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Il Fatto

Armi e Stati Uniti: un pericoloso diritto costituzionale

Il diritto dei cittadini americani a possedere armi da fuoco è sancito dal secondo emendamento della Costituzione: Una milizia ben organizzata è necessaria alla sicurezza di uno Stato libero e dunque il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere violato. In almeno venti stati è consentito ottenere il porto d’armi anche ai pregiudicati per reati violenti e l’età minima per acquistare una pistola o altro varia dai 18 ai 21 anni. Addirittura, nello stato federato dello Iowa, di recente il Parlamento ha approvato una legge che consente ai bambini sotto i 14 anni di possedere e usare una pistola, un revolver o delle munizioni sotto la supervisione di un genitore perché ritenuto importante prendere dimestichezza fin da piccoli con questi strumenti.

Nel 2021, oltre 40mila sono stati i morti per arma da fuoco. Centoventi pistole ogni cento abitanti, il dato più alto al mondo. Numeri che tuttavia non allarmano la Corte Suprema, la stessa che ha acconsentito a quanto deciso sulle interruzioni di gravidanza a partire dalla sesta settimana di gestazione in Texas, lo stato della recente tragedia alla Robb Elementary di Uvalde con il massacro di diciannove bambini e due adulti per mano di un diciottenne munito di fucile e pistola. Lo stato della difesa della vita a senso unico secondo la particolare filosofia del repubblicano Greg Abbott, feroce antiabortista per niente preoccupato di quanto accade a danno dei minori.

Un’altra carneficina, quella texana, certamente non l’ultima, dalla solita inutile liturgia che da anni si sussegue con le immancabili citazioni bibliche e le promesse di intervento dei Presidenti americani, come Joe Biden, di rientro da una visita alla fabbrica di armi Javelin della Lockheed Martin Corp. – «È un qualcosa di cui possiamo essere orgogliosi, molti genitori stanno chiamando i loro neonati Javelin o Javelinia» – per recarsi poi sul luogo della strage ad accarezzare le foto delle povere creature.

E non poteva mancare al rituale dell’ipocrisia l’ex Presidente Trump, che ha partecipato al raduno annuale della National Rifle Association di Houston dove, dopo i consueti rimandi religiosi, ha dato la sua originale ricetta per evitare il ripetersi delle morti degli innocenti: «La risposta alla strage è armare tutti gli insegnanti». Non c’è che dire, una dichiarazione coerente e in linea con l’assalto armato a Capitol Hill dei suoi sostenitori che costò la vita a cinque persone e diversi feriti, il cui mandante ha contestualmente dichiarato che si ricandiderà nel 2024. Nulla di diverso, dunque, da quanto già registrato in passato con i precedenti inquilini della Casa Bianca, che niente hanno fatto per limitare l’uso delle armi o prevenire tanta violenza che, secondo le statistiche fornite dal Gun Violence Archive, lo scorso anno ha registrato il record assoluto di sparatorie, circa 690, con oltre 1500 bambini e adolescenti uccisi in un Paese con circa 357 milioni di armi nelle mani di 332 milioni di cittadini.

Nel corso dell’ultimo biennio, quello della pandemia, la vendita di armi ha avuto una crescita esponenziale, e proprio lo stato del Texas ha registrato un notevole aumento su una presenza già considerevole, così come in Florida, Georgia, North e South Carolina, Minnesota e Maryland. Ma qual è l’atteggiamento degli americani rispetto al tema? È parte integrante del DNA l’esigenza di auto-proteggersi mediante il possesso di un’arma oppure riguarda soltanto una parte di questo grande Paese considerato strenuo custode dei principi di democrazia e libertà? I dati sembrano dire altro.

Secondo un sondaggio della Pew Research Center del 2021, il 48% della popolazione statunitense ritiene che il possesso di un’arma costituisca un serio problema, il 24% non lo ritiene preoccupante, il 22% un problema marginale e per appena il 6% non è affatto un problema. Percentuali che appaiono lievemente confortanti in relazione all’opinione della maggioranza degli americani che in alcuni stati vede una netta concentrazione favorevole all’utilizzo delle armi. Secondo i dati forniti da Statista, il 50% delle persone armate è repubblicano mentre il 21% è democratico.

Fin qui il tema della violenza in relazione alle stragi continue in contesti affollati dove l’effetto assume toni eclatanti ed esplicitamente visivi, contrariamente a quanto avviene nei conflitti sparsi per il mondo inseguendo l’inaccettabile filosofia dell’esportazione di democrazia o in aiuto a parti in conflitto per meri interessi personali. Guerre lontane, passate e presenti, che non sembrano interessare l’opinione pubblica americana; quindici conflitti che hanno significato l’impiego di soldati USA negli ultimi cento anni e la partecipazione occulta ad altre guerre con la fornitura di armi, mezzi e fiumi di denaro, arsenali stracolmi da svuotare per fare spazio alla crescente produzione.

Certamente gli armamenti e il loro potenziamento sempre più aggressivo non riguardano soltanto gli USA, anche se questi sono tra i maggiori costruttori e artefici del traffico internazionale di armi in ottima compagnia del nostro Paese. Così, lontani anni luce da un auspicabile disarmo globale, unica via per il dialogo e la pace, la prossima conferenza degli Stati parti del trattato di proibizione delle armi nucleari di fine giugno a Vienna costituirà un primo timido passo. A tal proposito, l’Italia finora ha dato un contributo al dibattito approvando in Commissione Esteri della Camera il principio di disarmo globale che fa a pugni con il voto parlamentare di sostegno, anche armato, all’Ucraina.

Ipotizzare che l’unica responsabilità delle continue stragi sia da addebitare unicamente alla libera circolazione delle armi è, però, alquanto limitativo. Occorre diffondere e lavorare per una cultura della pace, del dialogo, dell’uso della diplomazia tra gli Stati che passa, oltre che dal principio di disarmo globale, soprattutto dai temi che interessano la difesa della Terra e dell’ambiente che pare siano diventati di secondo ordine in questi tempi di guerra, di distruzione e massacri di bambini e adolescenti, come quelli in Texas, con una matrice unica di violenza e l’aggiunta di interessi economici che allontanano la pace avvicinando sempre più il pericolo di espansione del conflitto.

A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia. – Danilo Dolci

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