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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: deliquescenza

Deliquescenza (languido, molle, sdolcinato, struggente) dal Terzo Quaderno

La debolezza cronica dei partiti italiani crea, da sempre, un’enorme confusione tra agitazione e propaganda che in altri termini si chiama mancanza di principi, opportunismo, mancanza di continuità organica, squilibrio tra tattica e strategia ecc. Questo è in parte dovuto a quello che Gramsci definisce come deliquescenza strutturale, ma anche nella gelatinosa struttura economica e sociale del Paese. I partiti sono la nomenclatura delle classi, ma non lo sono in chiave meccanica e automatica, anzi tentano continuamente di manipolarle e assoldarle. Ed è qui che l’agitazione diventa pura propaganda e non coesione sociale e lotta per il miglioramento delle condizioni di vita.

Il governo ha infatti operato come un partito, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzare gli interessi e le attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere una forza di senza partito legati al governo da vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo. Citazione piuttosto inquietante, visto che Gramsci non poteva prevedere il succedersi di governi tecnici e la soft dittatura dei migliori e delle banche.

Consenso, coscienza, urgenza nella vita di un Paese passano, ma solo casualmente, dalle urne perché vengono decisi e strutturati in un altrove oscuro dove, come in un gioco delle parti, si smette di rappresentare gli interessi della base il giorno dopo le elezioni. Gramsci cita le dittature (sostanziali, ma non tecnicamente tali) di Depretis, Crispi, Giolitti e le associa al vizio italico del trasformismo. Noi, volendo attualizzare il problema, possiamo soffermarci sui governi tecnici e sull’anomalia ideologica di una sinistra rosa confetto, di fatto guerrafondaia e contro ogni interesse dei lavoratori.

Il gioco della democrazia dovrebbe essere altro: Le classi esprimono i partiti, i partiti elaborano gli uomini di Stato e di governo, i dirigenti della società civile e della società politica. Ma, alla base di questo meccanismo c’è una corrispondenza, un’utilità legata a queste funzioni. Quando questo ingranaggio produce uomini vincolati solo ai propri interessi o alle lobby di appartenenza, salta lo stesso concetto di rappresentanza e, quindi, di democrazia.

Gramsci, ancora una volta, pone l’accento sulla formazione, senza la quale è inutile esprimere giudizi morali sulle quaglie di ogni tempo. Quindi scarsità di uomini di Stato, miseria della vita parlamentare, facilità di disgregare i partiti, corrompendone, assorbendone i pochi uomini indispensabili. Quindi miseria della vita culturale e angustia meschina dell’alta cultura giustificano, anzi, causano il degrado paludoso in cui Gramsci scriveva e noi, purtroppo, ancora viviamo. Il giorno per giorno, con le sue faziosità e i suoi urti personalistici, invece della politica seria.

È un ragionamento che mette i brividi. Un quadro torbido che, invece di far crescere una classe dirigente, crea mezzetacche di buona presenza e da retorica dozzinale, ma scollegate dal sentire del Paese e dal senso di appartenenza: quadri apolitici, idonei come burattini, a rappresentare qualunque cosa.

La burocrazia così si estraniava dal paese, e attraverso le posizioni amministrative, diventava un vero partito politico, il peggiore di tutti, perché la gerarchia burocratica sostituiva la gerarchia intellettuale e politica: la burocrazia diventava appunto il partito statale-bonapartistico. La soft massoneria, per intenderci, che attraverso una piramide di potere, non collegata a nulla se non a se stessa, domina la vita italiana con le sue regole demenziali e vessatorie, frutto di incompetenza e, spesso, di collusione.

Gramsci, invece, costruisce la sua immaginaria piramide di potere attraverso una stratificazione dell’identità politica: una diffusione capillare di conoscenze e competenze. Quasi una piramide capovolta, dove anche i leader sono obbligati a percorrere i binari della coerenza politica e della appartenenza di classe. I quadri intermedi, per territorio e competenza, diventano il fulcro dell’azione politica, in una coesione totale, fisica e identitaria.

Qualche giorno fa un amico mi ha inviato il discorso di Berlinguer ai funerali di Pio La Torre, assassinato dalla mafia il 1982, insieme a Rosario Di Salvo. Mi hanno impressionato due passaggi di Berlinguer: individuava con chiarezza le strategie future dei poteri occulti nel voler convivere con i poteri mafiosi, nell’estremizzare l’atlantismo italiano, nel voler delegittimare l’Unità di Italia e lo stesso mondo del lavoro. Ma rassicurava con fermezza che, anche se avevano ammazzato Pio La Torre, il Partito Comunista l’avrebbe impedito. Risultato: hanno liquefatto il partito, sancito la nascita della sinistra rosa confetto e realizzato questo intento. Ricordava, poi, il giorno del terremoto in Irpinia e la forte reazione emotiva di Pio La Torre, trasformatasi in furia organizzativa. Risultato: la mattina dopo, in Irpinia, arrivarono migliaia di volontari comunisti da ogni parte d’Italia, solo dopo, molto dopo, tutti gli altri.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

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