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“Capannone n. 8”: lo sfruttamento intensivo venduto come progresso

Fabiana Stornaiuolo di Fabiana Stornaiuolo
2 Aprile 2021
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Quindici anni e un bivio. Il presente in mezzo. Dietro, una madre affettuosa, una vita, la scuola. Davanti, un uomo orfano di paternità. Si chiama Capannone n. 8 ed è la storia di un’adolescente e di miliardi di galline nel mondo. Di un sistema al collasso, di rinascite dolorose e di un solo, singolo errore, che cambia il corso di un’intera vita.

La quindicenne si chiama Janey, ed è con lei che il romanzo comincia. Janey che baratta New York con l’Iowa. Janey che ha le gambe stanche, il cuore che si agita. Janey che cerca un padre. E purtroppo lo trova. Perché da lì si dividerà in due: la vecchia e la nuova sé, in un racconto doloroso e vero. Tutto quello che farà dipenderà da quel preciso momento. Con i piedi sulla polvere, le nocche sulla porta, il padre di fronte, Janey ha appena segnato non solo il suo, ma il destino del mondo.

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È una storia di connessioni, quella raccontata da Deb Olin Unferth, che unisce le azioni della protagonista al pulviscolo sospeso, i genitori finalmente liberi, […] per quanto compressi e incasellati dai loro schermi, perché ogni cosa è collegata e concorre al risultato. E le galline, ovviamente. Ammassate e a perdita d’occhio, la loro sorte si lega a quella della protagonista, per una serie di reazioni a catena che non sveleremo per non peccare di spoiler. È proprio qui che la ragazza, ormai adulta, farà forse il suo incontro più importante: Cleveland, cresciuta dalla babysitter Olivia, mamma di Janey.

capannone n. 8Cleveland è addetta al controllo della best practice per la sicurezza del consumatore e il benessere delle galline, quando la figlia di Olivia inizia a lavorare al suo fianco. Un nuovo percorso comincia come inizia la vita: lo schiudersi di un uovo. Ma quelle che vediamo in Capannone n. 8 – perché è un libro che fa vedere – sono uova sterili. Centinaia, migliaia, milioni di uova (quaranta ogni anno) senza vita che cresce. Nate per nutrire. Ecco come si sfamano 7 miliardi di persone ogni giorno: Una dozzina di uova e il povero mangia come il ricco. Il sogno americano. La soluzione democratica. […] È scienza. È filantropia. L’etica della sopravvivenza. Il sostentamento della civiltà. La missione della Fattoria Felice dei Green.

Contravvenendo alla legge Bavaglio che vieta di diffondere notizie sull’allevamento, Cleveland scatta foto. Dietro l’obiettivo, galline assembrate dietro le griglie, galline con ferite aperte, galline con uteri prolassati, galline morte dentro un bidone in un ammasso sanguinolento. L’ispettrice diventa investigatrice, svelando al lettore i segreti nascosti dietro la sua spesa, mentre trascina con sé Janey in una spirale rivoluzionaria e avvincente.

Un libro duro che non fa sconti, nemmeno agli animalisti, nemmeno agli investigatori sotto copertura. Più di tutti, non fa sconti alla vita, descritta nella sua ruvida bellezza ricca di contraddizioni, lotte, inciampi, piccole vittorie dietro grandi sogni. E non fa sconti al sistema: non corrotto, malato, della stessa perversione che porta all’autolesionismo. L’uomo che progetta con zelo il proprio massacro.

Difficile trovare un romanzo più attuale, selezionato dall’occhio acuto della casa editrice SUR, nella sua collana dedicata alla cultura in lingua inglese. L’autrice va dritta al punto con la sua penna precisa, senza sbavature. Gioca con i destini, incrocia personaggi e tempi. La narrazione lineare è arricchita da flashback, mentre lo sguardo disincantato sul mondo di oggi si concede una previsione visionaria di futuro: la costanza della rinascita.

Sembra di leggere la storia di un filo d’erba cieco al disastro, che si fa strada in una crepa nel cemento. Il filo d’erba è Janey, le galline e più in grande la vita, il pianeta, noi; il cemento è l’essere umano dalle tasche piene e il futuro vuoto, lo sfruttamento intensivo di risorse pubblicizzato sotto il nome di progresso.

L’ultima uscita BIGSUR trova la sua forza nella capacità di nascondere una denuncia sociale dentro una storia immaginaria ma verosimile, densa di sottile ironia. Un libro che dovremmo leggere tutti perché ci riguarda da vicino. L’autrice, infatti, diffonde consapevolezza e spunti di riflessione, non solo importanti ma decisivi: Un tempo mangiavamo uova giusto due o tre volte all’anno, ma adesso sono ovunque: escono dagli allevamenti nazionali a un ritmo allarmante, settantacinque miliardi all’anno. I cittadini devono mangiarne il più possibile. È un dovere patriottico. Dobbiamo infilarle in tutti i pasti, in tutte le pastelle, in tutti gli impasti, in tutti i pani, in tutte le creme e le salse […] Ma non sarà comunque abbastanza. […]. Dobbiamo mettercele in faccia, nei capelli. Potremmo macinare i gusci e farne dentifricio.

Il consumatore non sa che negli allevamenti di ovaiole si macinano vivi i pulcini maschi, inutili, e le femmine sopravvissute sono mutilate dei becchi da una ghigliottina rovente. Come fare altrimenti? Centinaia di galline concentrate in un piccolo spazio possono ferirsi; e, in effetti, si feriscono e muoiono e spesso si decompongono in mezzo alle colleghe che covano, senza sosta.

Unferth ci lascia un’importante ammenda: I polli non svilupperanno mai le mani, non raggiungeranno mai altezze tali da rendere possibile la distruzione di massa. Vivranno. Eccola, la nostra svolta, il nostro bivio. Noi come Janey divisi tra due possibili futuri e un passato che non lascia scelta. La scelta è oggi, vita o morte nei gesti quotidiani, piccoli, come piccolo è il pulviscolo atmosferico che si fonde al tutto.

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