dove si sta, dell’essere ancora così ostinatamente attaccati al seno vizzo di una terra che respinge.

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