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Crisi di governo: quanto vale la credibilità?

Sorda all’invito del Presidente della Repubblica che nel classico discorso di fine anno ha parlato di costruttori, la politica di casa nostra, distruttrice per eccellenza, è pronta a farci precipitare nell’inedita versione della crisi di governo in tempi di pandemia: nulla di diverso dalle altre, se non fosse per il fatto che sta per arrivare un’incredibile mole di risorse economiche in un colpo solo – come mai dal dopoguerra a oggi –, siamo nel limbo delle diverse ondate che si susseguono senza sosta e bisogna predisporre un piano di ricostruzione.

Lasciando da parte le pulsioni politicamente devastatrici di Matteo Renzi, i motivi ufficiali per cui il senatore di Rignano sta spingendo sempre più verso la crisi sono, su tutti, la gestione dei 209 miliardi del Recovery Fund e la delega ai servizi segreti che il Premier vuole tenere per sé. Quanto al primo punto, il leader di Italia Viva ritiene che i circa 15 miliardi di euro destinati alla sanità siano insufficienti e che si debba accedere anche al MES: in effetti, suona piuttosto strano scoprire che nella bozza circolata la sanità sia tra le ultime voci di spesa, tuttavia alle risorse presenti nel Recovery e destinate al settore in questione vanno aggiunte quelle da investire nell’edilizia sanitaria e nell’efficientamento degli immobili pubblici. Dunque, una cifra sicuramente diversa. Quanto alla delega sui servizi segreti, invece, Conte dà il via a una nuova prassi, dal momento che i suoi predecessori si sono affidati a propri collaboratori di fiducia (Berlusconi a Letta, Renzi a Minniti). Una scelta certamente insolita che, tuttavia, è nelle prerogative del Presidente del Consiglio, al quale basterebbe semplicemente illustrarne le motivazioni in Parlamento.

E se da una parte IV parla di un eccesso di centralità da parte del Premier, dall’altra insiste sul fatto che non si possa delegare tutto ad Arcuri, a partire dal piano per i vaccini che, sempre a detta di Renzi, sarebbe meglio venisse gestito da un manager di alto livello. Non sappiamo a chi si riferisca, però vale la pena far notare che già sulle task-force è stata fatta sin troppa confusione: cosa succederebbe, dunque, se si nominassero tanti commissari per ogni ramo dell’attuale emergenza?

Nulla di illegittimo se una forza di maggioranza pensa che chi la rappresenta non sia in grado di prendersi carico delle responsabilità e nulla di inusuale conoscendo l’artefice di questo disegno politicamente criminoso. Quello che ci rende perplessi è se, in effetti, gli eventuali sostituti siano più in gamba nel gestire il momento in cui viviamo. D’altronde, parliamoci chiaro, le alternative sono più o meno sotto gli occhi di tutti: un governo tecnico con la grande ammucchiata, dove ci sia spazio per chiunque, magari a guida Draghi – che, in verità, in questi mesi non ha mai rilasciato alcuna dichiarazione in tal senso –; un governo di centrodestra con la stampella di Italia Viva che, finalmente, si troverebbe nel suo habitat naturale e Renzi che coronerebbe il sogno di governare – stavolta ufficialmente – con Silvio Berlusconi; oppure, ipotesi che in molti escludono, un ritorno alle urne, con l’elevato rischio di contagi che recarsi ai seggi implicherebbe.

Da qui alla realizzazione di questi ipotetici scenari, passa ovviamente la parlamentarizzazione della crisi. Come un déjà-vu, Conte dovrebbe presentarsi a Montecitorio e accertare la fiducia all’esecutivo che, ammesso il voto negativo del partito di Renzi, potrebbe trovare i soliti responsabili. Questi, infatti, più per motivi di pancia che per motivi di cuore, potrebbero preferire arrivare alla fine della legislatura piuttosto che giocarsi il posto, considerando che nella prossima avremo 365 parlamentari in meno. Una volta arrivati a questo punto, però, i diversi protagonisti della partita non metterebbero in ballo solo poltrone, alleanze e strategie varie, ma anche un altro aspetto che gli elettori potrebbero tenere particolarmente in considerazione: la credibilità.

Partiamo dal Partito Democratico, che ha tentato di ricostruirsi una verginità proprio all’interno di questa compagine di governo, dimostrando, seppur tra tante incertezze e contraddizioni, di essere meno autoreferenziale rispetto ai trascorsi, ritornando a interloquire pure con chi si trova alla sua sinistra. I timidi passi in avanti, attestati anche dai sondaggi e dai risultati alle ultime elezioni, rischierebbero, tuttavia, di essere neutralizzati dalla partecipazione a un governissimo o, peggio ancora, a un’alleanza con Forza Italia e IV: a questo punto, il PD tornerebbe a essere visto come la solita casta, disponibile a governare a ogni costo.

Situazione simile, ma un po’ più delicata, è quella del MoVimento 5 Stelle, la cui base, disorientata dalle tante correnti, sembra aver trovato in Giuseppe Conte un autorevole leader. Abbiamo notato come in questi anni il successo o il fallimento dei grillini sia stato direttamente proporzionale alla compattezza dei loro elettori: quando questi sono stati presenti nella vita del partito riempiendo le piazze, i pentastellati hanno collezionato un successo dopo l’altro. Quando, invece, i loro rappresentanti si sono persi nei palazzi che contano, si è disgregato anche il rapporto con la base, non riuscendo più a intercettarne l’umore. Proprio per questo, non verrebbe mai capita una sfiducia all’attuale Presidente del Consiglio o l’ingresso in un governo con Berlusconi, Salvini (di nuovo) e così via. Se così fosse, il M5S sarebbe destinato a una rapida estinzione.

Un po’ più a sinistra, Liberi e Uguali, partito di cui fa parte il titolare del Ministero più importante degli ultimi dieci mesi, sorprenderebbe se contribuisse a staccare la spina e a spartirsi qualunque poltrona con la destra. In questo caso, infatti, sarebbe più che lecito pretendere la fine di quelle costanti scissioni che caratterizzano la compagine in oggetto, creando partiti e partitini, giocandosi ogni tipo di credibilità.

Non dobbiamo dimenticare, comunque, che il principale protagonista della vicenda resta Giuseppe Conte. Parlavamo dell’esigenza di salvaguardare la faccia: ecco, proprio lui dovrebbe sapere più di tutti cosa significhi, essendosene costruita una affrontando Salvini vis-à-vis, in maniera trasparente e decisa il 20 agosto 2019, e avendocela messa sempre, anche commettendo errori, soprattutto in questo ultimo anno. Per tali motivi, è lui quello che in termini di credibilità rischierebbe di più, accettando rimpasti che suonino come contentini per Renzi. La mossa migliore per l’avvocato foggiano sarebbe fare quello che sa fare meglio: presentarsi in Parlamento, dire le cose come stanno e verificare se abbia ancora la fiducia delle Camere, senza promettere nulla a chi dovesse decidere di sostenerlo. Solo così, a prescindere dai risvolti, potrebbe salvarsi la reputazione.

Quanto alle altre facce, a Renzi, Salvini, Meloni e ai tanti che stanno contribuendo a questo pericoloso momento di crisi, è inutile persino starne a parlare. Se ne avessero avuta una, avrebbero smesso già da parecchio di fare i politicanti.

 

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