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Il reddito di cittadinanza è discriminatorio?

Giusy Santella di Giusy Santella
22 Febbraio 2023
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Ora da Bruxelles vogliono dare il reddito grillino a tutti i migranti: così titola un quotidiano nostrano di pochi giorni fa, ripreso poi sui suoi profili social dal Ministro delle infrastrutture e delle mobilità sostenibili dell’attuale governo, Matteo Salvini. Un condensato di inesattezze che prende avvio dalla decisione della Commissione Europea di avviare nei confronti dell’Italia una procedura d’infrazione poiché considera il reddito di cittadinanza discriminatorio.

Più precisamente, questo e l’assegno unico universale sarebbero discriminatori perché non in linea con il diritto comunitario, e in particolare con il principio che sancisce la libera circolazione dei lavoratori poiché dovrebbero essere pienamente accessibili ai cittadini dell’UE che sono lavoratori subordinati, autonomi, o che hanno perso il lavoro, indipendentemente dalla loro storia di residenza. Questo è quanto si legge nella nota della Commissione che ha destato tanto scalpore e a cui l’Italia dovrà rispondere entro due mesi fornendo le proprie giustificazioni. Diversamente, incorrerà in delle sanzioni se non adeguerà le proprie leggi al diritto comunitario.

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Tra i requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza c’è infatti l’aver soggiornato per almeno dieci anni in Italia, per l’assegno unico universale una residenza ininterrotta di almeno due anni. Ciò, oltre a creare, usando le parole della Commissione, una discriminazione indiretta nei confronti delle persone di cittadinanza europea non italiana, e una discriminazione diretta verso le persone che beneficiano di protezione internazionale, disincentiva anche gli italiani a trasferirsi all’estero poiché, al loro rientro, non avrebbero più diritto al sussidio.

Ricordiamo che il reddito di cittadinanza è stato di recente oggetto di una revisione da parte del governo ad appena poche settimane dal suo insediamento e che ne è stata prevista la sua limitazione, e poi eliminazione a partire dal 2024, per tutte le persone considerate occupabili, ossia coloro che hanno tra i 18 e i 59 anni e non sono invalidi, né abbiano nel proprio nucleo familiare minori o disabili. Si tratta ovviamente di un’occupabilità esclusivamente in astratto se si considerano le reali possibilità di impiego offerte dal mercato italiano e in particolare le condizioni a cui questo viene offerto, rendendo quindi più appetibile un sussidio.

Si possono allora ben immaginare le intenzioni dei rappresentanti politici di fronte alle rimostranze europee e basta, a questo fine, analizzare l’espressione dispregiativa utilizzata da Salvini per commentare la notizia. Quello che da lui viene definito con fare denigratorio reddito grillino – eppure con i grillini Salvini stesso ha portato avanti un’alleanza politica – non deve essere dato, secondo la sollecitazioni della Corte, a tutti i migranti, ma solo a quelli europei e comunque soggiornanti regolarmente – oltre che per un certo periodo – in Italia. Non si tratta, dunque, di una pronuncia particolarmente progressista, considerato che ha messo in risalto una discriminazione davvero palese: se i cittadini europei sono in qualche modo equiparati a quelli italiani per i diritti derivanti dalla normativa comunitaria, allora è chiaro che una limitazione di tale genere sia manifestamente illegittima. Tuttavia, non ci saremmo aspettati molto di più da un Paese che non riesce a riconoscere come italiano chi nasce e cresce sul proprio suolo.

I profili di illegittimità e di violazione dei principi fondanti dell’Unione Europea sono, dunque, numerosi nei confronti delle persone straniere e ben più ampi di quelli messi in risalto dalla Commissione per il RdC. Inoltre, per quest’ultimo, alla luce in particolare delle ultime modifiche, molto ci sarebbe da dire sul rispetto della dignità umana e sulle modalità di lavoro – o schiavitù per definirla meglio – che si incentivano.

Non nutriamo grandi speranze nei confronti di tale iniziativa anche perché le procedure di infrazione della Commissione Europea rischiano spesso di risolversi in un nulla di fatto, o meglio in interlocuzioni solo formali tra le parti. Basti pensare a quelle avviate nei confronti di Stati come l’Ungheria o la Polonia per violazioni molto gravi dei diritti umani e che al momento non hanno comportato l’adozione di alcuna sanzione sostanziale.

Staremo a vedere cosa succederà nei mesi a venire: probabilmente i profili di illegittimità da mettere in risalto erano ben altri, e questo potrebbe non solo peggiorare la vergognosa lotta tra poveri che oramai aleggia nel nostro Paese, ma soprattutto portare a un ripensamento complessivo della misura, che appare invece assolutamente necessaria per soccorrere fasce di popolazione il cui livello di povertà è ancora peggiorato a partire dall’emergenza pandemica.

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