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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: religione e lotto

Redazione di Redazione
23 Agosto 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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La religione, il lotto e l’oppio del popolo dall’Ottavo Quaderno

Circa ottomila anni prima di Cristo già esistevano sistemi per distillare i liquori. Ma tutto fa presupporre che l’anelito a uscire dalla realtà sia praticamente nato con la realtà stessa. Paure e ansie nell’evoluzione della specie si sono anch’esse evolute, ma non hanno mai lasciato il compito di essere le nostre ombre. Gramsci è molto attento a questa forza oscura, che sia essa a tratti distruttrice o redentrice; unisce la storia del singolo, quanto dell’umanità intera, nello stesso identico spasmo irrazionale.

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Trasformare paure e ansie individuali in “sentimenti popolari”, e quindi condivisibili, rappresenta anche quel motore illogico che può tanto innescare fanatismi, quanto rivoluzioni. Dunque, tentare di creare un triangolo di forze collettive e individuali, dove religione, lotto, oppio del popolo, nelle loro tantissime variabili possibili, rappresentano i tre lati del triangolo stesso, è un tentativo gramsciano di leggere la fragilità umana ma, al tempo stesso, di superarla.

Che cosa è il lotto? Gramsci utilizza la fulminante descrizione di Matilde Serao: dove sono tutte le cose di cui esso è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo, e la biancheria per la moglie, e il cappello nuovo per il marito.

Un sogno raggiungibile giocando una monetina: un gesto che assume il suo valore terapeutico non tanto nella difficilissima probabilità della vittoria, quanto nella certezza assoluta della ripetitività ossessiva del sogno, attraverso il lotto, appunto. Si gioca per sognare, quindi, e non tanto per vincere. Stesso discorso assume carattere collettivo con la religione, dove è nel rito stesso che risiede l’ossessività di un’idea di salvezza eterna, contrapposta alla paura della morte e al peso della vita. Per molti il credere diventa come una scommessa, quante volte abbiamo sentito la frase: cosa perdi ad andare a messa?.

Tutto sommato, religione, lotto e oppio servono a riempire i vuoti che ognuno di noi, in proporzione diversa, ha dentro. Quella vertigine di senso che riusciamo a colmare solo attraverso la fuga dalla realtà: sia essa un sogno di riscatto immediato e materiale, sia essa un anelito all’eterno, sia essa semplicemente un allontanamento dal percepirsi. Quel qui e ora che ci condanna a un’insostenibile leggerezza che, per alcuni, diventa a tratti intollerabile.

Ogni epoca ha le sue “droghe” e i suoi “circhi”, siano questi legati a sogni terreni o ultraterreni, alterazioni mentali o trascendentali, sballi sfrenati o mistici, poco importa: perché è la fragilità dell’uomo che ci rende santi e poeti, certo non la meschina contabilità del quotidiano. Però è nella traslazione di forze intime e ulcerose a collettive e formative, di percorsi di redenzione ultraterrena personali a volontà condivise di costruire un mondo libero e giusto, che risiede lo sforzo di canalizzare queste energie che, invece, spesso vengono ignorate o etichettate con superficiale snobismo.

Che i tanti mascherotti nicciani in rivolta contro tutto l’esistente, contro le convenzioni sociali ecc. Abbiano finito collo stomacare e col togliere serietà a certi atteggiamenti è verissimo, ma non bisogna lasciarsi guidare dai mascherotti nei propri giudizi: l’avvertimento della necessità di essere sobri nelle parole e negli atteggiamenti esteriori è fatto perché ci sia più forza sostanziale nel carattere e nella volontà concreta.

La sobrietà come valore assoluto, laddove l’occhio della miseria diventa passione sorda, universalmente condannata, universalmente tollerata. La lotteria come simbolo di un degrado che sviluppa una speranza vana, fatua, ma che rende tollerabile l’orrore della povertà. Un “lampo” che invade di luce livida quotidiani meschini e tetri, dove si aspetta il giro fortunato e già l’avere il biglietto in tasca rende meno arduo il vivere.

La stessa famosissima citazione di Marx trae spunto e origine dall’espressione oppio del popolo di Balzac, di cui Marx era grandissimo estimatore. Così, in un parallelismo degno della sua intelligenza, Gramsci associa il Ventre di Napoli della Serao a Balzac, passando per Croce e Pascal: si lumeggia il gioco del lotto come il grande sogno di felicità che il popolo napoletano rifà ogni settimana.

Un popolo sconfitto, umiliato, condannato al perpetuo teatrino della gleba affamata e primitiva, da una delle classi dirigenti più cannibali e arretrate del mondo occidentale. Un popolo che, però, sogna ogni settimana il terno magico, per l’unico riscatto che riesce a immaginare. Follia collettiva che adesso, invece, mostra i suoi denti aguzzi ogni minuto: lotto, dieci a lotto, lotto istantaneo, lotto ogni cinque minuti, enalotto, simbolotto, euro jackpot. Una mattanza etica che, da una parte arricchisce lo Stato e gli esercenti, dall’altra perpetua con malvagità l’illusione che la vita sia per molti solo l’attesa vana di un giro di fortuna.

Connessione del lotto e della religione, anzi della superstizione verso qualche particolare santo; la vincita dovrebbe essere una particolare grazia del Santo o della Madonna (la vincita mostra che si è stati eletti).

Contributo a cura di Luca Musella

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