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“I segreti di Wind River” e la frontiera americana tra realtà e illusioni

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Cinema
Tempo di lettura: 3 minuti
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Grazie al cinema all’aperto dell’Estate in città, abbiamo recuperato la visione de I segreti di Wind River di Taylor Sheridan, un’opera che nell’edizione 2017 del Festival del Cinema di Cannes vinse il Premio per la Migliore Regia, nella sezione Un certain regard. Già noto come attore e soprattutto come sceneggiatore, l’autore ci offre un’impeccabile dimostrazione di quello che viene denominato “cinema di frontiera”. Dai dettagli della vita materiale e sociale alle scene di azione sulle innevate montagne del Wyoming, in effetti, il regista americano mostra di avere un grande mestiere, con un’opera attenta, che non dimentica di approfondire le psicologie dei personaggi e il loro retroterra familiare, sociale e culturale.

Il racconto filmico ci mostra la vita e la morte nella riserva per i nativi americani di Wind River, un abisso di degrado esistenziale, dove Cory Lambert (interpretato da Jeremy Renner) lavora come guardiano e impiega la maggior parte del suo tempo nella ricerca e nell’eliminazione degli animali predatori, come i lupi e i puma, che mietono vittime tra gli animali degli allevamenti. Un giorno, il protagonista ritrova, inaspettatamente, il corpo congelato di Natalie, una giovane donna che è stata picchiata e violentata, prima di riuscire a fuggire per poi trovare la morte, stroncata dalla temperatura gelida tra la neve delle montagne. Da Las Vegas, quindi, arriva Jane Banner (interpretata da Elizabeth Olsen), una giovane agente della FBI, che si ritrova a fronteggiare una situazione ostile sia per l’ambiente naturale sia per il mondo sociale “a parte” della riserva, che nella sostanza dei rapporti quotidiani è lontano dalla forma della legge o anche della semplice convivenza civile. Con passione e determinazione, tuttavia, la giovane donna chiederà a Corey di aiutarla, grazie alla sua conoscenza dei luoghi e della vita quotidiana, a ricercare il “predatore” dalle sembianze umane che ha provocato la morte di Natalie. Il finale è spiazzante, ma aderente alla descrizione di un paesaggio fisico e soprattutto umano spietato dove, come dice il guardiano alla inesperta agente, o si sopravvive o si soccombe e la fortuna non c’entra nulla.

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Insieme alle sue precedenti scritture – per i film Sicario di Denis Villeneuve del 2015 ed Hell of High Water di David Mackenzie del 2016 – Sheridan ha composto una “trilogia della frontiera”, nella quale il disagio ambientale è inseparabile dal male morale delle relazioni umane fondate sull’individualismo, la sopraffazione e la violenza. Il regista critica in maniera esplicita l’assurda ghettizzazione materiale ed esistenziale dei nativi americani, con qualche eccesso narrativo legato soprattutto alla sovrapposizione del dramma personale del protagonista – una figlia adolescente morta in una situazione analoga a quella su cui si indaga e che ha distrutto per sempre la sua vita familiare – con quello della sfortunata Natalie e dell’ambiente familiare dal quale la ragazza voleva fuggire.

Sheridan unisce un grande ritmo narrativo a una tensione drammatica che ci accompagna per l’intera visione. Oltre alla serrata rappresentazione scenica dei fallimenti dell’illusione della democrazia e della libertà in una parte del grande paese americano, in quest’opera, più che nelle altre scritte per il cinema, è presente la tragica concezione dicotomica natura/cultura. Magnificamente rappresentata dalle immense distese montuose, colme di neve e a una temperatura così bassa che si può passare dalla vita alla morte in un attimo, la natura è e basta. Il male dell’esistenza, infine, sembra raccontarci il film, dipende dal sistema dell’organizzazione sociale degli uomini che si è da tempo separato dall’ambiente naturale o ci vive soltanto per sfruttarlo e poi abbandonarlo a sé stesso, così come fa con i più deboli dell’arena societaria – emarginando, ad esempio, gli anziani della comunità e le nuove generazioni senza futuro – nell’assurda convinzione di un benessere solo materiale e di una salvezza del tutto personale.

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