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L’omofobia diventa reato: i progressi svizzeri e l’arretratezza italiana

Chiara Barbati di Chiara Barbati
10 Marzo 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Di bullismo e discriminazione il mondo è pieno, ma mentre le lotte per razze e religioni hanno secoli di storia alle spalle, esistono forme di emarginazione moderne con cui è ancora faticoso fare i conti. Omofobia e transfobia sono in cima alla lista di quelle discriminazioni che appaiono nuove ai nostri occhi, ovviamente non perché in passato l’umanità sia stata più tollerante o perché prima non esistessero persone omosessuali o transgender, ma perché le repressioni delle innumerevoli sfumature della natura umana sono sempre state tanto forti da non poter emergere alla luce del sole.

La colonizzazione dei popoli inferiori, la schiavitù, le crociate e le altre guerre di religione hanno tinto di rosso i libri di storia per secoli, rendendo l’uomo contemporaneo più affine a tali temi – anche se questo, ovviamente, non scongiura in alcun modo le disparità tuttora presenti e la vera e propria fobia dell’altro. Ma i temi dell’orientamento sessuale e di genere sono stati seppelliti tanto a fondo nelle coscienze, che appare ancora difficile parlarne e affrontarne le conseguenze su culture e società, le quali si dimostrano piuttosto incapaci di gestirli anche a livello legislativo, molto più di quanto avvenga per altre forme discriminatorie.

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Arriva dalla Svizzera l’ultimo successo in tema di parità e uguaglianza: lo scorso 8 febbraio la cittadinanza ha espresso, tramite un referendum, l’appoggio a una legge che equipara l’omofobia agli altri reati di incitamento all’odio. L’introduzione della discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale come reato nel codice penale rappresenta una vittoria sotto due punti di vista. Non solo tutela e riconosce i diritti di una consistente fetta di popolazione – si stima il 2.7% di quella mondiale – ma, come se non bastasse, arriva per volontà popolare.

Il referendum, in realtà, è stato acclamato dalle forze di destra, nel tentativo di opporsi alla revisione della legge sostenuta dal governo poi approvata dal 63% della popolazione. Secondo il nuovo provvedimento, adesso offese pubbliche, incitamento all’odio e discriminazioni saranno punite con alcuni anni di reclusione o sanzioni pecuniarie. Varrà, però, solo negli spazi pubblici, che non potranno negare l’accesso sulla base dell’orientamento sessuale, mentre non è applicabile in ambito familiare o tra amici.

La nuova legge rappresenterebbe il primo passo verso l’istituzione di matrimoni tra persone dello stesso sesso e l’adozione: un provvedimento su tali tematiche sta infatti attraversando l’iter parlamentare, dimostrando la tendenza progressista del Paese, in contrapposizione con l’Unione democratica federale, il partito che intende combattere per difendere i valori cristiani, e la popolazione delle zone rurali della Svizzera centrale e orientale, in cui si è concentrata la maggior parte dei votanti in opposizione alla norma.

Il Paese sembra puntare, quindi, ad adeguarsi alla tendenza europea, decisamente più attenta a temi di questo tipo. L’incitamento all’odio su base omofobica è infatti considerato reato punito con sanzioni carcerarie o pecuniarie in Francia, Islanda, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia e USA. Per ciò che concerne l’omofobia come forma di discriminazione, invece, esistono norme in 22 Paesi europei, nonché in alcuni degli Stati Uniti, in Canada, Australia, Nuova Zelanda e alcuni Paesi dell’America Latina. La posizione generale del mondo occidentale tende, quindi, verso la tutela della comunità LGBT dalle politiche dell’odio che animano il nostro mondo e, soprattutto, punta al riconoscimento di diritti di quelle persone che, in altri luoghi e in altre epoche, sono state vittime di violenti canoni repressivi.

Ma mentre la Svizzera – e non solo – fa i suoi passi in avanti nell’accettazione della diversità, una diversità che non dovrebbe più essere considerata anormale, l’Italia resta ancora molti passi indietro. Lo Stivale è infatti sprovvisto di leggi che puniscano chiaramente episodi di omotransfobia. Sul tema della discriminazione si fa riferimento all’articolo  3 della Costituzione, che sancisce parità tra i cittadini senza distinzioni di sesso, razza lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, e alla Legge Mancino, che si oppone ad alcune forme di discriminazione legate all’ideologia nazifascista. In nessuno dei due casi, però, si fa esplicito riferimento alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale che, nonostante fossero presenti nella prima formulazione della legge, sono state rimosse dal testo.

Ma non è solo in quest’ambito che l’Italia resta indietro. È ancora pressoché impossibile, almeno a livello normativo, l’adozione di prole da parte di famiglie omogenitoriali. La stessa Legge Cirinnà, grande conquista per i diritti degli omosessuali, ne garantisce l’unione civile, un tipo di legame che si differenzia dal matrimonio già nel nome, come a volerne mortificare l’uguaglianza.

Le difficoltà della stepchild adoption e gli ostacoli al matrimonio omosessuale si inseriscono nel clima di un’Italia poco tollerante, difficilmente incline all’accettazione e alla legittimazione del diverso che, anche nei suoi successi, si rivela in parte fallimentare. E mentre il resto d’Europa avanza – lentamente – nella direzione della parità, da noi ci abituiamo sempre di più a sentir parlare di vuoto legislativo, soprattutto in relazione ai temi di diritti e tutela delle minoranze.

Prec.

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