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“Il richiamo di Alma” di Stelio Mattioni e la vita che non basta

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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La casa editrice Cliquot di Roma ha rieditato il romanzo Il richiamo di Alma dello scrittore Stelio Mattioni (1921-1997) considerato dalla critica letteraria come il capolavoro di una delle voci più originali della letteratura triestina della seconda metà del XX secolo. La prima pubblicazione del testo avvenne nel 1980 grazie alla Adelphi, mentre il volume stampato dalla Cliquot è in libreria dal 5 dicembre e contiene una prefazione di Chiara Mattioni e la postfazione scritta da Gianfranco Franchi.

Impiegato e in seguito funzionario in una società petrolifera, Mattioni iniziò la sua attività prima come poeta, con la raccolta La città perduta (Schwarz, 1956), per poi passare presto, e con più successo, alla narrativa, con il libro di racconti Il sosia (Einaudi, 1962). In seguito scrisse diversi romanzi pubblicati dalla casa editrice Adelphi: Il re ne comanda una (1968), Palla avvelenata (1971), Vita col mare (1973), fra i finalisti al Premio Selezione Campiello, La stanza dei rifiuti (1976) e Il richiamo di Alma (1980), anche quest’ultimo finalista al Campiello. Negli ultimi due decenni del secolo scorso, furono pubblicati Il corpo (1985), Sisina e il lupo (1993) e, infine, fu realizzato Tululù, uscito postumo nel 2002.

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mattioniLa trama della storia narrata in Il richiamo di Alma è semplice, lineare e, al tempo stesso, misteriosa e fantastica. Ce la racconta il protagonista, uno studente universitario, figlio di una ricca famiglia triestina ma del tutto estraneo allo stile di vita familiare, tanto che al giovane sembrerà di aver vissuto, fino al tempo degli avvenimenti di cui parla, come un bambino ammalato perché cresciuto in un triangolo relazionale i cui vertici erano rappresentati dalla casa natale, da quella di zia Francesca – una persona diversa che lo accoglierà quotidianamente nella sua piccola casa – e dalla scuola.  

A scuotere il ragazzo dall’anonima esistenza, fatta di giornate sempre uguali e caratterizzata dalla mancanza di un minimo turbamento sentimentale, sarà il richiamo di Alma, una ragazza apparsa un giorno in piedi sulla balaustrata della Scala dei Giganti e ammirata dal giardino della casa-rifugio della zia. Dal momento della visione, lo spazio e il tempo di vita del protagonista acquisteranno senso e vitalità, non fosse altro che per rincorrere una giovane donna sfuggente, persino mutevole – nell’incarnazione delle diverse apparizioni, tra realtà e sogno – attraverso le strade della sua città. Una Trieste rappresentata come luogo fisico della storia ma che diventerà, pagina dopo pagina, soprattutto la scenografia esistenziale dell’intero romanzo.

Chi è Alma? È una donna reale quella che il giovane studente cercherà di rintracciare in giro per la città, incontrandola e perdendola di vista più volte, fino a renderlo incredulo delle sue stesse esperienze? Oppure è un richiamo onirico della sua identità più profonda e del suo desiderio di vita mai vissuta che irrompe nella banale esistenza quotidiana? Tutto questo e altro ancora, probabilmente. Il protagonista-narratore, infatti, inizia il racconto dicendo a se stesso, e al lettore, che la pretesa di non aver avuto dalla vita quello che ci meritavamo è un nonsenso: la vita è. Noi non possiamo chiedere nulla perché poco abbiamo da dare alla commedia umana a cui partecipiamo.

Ne Il richiamo di Alma, l’autore – frequentatore della vita letteraria e animatore del Circolo della Cultura e delle Arti della sua città – mostra la piena appartenenza sia alla tradizione triestina – e il pensiero va subito a Italo Svevo – sia alla più ampia eredità della letteratura mitteleuropea tra fine Ottocento e inizio Novecento di cui fa parte. Quest’ultima caratteristica, al di là del periodo storico riguardante la civiltà rappresentata dal multinazionale mondo asburgico, fa riferimento alla cultura artistica e letteraria e, soprattutto, al senso di perdita dell’identità individuale e sociale che è un’espressione della crisi epocale dell’Occidente, presente anche nei romanzi di Mattioni.

Tra i critici che con più interesse hanno analizzato l’opera dello scrittore, c’è Claudio Magris che ha colto l’essenza della sua espressione letteraria che di certo richiama alla mente Svevo, nella filosofia della narrazione che lo accomuna anche a Franz Kafka e Fernando Pessoa, per quella demonica reticenza della vita, come scrisse sul Corriere della Sera, alcuni giorni dopo la scomparsa dello scrittore. Fu Italo Calvino, tuttavia, a esprimere l’originalità narrativa dell’autore triestino, quando sulla rivista di letteratura Menabò lo definì eccezionale, nel senso che non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza.

L’essenzialità della scrittura e le storie tratte dalla vita quotidiana di anonimi personaggi caratterizzati dal malessere esistenziale, nonché l’irruzione dell’irrazionale e la dimensione fantastica presente all’interno di un impianto narrativo realistico costituiscono i tratti salienti, insomma, della produzione letteraria di Mattioni. D’altra parte, come diceva il già citato Pessoa, la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta. Cerca di rappresentare la realtà del mondo ma anche l’Altro che è in me, la mia esistenza non vissuta e, infine, l’assurda, struggente nostalgia per il sentimento che non ho mai provato.

Prec.

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