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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.4)

L’ossessione sessuale dal Primo Quaderno

La questione più importante è la salvaguardia della personalità femminile: finché la donna non abbia veramente raggiunto una indipendenza di fronte all’uomo, la questione sessuale sarà ricca di caratteri morbosi e bisognerà esser cauti nel trattarla.

Gramsci individua nella debolezza economica della donna una ricattabilità. Una fragilità che pone la questione sessuale come un ennesimo territorio di lotta politica. La povertà della donna rispetto all’uomo, la stessa povertà di alcuni ceti sociali rispetto ad altri, colloca la figura femminile al centro di potenziali soprusi. È un fenomeno che spesso e in diversi ambiti Gramsci definisce compressione alla quale, fisiologicamente, segue una reazione.

Studiare i fenomeni che comprimono la società evita quelle reazioni di sopraffazione che vedono, in questo caso, trasformare il corpo della donna in un elemento di proprietà privata o in territorio di prepotenza. Non si tratta solo di sfruttamento di corpi umani, con i fenomeni di prostituzione e sottomissione, ma di una società che spinge la donna verso livelli di alienazione che la identificano, a tratti, come elemento di riproduzione, a tratti, come “ninnolo” di svago. Questa alternanza non è sempre determinata dalla sua volontà, anzi: spesso è la sottrazione di volontà espropriata dalla cultura cattolica e patriarcale.

Lo stesso matrimonio, pur se basato sul presunto consenso, pone interrogativi: è un negozio privato che si legittima nell’atto sessuale o nel matrimonio stesso? La sua ipotetica disgregazione riguarda la famiglia, come luogo di diritti/doveri verso il coniuge e verso i figli, oppure la rottura di una funzione sessuale? Così la riproduzione, elemento centrale della sopravvivenza, assume però parametri di subordinazione economica, oltre che una sussidiarietà rispetto ai contesti dei singoli. Nelle campagne, dove la mano d’opera ha bisogno di un minore apprendistato, diventa facile fare figli. In città, dove spazi e professioni sono non naturali, la determinazione a procreare è vincolata a varie combinazioni, altrettanto non naturali.

Lavoro e sessualità sono connessi tra loro da molteplici aspetti, alcuni di sopraffazione, altri di coercizione culturale. Studi di allora hanno dimostrato che patriarcato e fanatismo religioso determinano humus sociali dove l’incesto è molto frequente: un’indagine parlamentare sul Mezzogiorno stabiliva al 30% la percentuale di famiglie incestuose in Abruzzo e Molise. Chiaramente questa sessualità bestiale, nelle città, trovava altri canali di realizzazione. Ma, non per questo, meno ingiusti.

Gramsci individua molti dualismi che evidenziano dinamiche di prevaricazione: vecchi/giovani, residenti/immigrati, datori di lavoro/lavoratori. È chiaro che nello stesso concetto di subalternità, di rapporti di tipo verticale, si nascondono insidie di fascinazione che, pure apparendo spontanee, non lo sono. Come un meccanismo per velocizzare manifestazioni di integrazione e realizzazione, attraverso però la mercificazione del proprio corpo. Del resto, in molte guerre del passato all’uccisione dei maschi sconfitti seguiva la spartizione delle donne in qualità di schiave e/o concubine, proprio da destinare alla duplice funzione di procreatrici di nuovi schiavi, ma senza identità e memoria e ninnoli di svago.

Ma, pur nel progresso della società, l’attenzione alla repressione e regolamentazione delle funzioni sessuali è una vera “ossessione”. Gli industriali nordamericani si interessano alle relazioni dei loro dipendenti. Spesso si giustifica questa forma di morbosità nascondendola dietro dettami moralistici o religiosi. Falso: non può esserci lavoro intenso produttivo senza una regolamentazione dell’istinto sessuale.

Esempio

Una volta una mia amica si è imbufalita con una diva del cinema che denunciava una molestia dopo decenni. Insisteva su tre aspetti: non era stata praticata alcuna violenza carnale; la diva non era in condizione di paura, ma voleva semplicemente la parte che il produttore le aveva prospettato; perché aveva aspettato tanto?

Se analizziamo attraverso il pensiero di Gramsci questo episodio, la mia amica ha torto. La coercizione è insita nel mercanteggiare corpo/ruolo cinematografico. La fascinazione coatta, frutto di subalternità, di per sé è una violenza, sebbene non carnale. Il peso emotivo, il senso di colpa, lo stesso rimanere in condizione di fragilità professionale rendono difficile la denuncia, fino a che queste condizioni di ricattabilità persistono.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.1)

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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.4)
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