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FlixBus: il caso prende piede in Italia

Rosa Maria Gloria Basanisi di Rosa Maria Gloria Basanisi
9 Novembre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 3 minuti
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È difficile resistere al mercato, amore mio. Di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica. Correva l’anno 2008, quando il gruppo italiano Baustelle diede vita a una delle sue canzoni più celebri, Il liberismo ha i giorni contati, portando così negli mp3 di migliaia di adolescenti le spinose questioni inerenti al mercato contemporaneo, alle borse Dior e al senso di catastrofe percepito in epoca post-liberista. Forse ad alcuni questo brano sarà ritornato in mente in seguito alla diatriba, scatenatasi nel nostro Paese, sulla permanenza del servizio FlixBus, dopo l’approvazione da parte del Parlamento dell’oramai noto decreto Milleproroghe.

Quest’ultimo, difatti, prevede la concessione delle autorizzazioni sulle tratte interregionali per il servizio di trasporto di autobus unicamente a quelle imprese guidate da operatori economici la cui principale attività è il trasporto di passeggeri su strada. Risulta evidente come, da questa logica, siano escluse le piattaforme digitali che offrono viaggi low-cost.

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Sebbene il governo, in seguito a riflessioni ulteriori e all’ondata di malcontento generata dall’emendamento, abbia deciso di fare un passo indietro e abrogare la norma al primo provvedimento utile, la questione ha agitato la popolazione italiana costringendola a porsi alcuni interrogativi e a indagare profondamente in quelle che sono le dinamiche, spesso spietate, del mercato odierno e delle relazioni che intercorrono tra il pubblico e il privato.

In molti hanno riscontrato delle responsabilità nella figura del Presidente nazionale dell’Anav (Associazione Nazionale Autotrasporto viaggiatori) Giuseppe Vinella, il quale ricopre contemporaneamente il ruolo di amministratore delegato di Sita Sud srl e di consigliere delegato della Marozzi srl, società appartenenti al gruppo Finsita Holding Spa e dirette concorrenti di FlixBus in Puglia. Altri ancora credono che ci sia stata da parte di alcuni parlamentari conservatori una sorta di ottusità e diffidenza verso le nuove forme di business, proprio come quella in questione, che nasce da un progetto di giovani ragazzi tedeschi.

Il punto cruciale che richiede una riflessione ulteriore, però, è: perché lo Stato ha preferito escludere direttamente la concorrenza, anziché regolamentarla al fine di tutelare sia i privati che i consumatori? Non viene immediatamente il sospetto che, in questo modo, si voglia mantenere un monopolio piuttosto che dar vita a un’azione di tutela? Se, in effetti, guardiamo la questione dal punto di vista di migliaia di famiglie o di giovani viaggiatori, ci rendiamo conto di come la negazione di offerte low-cost limiti la possibilità di spostarsi a quanti non possono permettersi le tariffe a prezzo pieno di Trenitalia o di altri servizi privati di trasporto su gomma.

Non molti sanno, infatti, che esiste un’Autorità italiana di regolazione e garanzia, l’Agcom, preposta al duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali degli utenti. Essa potrebbe aprire delle inchieste per scoprire se in queste piattaforme digitali vengono compiuti atti illeciti, dopodiché chi ha commesso l’irregolarità andrebbe sanzionato economicamente. Se, in caso contrario, non dovessero essere rintracciate illegalità, si dovrebbe intervenire all’interno del segmento di mercato specifico per stabilire delle regole adeguate. Ad esempio, i privati che garantiscono trasporti su lunghe tratte, quelle interregionali, con i sovvenzionamenti dello Stato dovrebbero calmierare i prezzi stabilendo un prezzo minimo e un prezzo massimo, calibrando le tariffe in base ai costi di percorrenza. In questo modo, non sarebbe in difetto chi ha prezzi bassi (FlixBus), bensì chi ha prezzi troppo alti e ci specula sopra, traendo guadagno sia dalla tasche dei consumatori che dai contributi statali. Sarebbe opportuno chiedersi perché non si sia preferito percorrere la via delle indagini, piuttosto che quella dell’esclusione della concorrenza. Forse perché, si sa, quando si indaga su uno si indaga su tutti e quando si vincola uno si vincolano tutti. Questo ragionamento non deve essere stato gradito a chi, pur dovendo garantire dei servizi trasparenti e a favore del cittadino, evidentemente non aveva voglia di mettersi in discussione.

Appare, allora, ovvio che la difficile resistenza nei confronti del mercato alla fine riguarda sempre coloro i quali vengono schiacciati dalle logiche del sistema, ossia i consumatori, costretti a spendere moltissimo per muoversi nel proprio Paese o a viaggiare per tempi lunghissimi su autobus low-cost. È sempre a loro che viene chiesto un sacrificio e che vengono tolte delle possibilità, e sulla cui vita si continua a lucrare senza sosta. È giunto il momento di chiedersi, quindi, fino a che punto FlixBus costituisca il vero problema o la vera soluzione, in un Stato che non sa utilizzare i propri strumenti di garanzia e che non tiene conto delle necessità del suo popolo.

Prec.

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