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Citizen journalism: i casi in cui i social fanno bene

È il 15 gennaio 2009 e Janis Krums è a New York, su un traghetto che naviga il fiume Hudson. Mentre l’imbarcazione percorre la sua tratta, Janis si fa testimone di un evento senza precedenti. Il volo US Airways 1549 è decollato da cinque minuti quando lo scontro con uno stormo di uccelli danneggia inevitabilmente l’aereo, che non riesce a riprendere quota. L’impresa del pilota che compie un ammaraggio privo di vittime nel fiume Hudson è certamente grandiosa, tanto da ispirare Sully, il film con Tom Hanks diretto da Clint Eastwood. Ma, forse, per la storia a seguire, l’impresa di Janis Krums è ancora più grandiosa. L’uomo riprende la scena dell’aereo che galleggia nell’acqua e la posta in tempo reale sul neonato Twitter, contribuendo alla nascita di quello che oggi chiamiamo citizen journalism: è la prima volta che un privato cittadino riprende una notizia in diretta e batte i media sul tempo, diffondendo le immagini in tempo reale sul sito di microblogging.

Krums probabilmente non credeva di star cambiando la storia, e aveva solo voglia di condividere sui social quella scena incredibile a cui stava assistendo. In effetti, la sua non è stata di certo la prima volta in cui un privato cittadino ha fornito una testimonianza di un evento importante, ma la prima in cui ha potuto diffondere autonomamente la notizia, senza alcuna mediazione di autorità e media. L’evento in sé non ha rappresentato un episodio di quelli che cambiano la storia. Eppure, è stato un antenato del cambiamento, perché molto più recentemente, circa un anno fa, un’altra privata cittadina ha ripreso qualcosa di incredibile e, grazie alla prontezza con cui ha acceso la videocamera e il coraggio di postare il girato su Facebook, qualcosa nel mondo è cambiato.

Parliamo di Darnella Frazier, la ragazza di diciassette anni che il 25 maggio 2020 ha ripreso e diffuso una scena terribile, una scena tristemente famosa impressa nelle menti di ognuno di noi: l’omicidio di George Floyd. Se quell’asfissiante ginocchio e quelle strazianti parole hanno mosso proteste in tutto il pianeta, è grazie al video di una donna di passaggio. Grazie a lei, tutto il mondo ha potuto osservare l’ingiusta e razzista violenza della polizia. Grazie a lei, il movimento Black Lives Matter ha ricominciato a marciare e grazie a lei i gravissimi errori di alcuni uomini in divisa hanno ottenuto la giusta condanna. Per questo, seppur si tratti di una cittadina, di una ragazza che passava di lì per caso, Darnella ha ottenuto una menzione speciale del Premio Pulitzer a causa dell’enorme contributo che ha fornito al giornalismo e alla comunità.

Il video che ha girato e pubblicato su Facebook per mostrare al mondo l’orrore che il razzismo stava compiendo sotto i suoi occhi è stato premiato dalla commissione perché ha stimolato le proteste contro la brutalità della polizia in tutto il mondo, evidenziando il ruolo cruciale dei cittadini nella ricerca della verità e della giustizia da parte dei giornalisti. Le piattaforme social sono piene di difetti, ne abbiamo parlato moltissime volte, e il giornalismo è una professione con regole precise che non può essere fatto senza l’adeguata preparazione. Per questi motivi e per molti altri, le piattaforme social e il citizen journalism sono spesso condannati dal media tradizionali, che vedono le minacce – al loro lavoro, ma anche alla diffusione di notizie attendibili – che questi mezzi comportano. Eppure, senza di essi, la società vivrebbe ancora come qualche decennio addietro.

Il 25 maggio 2020 non era certamente la prima volta che un privato cittadino riprendesse una scena di brutalità della polizia contro una persona afroamericana. Anzi, il primo episodio risale alla notte del 3 marzo 1991, quando George Holliday riprese con la sua videocamera, nascosto dietro le tende delle finestre di casa, le trentatré manganellate che dei poliziotti stavano infliggendo a Rodney King, un tassista afroamericano che dopo un inseguimento non si era opposto all’arresto. Il video di Holliday, nei giorni seguenti, fece il giro di tutte le emittenti locali, scatenò un’indignazione che ancora oggi ci è familiare, eppure nessuno degli agenti coinvolti fu condannato. Certo, erano tempi diversi – solo trenta anni fa – nella giuria non c’erano neri e all’epoca forse c’era ancora meno sensibilità rispetto a oggi riguardo ai temi del razzismo sistemico. Eppure, non è solo questo il motivo per cui il video di Holliday non ha avuto lo stesso esito del video di Darnella Frazier: la grande differenza sta, probabilmente, nella viralità. Nella possibilità per i singoli utenti di controllare il materiale girato, di diffonderlo autonomamente su piattaforme che ne consentono la propagazione su larga scala, anche più dei mezzi di comunicazione di massa come le televisioni e i telegiornali.

Non è tutto oro quello che luccica, certo. I social media non sono sempre veicolo di informazioni corrette e anzi sono spesso responsabili di disinformazione: l’abbiamo imparato a nostre spese nell’ultimo anno, avendo a che fare con temi delicati, a partire dal razzismo fino a giungere alla pandemia. E anche la tendenza a vivere con il telefono appiccicato alla mano, pronto a registrare, servendoci di quello che ormai ha smesso di essere uno strumento ed è diventato un’appendice del nostro corpo, è solo una delle malsane abitudini dettate dall’era dei social. Ogni lato negativo del citizen journalism dipende dal fatto che quella mediazione tra un evento e la sua narrazione cessa di esistere, una mediazione importante perché effettuata da professionisti in grado di dare il giusto contesto ai fatti riportati.

È troppo facile incorrere in errori, disinformazione, distorsioni dei fatti e parzialità quando chi riporta le notizie non è un professionista e le piattaforme che le diffondono non hanno una politica chiara ed equa. Ma in alcuni casi, casi come quello di George Floyd, di Darnella Frazier e del video che ha potuto girare e diffondere, in casi che diventano sempre meno rari, si percepisce la potenza di un mezzo che non solo permette maggiore visibilità a temi altrimenti lasciati nell’ombra, ma che ha il potere di incidere positivamente sulla giustizia e cambiare l’esito della realtà. A tal punto che se i poliziotti che hanno picchiato Rodney King sono stati tutti assolti, all’omicidio di George Floyd è seguita, finalmente, una condanna.

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