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L’uomo collettivo e il rischio di concentrarsi troppo su se stessi

Perciò il freudismo è più una “scienza” da applicare alle classi superiori e si potrebbe dire, parafrasando Bourget (o un epigramma su Bourget), che l’“inconscio” incomincia solo dopo decine di migliaia di lire di rendita.

La continua esigenza dell’uomo contemporaneo di analizzare le sue morbosità, laddove diventano disfunzioni ma anche laddove non lo sono, rappresenta l’esigenza dello studio dei contraccolpi emotivi che ha ogni costruzione di uomo collettivo.

È da vedere se il freudismo necessariamente non dovesse conchiudere il periodo liberale, che appunto è caratterizzato da una maggiore responsabilità (e senso di tale responsabilità) di gruppi selezionati nella costruzione di “religioni” non autoritarie, spontanee, libertarie ecc.

Gramsci individuava già il pericolo di una società votata allo studio del malessere intimo, senza analizzarlo alla luce di una politica dei diritti. Lo scivolamento nel credere che avere libertà nelle proprie espressioni corporali fosse la vera libertà.

Molti movimenti di rivendicazione nascono, appunto, per rivendicare diritti limitati e parziali inerenti alla propria specifica identità, tralasciando quello sguardo d’insieme che caratterizza invece un’azione politica di vera libertà. Un limite, secondo Gramsci, che nasce da una visione incompleta dell’esistere. L’uomo collettivo, quindi, invece di vedersi come unità con il corpo sociale, si individua nelle proprie particolarità. Le derive classiste insite in questo meccanismo sono evidenti. Il trauma, ad esempio, assume valore diverso in chi riesce a soddisfare i suoi bisogni primari. Mentre, se prendiamo in considerazione chi questi bisogni non li soddisfa, notiamo che il trauma e il suo elemento di malessere morboso scompaiono davanti all’emergenza della sopravvivenza.

Un soldato di coscrizione non sentirà per le possibili uccisioni commesse in guerra lo stesso grado di rimorso del volontario ecc. (dirà: mi è stato comandato, non potevo fare diversamente, ecc.). Lo stesso si può notare per le diverse classi: le classi subalterne hanno meno “rimorsi” morali, perché ciò che fanno non le riguarda che in senso lato ecc.

Una volta, cercando di fare un complimento a un mio conoscente sottoproletario, gli dissi che lui capiva tutto al volo, tranne il prenderlo nel didietro. È un modo di dire napoletano, solo apparentemente volgare, che indica che nessuno ti può fregare. Lui rispose con una sincerità disarmante: «No, Luca, capisco anche quello». E che aveva fatto tutta la trafila della microdelinquenza senza perderne un passaggio, entrando e uscendo da istituti di pena dalla prima adolescenza. Ed è proprio in uno di questi che, come dire, aveva perso quel tipo di verginità. Eppure, lo raccontava con ironia e senza sensi di colpa essendo, anche ai suoi occhi di eterosessuale, uno dei possibili e probabili incidenti di percorso. Così, come sempre ai suoi occhi, lo era essere stato gambizzato. Difficilissimo fu per me tentare di spiegare il meccanismo dello spleen, quella leggera depressione che prende molti di noi, proprio perché associava al malessere l’assenza di soddisfazione dei bisogni primari, la costrizione del carcere e la sofferenza fisica in senso stretto e non ad altro.

Anche la religione è meno fortemente sentita come causa di rimorsi dalle classi popolari, che forse non sono troppo aliene dal credere che in ogni caso anche Gesù Cristo è stato crocefisso per i peccati dei ricchi.

Basti pensare al suicidio nelle società opulente, spesso causato da disfunzionalità psicologiche e non da problematiche legate alla sfera del concreto. L’uomo collettivo è isolato, vive in una folla anonima, dove si differenzia e si unisce agli altri attraverso meccanismi identitari in senso strettissimo. Questi legami sono fragili e si spezzano con grande facilità, causando un senso di spaesamento, di vergogna, di solitudine che è origine di problematiche poco conosciute in luoghi di lotta per la sopravvivenza, siano esse nel terzo mondo o nelle nostre sacche di sottoproletariato, almeno in quelle che restano incontaminate dalla frustrazione del modello televisivo.

È chiaro che il pensiero liberale, spinto agli estremi del liberalismo, ci trasforma in microsocietà molecolari, dove tutto inizia e finisce nella nostra sfera privata. Quel “passa, passa, passa” che urlano i bambini viziati che vogliono sempre loro la palla e che, nel proprio individualismo sfrenato, perdono di vista l’essere squadra e l’utilità dei cosiddetti movimenti senza palla, fatti in sincro con gli altri: dove si creano i presupposti per azioni vincenti, pur senza averne sempre un ruolo di protagonisti diretto. L’esasperazione del nostro io ci mantiene nella sfera emotiva di una eterna adolescenza, capricciosa e nevrotica, quanto ininfluente politicamente.

Si può dire che la “libido” del Freud è lo sviluppo “medico” della Volontà di Schopenhauer?

Gramsci non è un oscurantista, tutt’altro, però coglie e con grande anticipo il rischio di concentrarsi troppo su se stessi, sulle proprie ulcere. Del resto, la sua definizione di dolore è estremamente attuale, laddove sostiene che anche un dolore inventato diventa reale, proprio perché lo si sente.

Contributo a cura di Luca Musella

L’uomo collettivo e il rischio di concentrarsi troppo su se stessi
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