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Il caso Made in Cloister: la cultura sotto sequestro

Zaira Magro di Zaira Magro
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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L’installazione site-specific The Shower dell’artista giapponese Tadashi Kawamata aspettava ancora per qualche tempo il pubblico dell’ex chiostro di Santa Caterina al Formiello, ma le quattromila cassette di legno da cui essa è costituita sembra siano destinate, anche oggi, ad attendere per molto: gli abitanti della città, infatti, avrebbero dovuto poter fruire della mostra – inaugurata il 14 maggio con la curatela di Demetrio Paparoni – fino al 5 di agosto, ma allo stato attuale essa non potrà essere visitata nella sua interezza fino a nuova comunicazione a causa di una verifica in corso da parte della magistratura in merito alle autorizzazioni edilizie.

In data 30 maggio 2017, infatti, la Polizia Municipale della sezione Antibusivismo ha proceduto al sequestro dell’ex chiostro, che la Regione Campania aveva dato in comodato d’uso alla Fondazione Made in Cloister.

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La struttura, divenuta un opificio ai tempi di Ferdinando di Borbone al fine di produrre lana e divise militari e soggetta a un lungo periodo di decadenza con l’Unità di Italia, nel 2002 entrò a far parte del progetto di riqualificazione urbana dei quartieri del centro antico – che copre l’area da Caponapoli a Porta Capuana – sotto la tutela del Grande Progetto Unesco.

A decidere di investire sul quartiere di Porta Nuova, dove l’ex chiostro è ubicato, fu proprio la Fondazione Made in Cloister, la quale acquistò dalla Regione i diritti sull’officina che il luogo era diventato. Il risultato dei lavori di restauro aveva permesso al chiostro di riscuotere un discreto successo tra i fruitori d’arte partenopei, in linea con l’obiettivo primario delle azioni di riqualifica della fondazione, quale l’introduzione nel centro martoriato di Napoli di “un germe di cultura” che desse nuova vita a tutta l’area di Porta Capuana divenuta Patrimonio dell’Unesco nel 1995.

Il suo cortile e i suoi portici hanno ospitato nel corso dei mesi di attività mostre molto eterogenee, a cominciare da quella dell’artista di fama internazionale Laurie Anderson, moglie del cantante Lou Reed, il quale mobilitò come sponsor il crowdfunding internazionale volto a finanziare parte dei lavori di bonifica. Grazie alla piattaforma Kickstarter, infatti, la fondazione ebbe modo di raccogliere settantacinquemila sterline.

Al suo interno coesistono, inoltre, le botteghe di artisti e maestri artigiani napoletani la cui competitività sul mercato è promossa dall’iniziativa Cloister education, improntata sul place branding come strumento di recupero del patrimonio manifatturiero a tutto tondo: trovano spazio nell’iniziativa, infatti, officine di stampa, restauro, pelletteria, ceramica, strumentistica e oggettistica, tra i quali figurano anche i fiori di carta della signora Titina Ferrigno, personaggio molto singolare del quartiere di San Gregorio Armeno.

L’azione riqualificativa risponde inevitabilmente all’esigenza di dare un alone di contemporaneità  a saperi che stanno scomparendo, così come voluto per il quartiere anche da associazioni come la Rendano Association, che decise di puntare su Lanificio25 per attuare una politica di coesione tra mondo artistico e attività locali. A differenza di quest’ultimo, però, l’ex chiostro non sembra essere stato assorbito in modo fluido nel tessuto urbano del quartiere.

A smuovere le acque in cui la Fondazione Made in Cloister navigava è stato un esposto del parroco di Santa Caterina a Formiello, don Carmine Amore, il quale si è fatto portavoce – a suo dire – di un sentimento comunemente diffuso tra gli abitanti del quartiere di Porta Capuana.

Il malcontento sembra sia stata la deriva discotecara della fondazione rappresentata dall’architetto Antonio Martiniello dello Studio Keller e dai coniugi Rosalba Impronta e Davide De Blasio della Fondazione Tramontano Arte. Il parroco, dichiarandosi preoccupato per gli affreschi del Quattrocento che, secondo lui, avrebbero risentito delle vibrazioni dovute alla musica troppo alta, ha smosso la comunità, che ha reagito esibendo incartamenti che fanno riferimento ad abusi, al momento presunti, sui quali indagherà la magistratura.

Viene forse da chiedersi, nell’attesa di scoprire l’esito delle indagini, quale sia il valore della cultura, quando essa deve essere concepita in modo del tutto nuovo: alla sacralizzazione dell’arte, si sostituisce la sua economizzazione. Il bene assoluto, in un’atmosfera in cui la civiltà viene creata attraverso merci, diviene l’oggetto strumentale con cui creare. Esiste managerialità nella cultura?

Investire sull’ex chiostro significava farne un luogo di aggregazione, mentre remarvi contro – in mancanza di concrete prove – significa farne il capro espiatorio di un malcontento che nel quartiere è ben radicato e che risente dei tentativi da parte dei suoi abitanti di ricevere attenzione dalle Istituzioni.

Per avere cultura, ci si deve preoccupare di produrre capitale umano e Made in Cloister si configurava come una scommessa sul futuro, una sfida al rassicurante bisogno di guardare al passato perché rappresentazione di una partita già vinta.

*Foto: Pagina FB Made in Cloister 

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