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La battaglia di Hacksaw Ridge: una disobbedienza esemplare

Elisabetta Crisafulli di Elisabetta Crisafulli
24 Luglio 2021
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
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Qual è il limite entro il quale bisogna credere nei propri ideali, restare fermi nelle proprie convinzioni e lottare affinché queste siano rispettate e accettate?

Temo che una risposta esaustiva e universalmente giusta per questa domanda non sia formulabile a priori, né su due piedi né in due righe. Inoltre, le variabili in gioco e il ventaglio di situazioni che potrebbero renderla necessaria sono troppo numerose.

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Nel caso di La battaglia di Hacksaw Ridge, film biografico con Mel Gibson alla regia, il protagonista, il giovane Desmond T. Doss, sembra essere costretto e riuscire – con in spalla uno zaino di dubbi e difficoltà tanto pesante quanto umano – a costruire una risposta al suddetto quesito senza dubbio valida, almeno per il suo caso specifico.

La pellicola, attualmente in sala, è ispirata infatti all’esperienza del primo obiettore di coscienza statunitense decorato con una medaglia d’onore (Medal of Honor), il più alto riconoscimento militare negli USA. Presentata fuori concorso alla 73a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, è attualmente candidata a sei premi Oscar.

Il film ci mostra un Doss ventitreenne, proveniente dal background rurale dello stato della Virginia e cresciuto nella fede della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, il quale crede nella difesa della patria e spera nella vittoria tanto quanto i suoi coetanei. Per questo motivo decide di arruolarsi volontariamente per il fronte, determinato a servire in qualità di medico di campo. Tuttavia la differenza principale che lo distingue dai suoi commilitoni e della quale si fa portavoce, sta nel non ritenere – per convinzione tanto dettata dalla sua fede quanto naturalmente radicata in lui, anche per via del suo vissuto – che la violenza in generale e soprattutto l’uso delle armi siano strumenti concepibili da utilizzare per perseguire qualsivoglia fine, compresa la vittoria in una guerra, contro qualunque nemico.

Desmond Doss – sia quello vero, scomparso nel 2006, che quello brillantemente interpretato da Andrew Garfield – farà scommettere parecchio contro le sue possibilità in guerra non appena si dichiarerà, in maniera tanto serafica quanto convinta, obiettore di coscienza al momento di imbracciare per la prima volta il fucile durante l’addestramento militare.

Desmond T. Doss, decorato dal Presidente Harry Truman con la Medal of Honor il 12 ottobre 1945

C’è sempre qualcosa di geniale e brillantemente ironico in chi si ribella per i motivi giusti. Chi non ha paura di cause troppo grandi o di “no” troppo perentori, specie quando questi sono assoggettati alle regole di follie collettive. Persino quando si tratta della – purtroppo tuttora ? più popolare, più accettata ma più disumana e irrazionale delle follie: la guerra.

Desmond, disobbedendo, ha dimostrato qualcosa che va oltre il suo credo religioso e il suo ruolo specifico di obiettore di coscienza. Ha provato che non sempre obbedire è l’unica scelta e lo ha fatto con non pochi sacrifici: è stato deriso, picchiato dai suoi compagni di addestramento, accusato e quasi giudicato colpevole, rischiando di finire davanti alla Corte Marziale per insubordinazione, e – più di tutto ? ha  scelto di recarsi su un campo di battaglia senza neanche sfiorare un’arma e senza chiedere alcun tipo di protezione, mettendo quindi doppiamente a repentaglio la vita. È ironicamente indicativo che nel film ci sia una sola scena in cui egli tocchi un fucile e che il motivo per cui lo faccia non abbia nulla a che fare con la sua funzione di arma.

Alla critica immediata che si potrebbe muovere alla decisione del protagonista, le varie versioni del “se i soldati fossero stati tutti obiettori, nessuno avrebbe fermato il nazismo”, si potrebbe rispondere che se anche tutti i facenti parte del nazismo fossero stati obiettori, la guerra e soprattutto l’Olocausto non ci sarebbero mai stati.

Per quanto il film non tratti delle vicende europee e per quanto le dinamiche dei conflitti nell’Oceano Pacifico fossero evolute anche indipendentemente da esse durante la Seconda Guerra Mondiale, non si può certo dimenticare né lasciare tra parentesi, infatti, che il vero motore pulsante del conflitto fosse un cancro le cui prime cellule tumorali portavano nomi-etichetta come nazionalismo, superiorità esacerbata e obbedienza – il più delle volte – cieca.

Le azioni di Desmond nel film, addirittura, potrebbero paradossalmente essere lette in chiave egoistica – ma non egotistica – e si potrebbe suggerire che siano state dettate dalla volontà di salvare la propria anima o dall’orgoglio, dalla voglia di provare che il suo convinto rifiuto all’uso delle armi non era vana dimostrazione di superbia o di una fede stampata solo sulle pagine dei libri di preghiera.

Si potrebbe banalizzare – ammesso che si tratterebbe solo di una banalizzazione – asserendo che, semplicemente, Doss aveva da dimostrare che si era arruolato per una ragione, per fare una qualche differenza.

Almeno su questo, però, non ci sarebbero dubbi: la differenza l’ha fatta eccome, salvando 75 soldati feriti in condizioni – e con modalità – che esulano dalla comune e ovattata concezione di umano, non liquidabili semplicemente come eroiche, ma che danno sicuramente prova di un ingegno spiccato e una forza di volontà quasi miracolosa.

Analogamente a quegli atleti in gara che, fermandosi senza esitazioni ad aiutare un compagno in difficoltà, rinunciando a primati e medaglie – emblematico il caso Hamblin-D’Agostino alle Olimpiadi di Rio 2016 ? insegnano a tutti una lezione fondamentale: esistono cose più importanti della vittoria. Meglio ancora, le vere vittorie non sempre sono quelle che si crede essere tali, specialmente quando tutti sembrano non voler abbandonare lo stato di follia collettiva di turno nel quale sono immersi.

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