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Attualità

Il valore di un governo si riconosce dai suoi ministeri

Mentre i titoli – e talvolta anche le pagine – che riempiono la cronaca si tingono di rosa e di entusiasmo alla notizia della prima donna alla guida del governo italiano, noi preferiamo osservarne l’operato a partire dai ministeri ideati e a coloro a cui sono stati affidati. Abbiamo spesso ripetuto che essere donna – e dunque la prima Presidente del Consiglio – non basta a essere femministe o a fare effettivamente dell’avanguardia nel nostro arretrato Paese, ma evidentemente non basta neanche a sembrare inclusivi.

Il risultato della formazione del nuovo esecutivo è, infatti, estremamente indicativo dell’operato che dimostrerà sin dai nomi dei Ministeri istituiti, otto dei quali diversi da quelli precedenti e in qualche modo rivelatori di quale sarà la linea politica – qualora a qualcuno non fosse ancora chiara.

Facciamo finta, per un momento, che i nomi delle persone a cui sono stati affidati i dicasteri del governo Meloni non contino niente. Fingiamo, per la durata di questo articolo, che la storia politica di chi prenderà tante decisioni per noi, che la preparazione di chi approverà o smantellerà le leggi, non contino. Comportiamoci per un secondo come se non importasse che chi vuole chiudere i porti ora ha il potere di farlo, che chi vuole distruggere il diritto all’aborto o eliminare le famiglie omogenitoriali ora ne abbia la possibilità, che non ci siano dirigenti della televisione di Stato tra i ministri, conservatori cattolici pronti a imporre le proprie limitate idee, né allegre canzoncine al momento del giuramento. Fingiamo che, per decretare il valore di un governo, non serva altro che conoscerne i Ministeri. Perché, in effetti, bastano le parole utilizzate per chiarire quale sarà la narrazione – e, inevitabilmente, anche l’azione – di questa legislatura.

La prima a cui diciamo addio è la transizione energetica. No, l’emergenza legata al cambiamento climatico non è rientrata, purtroppo, eppure il vecchio Ministero dell’Ambiente abbandona i propositi della transizione e aggiunge alla vecchia nomenclatura quelli della Sicurezza energetica. Che sia in atto una crisi in termini di energia elettrica non c’è dubbio ma, come al solito quando si parla di ambiente, c’è sempre qualche emergenza più importante.

È chiaro che il costo dell’energia oggi sia un problema per moltissime famiglie italiane e che l’urgenza faccia talvolta dimenticare degli obiettivi previsti per il 2030 riguardo il riscaldamento globale – non era il governo Draghi che voleva riattivare le centrali a carbone? – ma qualcosa non quadra. La transizione energetica, in effetti, ha decisamente a che fare con l’ambiente, ma parlare di sicurezza energetica sembra tanto un modo per mettere del tutto da parte la questione ambientale, che resterà solo nel nome, e fondare un vero e proprio Ministero dell’energia, che – in questi termini – non può che avere interessi più economici che ecologici.

E proprio a proposito di interessi, la nuova veste del Ministero dello Sviluppo economico ha un non so che di nazionalista. Quello che dovrebbe amministrare le attività delle aziende in Italia e all’estero e gestire la politica industriale si trasforma nel Ministero delle Imprese e del Made in Italy, un nome scritto in un’altra lingua per chiarire, invece, l’importanza dell’italianità, della sovranità nazionale. Perché la coerenza è sempre al primo posto.

Ma a rappresentare ancora più chiaramente la vera identità tricolore, il vero sovranismo, ci pensa il nuovo Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. In realtà, in origine questo termine non aveva nulla a che fare con il sovranismo. Anzi, quando fu coniato nel 1996 aveva il nobilissimo intento di orientare la gestione delle risorse alimentari verso la soddisfazione, nel modo più sostenibile possibile, delle esigenze della popolazione, invece dell’aspetto economico e del profitto. Ma la sovranità alimentare del Ministero di Meloni ha proprio a che fare con il sovranismo perché rigetta la globalizzazione e punta a concentrarsi sulla produzione nazionale e tradizionale, anche a discapito di soluzioni più ecologiche e sostenibili. Sempre perché l’ambiente ci sta particolarmente a cuore.

Altri piccoli dubbi sulle buone intenzioni dei nuovi ministeri ci vengono inevitabilmente per quello delle Politiche del Mare e del Sud. Certo, il mare è un elemento importantissimo per l’economia di un Paese che si regge in gran parte sul turismo, e anche per l’identità di un luogo quasi completamente circondato dal Mediterraneo, che ci fornisce vita, cultura, risorse… Ma come si può, dati i precedenti, non avere neanche un minimo sospetto che questo Ministero del mare non abbia anche a che fare con i porti, con il loro stato di apertura o chiusura, con i flussi dei migranti e con le politiche di immigrazione?

Di tutti i nuovi dicasteri, però, i miei due preferiti li ho lasciati alla fine. Perché mi sembrano la più emblematica rappresentazione della narrazione di questa destra per niente moderata. Il Ministero dell’Istruzione aggiunge al proprio nome anche il Merito. Quel ministero che dovrebbe garantire un ottimo livello di istruzione a tutti senza distinzione di classe si servirà del merito, ovvero lo strumento più classista e sfruttante della storia. Si tratta infatti di uno strumento per dividere le persone, per evidenziare la differenza tra chi si spacca la schiena – e, quindi, all’interno della logica capitalista, chi produce senza sosta – e chi invece non lo fa, seguendo le stesse logiche della produzione che hanno coniato l’ingiusto mercato del lavoro di oggi.

Ultimo ma non per importanza è il Ministero della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità. Con questo ultimo sforzo di fantasia, passano dunque in primo piano due concetti che alla destra stanno particolarmente a cuore, quelli rivolti all’importanza della natalità sopra ogni cosa, compresi i diritti delle donne, e della conservazione di quell’idea di nucleo familiare tradizionalista che vuole eliminare l’inclusione e cancellare l’esistenza di tipologie di famiglia diverse, a partire dall’eliminazione dei diritti della comunità LGBTQ+. Si tratta, forse, del più emblematico di tutti i nuovi nomi del governo Meloni, perché palesa l’intento di mettere davanti alle esigenze del Paese la volontà di limitare i diritti delle categorie marginalizzate. Un’esigenza che la destra italiana, che niente ha a che fare con la definizione di centrodestra, ha sempre manifestato.

Come promesso, non è stato necessario fare i nomi dei nuovi ministri, studiarne la storia, la preparazione o l’esperienza per capire la direzione che questo governo prenderà. Per farsi un’idea chiara, è bastato basarsi sulla nomenclatura dei ministeri, espressione di una narrazione che presto contribuirà alla costruzione della realtà. E se quello che avete letto vi ha spaventato, allora non vi invito a dare un’occhiata alla storia politica di coloro ai quali questi incarichi sono stati affidati. Perché rasenterebbe il film dell’orrore.

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