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Direttori di musei in quindici minuti: la politica arrogante

Francesca Testa di Francesca Testa
12 Giugno 2017
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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L’8 gennaio del 2015 il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha indetto una selezione pubblica per il conferimento dell’incarico di direttore di venti importantissimi musei italiani. Tra i candidati selezionati sette sono cittadini dell’Unione Europea – di cui tre tedeschi, due austriaci, un britannico e un francese – secondo la procedura di cernita internazionale prevista dalla riforma Franceschini.

Una riforma, quella del ministro, fallimentare, da smontare completamente e verso cui, attraverso due sentenze, il Tar ha puntato il dito a causa dei fin troppo “frettolosi” colloqui per i possibili meritevoli di incarico.

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Il Decreto Legislativo 30 marzo 2001 n.165 afferma che i dirigenti di Stato devono avere la nazionalità italiana, una legge che il ministro Dario Franceschini ha chiaramente ignorato. Il reclutamento da parte del Ministero di personale qualificato straniero non sarebbe visto come problema – data la fama nel mondo dell’arte e della cultura del Bel Paese – se fosse stabilito dalla legge. Così come le figure italiane sono ricercate all’estero, allo stesso modo qui in Italia potrebbe essere considerata una marcia in più l’acquisizione di addetti ai lavori provenienti da ogni dove. A ogni modo, dicevamo, il Tar del Lazio ha effettuato dei rilievi proprio in merito al concorso svolto dal Ministero dei Beni Culturali. Rilievi che, però, non hanno riguardato soltanto la nazionalità dei concorrenti, ma anche altre due questioni importanti: la limpidezza dei colloqui e le assegnazioni dei punteggi.

I colloqui orali sono stati svolti a porte chiuse, senza possibilità di controllo, alcuni di questi addirittura via Skype. La tutela della trasparenza in democrazia, che vuole che tutti i concorsi pubblici debbano essere, appunto, pubblici, è stata così infranta.

Anche per quanto riguarda i criteri di assegnazione del punteggio risultano esserci state delle irregolarità che non tornano. A tal proposito, la sentenza n. 06171/2017 si è così espressa: Tali riflessioni, accompagnate dalla oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla “decina” è avvenuto ben dopo la individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione: infatti, mentre (come si è già più volte ricordato) il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei 20 punti (al massimo), da assegnare nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella “decina”, sono stati definiti nella seduta dell’11 luglio 2015 quando già erano noti i nomi dei candidati scrutinandi nell’ambito del colloquio.

A conti fatti, quindi, l’intera questione appare mossa da una fretta mediatica utile soltanto a uno scopo: poter dire di aver apportato cambiamenti concreti e utili nell’ambito dei beni culturali. Un gioco truccato, dunque, visto che colui che ha diretto gli Uffizi per tantissimo tempo non è riuscito a ottenere un punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al ministro, mentre altre persone, dai profili non propriamente idonei, sono state selezionate per dirigere musei importanti e di grande spessore.

Un esponente politico, Franceschini, che invece di pensare alla “figura” che fa l’Italia nel mondo, dovrebbe preoccuparsi di rispettare le leggi e far sì che la trasparenza nella democrazia venga rispettata. Sempre.

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