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Elisabetta II, altro che sovrana neutrale

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
12 Settembre 2022
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Elisabetta II, la sovrana più longeva della storia d’Inghilterra, è mancata nella sua casa di Balmoral, in Scozia, lo scorso 8 settembre. Novantasei anni d’età, settanta di regno, con la scomparsa di Sua Maestà si è chiuso definitivamente un secolo straordinario sotto qualsiasi aspetto (storico, politico, culturale): il Novecento.

Celebrata come icona pop dall’intero star system mondiale, Lillibet – così come la chiamavano da bambina – è stata l’esatto opposto della nonnina di cui tutti, oggi, dipingono il tenero ritratto. La Regina Elisabetta è stata l’ago della bilancia che ha determinato le sorti non soltanto del Regno Unito, quanto dell’intero pianeta, e svilirne il peso politico in favore di qualche sorridente foto di famiglia è, innanzitutto, un torto a una straordinaria donna di potere, quanto un furto compiuto ai danni della Storia.

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Era il 1952 quando la venticinquenne Elisabetta indossò la Corona che era stata del padre Giorgio VI, anni – i primi del proprio regno – scanditi da un forte legame con l’allora Premier Winston Churchill (che nei riguardi della giovane età della sovrana nutriva un certo scetticismo) e dalle politiche colonizzatrici che si abbatterono sull’Africa, in particolar modo sul Kenya.

Spesso rappresentata nei panni di un notaio imparziale, la custode di una funzione poco più che simbolica, Elisabetta sfruttò, invece, ogni occasione per esercitare il suo illimitato potere, influenzando politica, leggi e abitudini, sempre a suo piacimento, sempre a tutela della monarchia.

In primo luogo, la regina adoperò il suo straordinario status per osteggiare il comunismo europeo a favore dell’Occidente. Nel 1961, in Ghana, visitò il Paese mentre sul territorio si contendevano l’influenza sul continente l’America e l’Unione Sovietica; allo stesso modo, si recò pochi anni più tardi tra i confini della Germania dell’Ovest al fine di stimolare un confronto tra l’Europa controllata dagli alleati e la parte governata da Mosca. 

Nel 1979 affidò le chiavi di Downing Street alla Premier Margaret Thatcher, dando di fatto il via a uno dei periodi più grigi della storia di Londra. Tra privatizzazioni e la repressione adoperata verso i minatori del Centro Inghilterra, Elisabetta II si fece complice del primo governo liberista d’Europa, un esecutivo mai così sordo alle politiche sociali e soffocante verso le istanze degli operai.

La neutralità di Elisabetta II, però, non restò tale di fronte ai tentativi dell’opinione pubblica di influenzare il governo affinché rendesse conto, ai sudditi, dei costi di Buckingham Palace. Secondo un’inchiesta del Guardian del 2021 (riportata in un recente articolo da Rolling Stone), la regina adoperò le procedure di revisione delle leggi che avrebbero potuto interferire con gli interessi dell’impero finanziario della Corona circa un migliaio di volte, spesso osteggiando quei provvedimenti. Così facendo, ha sempre nascosto la verità sui possedimenti della monarchia al popolo del Regno Unito, anche per quanto concerne i movimenti finanziari che avevano arricchito la propria famiglia.

Con il passare degli anni, l’ingerenza di Elisabetta nelle questioni vitali per i confini UK influenzò in maniera decisiva anche il referendum sull’indipendenza scozzese del 2014 e, poco dopo, quello ancor più subdolo della Brexit. Con una sua improbabile dichiarazione – evento assai raro, e spesso associato a messaggi alla nazione in occasione delle feste sacre o straordinari eventi politici – la sovrana segnò l’esito di una consultazione popolare che avrebbe cambiato il volto del Regno e, chissà, avrebbe messo fine al governo della Corona per come oggi lo conosciamo.

Spero che la gente rifletterà molto attentamente sul futuro, disse a ridosso della chiamata alle urne per difendere il proprio controllo su Edimburgo e le Highlands, su quella Scozia che amava anche più della sua terra natia. E, chissà, non è un caso che l’ultima mano stretta a due giorni dalla propria scomparsa sia stata quella di Liz Truss, nuovo Primo Ministro britannico che nella Brexit – proprio come il suo predecessore Boris Johnson – immagina il ripristino di quell’impero disgregatosi sotto i colpi delle varie lotte d’indipendenza, oggi controllato sotto il ricatto del Commonwealth. Un cerchio che sembra chiudersi nello stesso modo in cui, nel 1952, si era aperto al mondo, mostrando la magnificenza della bandiera britannica a discapito di qualsiasi altra nazione. Costi quel che costi.

Certo, il nome della sovrana non può non coincidere anche con un impeccabile senso di devozione verso la nazione e il suo popolo, spesso a discapito proprio di quell’armonia familiare che – come scritto in apertura – in queste ore viene rispolverata per dare lustro all’ultimo viaggio di Elisabetta, con il nuovo re, Carlo III, a farne le spese più di chiunque altro.

Alla regina d’Inghilterra vanno resi gli onori della Storia e poste le tante domande inevase, come quelle su Lady Diana, sulla cui tragica morte Lillibet non si espresse mai se non formalmente, su consiglio dell’allora Capo del governo Tony Blair.

Insomma, un’esistenza, quella di Elisabetta, che ha segnato più di un’epoca, che ha inciso sulla vita di centinaia di milioni di persone, che ha scandito lo scorrere della Storia, e che lascerà il segno ancora negli anni a venire, quando la monarchia sarà chiamata alla prova di sopravvivere alla mancanza di un’icona ingombrante, di una sovrana tutt’altro che immobile.

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