Cultura

Archetipi, nazismo esoterico e cultura pop

In principio era l’Ombra. L’oscurità, il nemico. Se chiudete gli occhi, riuscirete a vederla nel buio: è il mostro sotto al letto, il demone sul soffitto, il lupo che attende con le fauci sanguinolente. Ha molteplici forme, l’Ombra, e tutte hanno infestato i nostri incubi primordiali. L’umanità ne è terrorizzata, ma non riesce a farne a meno: ne ha popolato fiabe, miti, racconti. Ancora oggi la possiamo scovare in fumetti, film e romanzi – nulla evolve senza lei. Si tratta dell’archetipo più inquietante delle nostre narrazioni: il male personificato. È l’antagonista, l’incarnazione di tutto ciò che la nostra società teme e disprezza, un’icona simbolica potente e necessaria. È stata così chiamata, Ombra. da Carl Gustav Jung e con una ragione precisa: è il nostro specchio. Ogni essere umano ha dentro di sé un lato violento, ossessivo, possessivo, pronto a sconvolgere la nostra normalità.

Spesso, come meccanismo di difesa, neghiamo la sua esistenza, proiettando l’Ombra all’esterno. Il male non è umano, non ci appartiene, è dei nemici, dei demoni. Perciò, attraverso un auto-esorcismo, releghiamo l’Ombra fuori da noi – almeno nelle nostre storie – e la confiniamo nel ruolo del mostro, del selvaggio, dell’essere sovraumano. Anche quando l’antagonista è un uomo, ha caratteristiche fuori dal comune: deformità, psicosi, tratti bestiali. In questa aberrante parata di cannibali, diavoli e pagliacci, spicca una figura particolare: quella del nazista. Spicca perché diversa da ogni altra, eppure perfetta. Nessuna divisa suscita odio e timore quanto quella del Reich, nessuna entità è così disturbante. Di fronte agli orrori del genocidio, è impossibile non chiedersi: come è potuto succedere? È stata una psicosi di massa, una possessione collettiva che ha trasformato postini e ragionieri in crudeli torturatori? E avrebbe potuto cogliere anche me?

Gli echi di questi dubbi non sono svaniti: sono dappertutto, nel ruolo del nazi-antagonista. Nel 1941, la Timely Comics pubblicò il primo numero di Captain America. In questo albo, il super soldato Steve Rogers prende a pugni Adolf Hitler, segnando il primo debutto del Führer nel mondo dei comics. Ci tornerà spesso: sarà lui a creare il nemico principale di Captain America, il gerarca nazista Teschio Rosso. Un personaggio affascinante, che incarna perfettamente l’archetipo dell’Ombra, del Doppelgänger. Schmidt – il vero nome del gerarca – è lo specchio negativo di Captain America: come lui, diventa un superuomo per caso. Schmidt era un cameriere qualsiasi, che si trovò a servire al tavolo del Führer in persona. Hitler, preso da un furore ideologico, affermò che poteva trasformare chiunque nel superuomo ariano perfetto, anche quel piccolo cameriere insignificante. E così fu.

Steve Rogers – il nostro Captain America – è un ragazzo magro, bruttino, anonimo. Viene scelto a caso per un esperimento del governo americano e, grazie a un siero, diventa un super soldato. Stessa origine, stessa dedizione alla causa, stesso patriottismo: i due sono uguali e più che mai opposti. Le loro caratteristiche sono esageratamente binarie: l’eroe è forte e biondo, dalla mascella squadrata. Il cattivo è mostruoso, crudele, orribilmente deturpato. Il suo viso perde ogni tipo di umanità in uno scontro con l’eroe, tramutandosi in uno scorticato teschio scarlatto. Chiunque può diventare il male personificato e chiunque l’eroe ma, una volta intrapresa una strada, si diventa altro rispetto all’umanità che conosciamo. Le loro vite scorrono in parallelo, in qualsiasi momento storico il Teschio ritorna dai morti attraverso pratiche esoteriche o genetiche per essere l’inseparabile ombra del Capitano. Si innesta in corpi robotici, infetta e possiede le menti delle sue vittime, propagandosi in esse come un cancro.

La demonizzazione di Schmidt è completa. Ne parlammo in un articolo precedente, rendere il nemico sovraumano è una forma di deumanizzazione, utile alla propaganda in ogni tempo e luogo. E l’archetipo del demone nazista ha attecchito molto bene nell’immaginario comune, giustificato da una tendenza esoterica effettivamente esistente tra le fila del Reich. Molti esponenti del nazionalsocialismo si formarono nella Thüle Gesellschaft, congrega occulta neopagana. Tra i suoi ispiratori, l’ex monaco cistercense e ariosofo Adolf Josef Lanz e la celebre medium e occultista Helena Petrovna Blavatsky. Il primo fondò l’Ordo Novi Templi, una setta di cavalieri templari antisemiti, mentre la seconda sosteneva di essere in contatto telepatico con i Maestri Sconosciuti, i sopravvissuti di una razza antica nascosta nelle viscere della Terra. Da questo calderone di racconti sul Graal, paganesimo nordico, religioni orientali e mistificazione runica, nacque il mito di una razza eletta e antica, quella ariana.

Fu la Thüle Gesellschaft ad adottare per prima la svastica, trasformando un antichissimo simbolo solare presente in tutte le civiltà indoeuropee nell’icona di un genocidio. Curioso come Hitler abbia scelto una svastica con gli uncini rivolti a destra e non a sinistra: in alcune culture, questa modifica aveva il significato esoterico di mutare in cattiva sorte l’auspicio della croce uncinata. La svastica nazista assumeva così il carattere di simbolo di tramonto, di morte, di decomposizione, di decadenza, doppelgänger di quella buddhista. La Società Thule è apparsa in Hellboy di Guillermo del Toro, in Fullmetal Alchemist – The Movie, in Supernatural e nella fortunata saga Wolfenstein, diventando la matrice dell’archetipo del nazista esoterista. Maghi, astrologi, veggenti e indovini non mancarono mai alla corte del Führer, che assecondava le manie occultiste dei suoi fedelissimi.

Nella saga di Indiana Jones, il nazismo esoterico è centrale. Le avventure dell’archeologo hanno plasmato l’immaginario di milioni di bambini, marchiando a fuoco la cultura pop degli anni Ottanta. E i nazisti di Lucas e Spielberg erano ossessionati con l’occultismo e alla ricerca di mistici manufatti. Il Professor Jones si è scontrato con loro più volte, impedendo che si impadronissero dell’Arca dell’Alleanza e del Sacro Graal. E il Graal il Terzo Reich l’ha cercato davvero. Otto Rahn, studioso della storia delle eresie medioevali, fu arruolato a forza nelle S.S. per ordine diretto di Heinrich Himmler, il fedelissimo gerarca del Führer. Himmler sovvenzionò le sue ricerche archeologiche in Francia, a Montségur, dove riteneva fosse nascosto il sacro calice che aveva custodito il sangue di Cristo.

Himmler era ossessionato dal Sacro Graal, convinto che la reliquia potesse rendere onnipotente e immortale il Terzo Reich. Il gerarca convocava le sue fedeli S.S. nel castello di Wewelsburg e con loro praticava le presunte liturgie occulte dei Cavalieri della Tavola Rotonda, dei Cavalieri Teutonici e dei Templari. E, proprio come i Cavalieri di Re Artù, istruiva la sua guardia armata nella ricerca del Graal, arrivando a fondare la Ahnenerbe, un’agenzia specializzata in ricerca sull’occulto. Gli agenti dell’Ahnenerbe però non erano solo sulle tracce del sacro calice, ma viaggiavano dagli altipiani del Perù alle terre remote del Tibet alla ricerca di resti di civiltà perdute e portali verso altre dimensioni. È lo stesso mito perpetrato dalla Thüle, quello degli Antenati Ancestrali: popolazioni elette che avrebbero generato la razza ariana e che ora si nascondevano in terre mitiche e nascoste.

La Germania nazista ha vissuto fuori del tempo e dello spazio: magia, miti, leggende, epopea atavica, esoterismo, occultismo e scienza si sono fuse assieme, suggestionando la popolazione tedesca. In realtà, anche quella europea: tre volte Papa Pio XII avrebbe tentato di esorcizzare Hitler a distanza e per tre volte sentì di aver fallito. Albert Speer arrivò a scrivere che al termine del conflitto il popolo tedesco si risvegliò come da un incantesimo. Nel saggio Wotan (1936), Jung scrisse che Hitler era posseduto dall’archetipo dell’inconscio collettivo ariano: sentiva la voce della sua razza e le obbediva. Ecco di nuovo l’Ombra, quella chiusa in ognuno di noi: Jung riconosceva che il popolo tedesco era fragile, bisognoso di ispirazione, di unione e di vendetta. Per questo, aveva resuscitato nell’inconscio collettivo gli antichi dei pagani, e li aveva manifestati nella realtà. No, Jung non credeva che Hitler fosse davvero un semidio, ma che il popolo tedesco aveva bisogno che lo fosse, e ci credette con tutte le sue forze.

La storia non è una successione cronologica di eventi casuali: è fatta da uomini, quindi causata da scelte, atti psichici, inquietudini, nevrosi, paura. Così, Jung ha messo sul lettino da psichiatra l’intera Germania, diagnosticandole un’enorme debolezza mentale. Di conseguenza, il popolo si volgeva al passato, ai tempi gloriosi in cui i tedeschi erano forti e uniti, violenti e brutali: i tempi delle rune, dei druidi, del paganesimo. I tempi del dio Wotan/Odin, signore della guerra, che brama gettarsi nella battaglia e coprirsi di gloria. Ben diverso dai gerarchi nazisti, in realtà piccoli burocrati complessati, comuni, affetti da psicosi e insicurezze. Questi ricercarono una nuova dignità nell’appartenenza a un clan guerriero, con forti strutture gerarchiche. E tutto il popolo, ammaliato da un ritorno degli antichi valori, di un leader violento e forte come Odino, accettò completamente il Terzo Reich e le sue aberrazioni.

Non possiamo sorprenderci, quindi, se ancora oggi la cultura mainstream dipinge il nazismo di elementi archetipici e sovrannaturali: siamo ancora prigionieri di una narrazione voluta proprio dal Führer. Consapevole della disponibilità delle masse al mito, Hitler creò una struttura impregnata di segni e liturgie, titoli, decorazioni e cerimonie; utilizzò miti ben radicati a fini propagandistici; creò riti, ricorrenze, festività totalizzanti. Usando le parole di Jung: le antiche religioni, con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, non sono cadute dai cieli ma sono nate in quest’anima umana, la stessa che vive ancora oggi in noi. Tutte quelle cose, le loro forme primordiali, vivono in noi e possono in qualunque momento assalirci con forza distruttiva, in forma cioè di suggestione di massa, contro la quale il singolo è inerme. I nostri terribili dei hanno soltanto cambiato nome e rimano tutti in -ismo.

Dopo la caduta del Terzo Reich, e il risveglio collettivo di fronte all’orrore, questa simbologia si è rivolta contro i suoi creatori: gli elementi mitologici sono mutati in demoniaci, il Messia è diventato Satana. Come per Teschio Rosso e Captain America, il confine tra il male personificato e il bene assoluto è sottilissimo. E neanche ci si può sorprendere se i nazisti sono villain cinematografici così perfetti: il sodalizio con le telecamere è nato all’apice del regime. Leni Riefenstahl fu l’artefice della prima commistione tra la dittatura nazista e il cinema, avendo diretto i più famosi film propagandistici del Reich, come Il Trionfo della Volontà, girato nel 1935 a Norimberga. Le bellissime divise disegnate da Hugo Boss, le enormi distese di soldati uniformi, gli stendardi rossi e le urla del Führer erano studiate per bucare gli schermi e i registi contemporanei lo sanno bene.

Basti pensare a Star Wars, in cui Lucas ha giocato con l’iconografia nazista per caratterizzare l’Impero Galattico. Gli Stormtroopers sono la prima chiara allusione: le Stoßtruppen erano le squadre dell’esercito tedesco specializzate in assalti e infiltrazioni tra le linee nemiche. E poi elmi, uniformi, ascese graduali, maree di soldati e forze oscure che agiscono nell’ombra: sarebbe stato uno spreco non utilizzarli. Possiamo chiamarli “Imperi del Male”, rappresentazioni stilizzate – e spesso stereotipate – di grandi e maligne organizzazioni politiche, militarizzate e tentacolari. Nel mondo dei videogiochi, gran parte delle saghe ancorate al realismo bellico – come Call of Duty e Medal of Honor – hanno scelto i Nazisti come nemici d’elezione. Stereotipati nel ruolo di male assoluto, atavico, i Nazisti devono essere sterminati, eradicati, al pari di un’epidemia zombie.

La narrazione mainstream del nazismo ne depotenzia la tragicità, poiché ne nasconde il carattere estremamente umano. Dietro ai simboli e la propaganda c’erano persone del tutto comuni, specchi perfetti del nostro vicino di casa, del nostro collega, di nostro padre. Ed è un qualcosa di orrendo da accettare. Già durante i processi di Norimberga, Hannah Arendt testimoniava che la gente cercava il mostro: si aspettava di vedere degli esseri crudeli, bestiali, demoniaci. Ma si ritrovò di fronte alla banalità del male – impiegati svogliati che si arruolavano per noia, piccoli omini occhialuti e assolutamente mediocri. Rimase deluso, il pubblico, perché non poteva rinnegare l’Ombra: doveva accettare che sì, nelle giuste circostanze, chiunque può diventare un carnefice e il male è dentro di noi. È semplice, non richiede doti sovraumane, e chi lo compie ha un aspetto noioso.

Se dimentichiamo questa realtà, le conseguenze possono sfuggirci di mano. Il conflitto russo-ucraino è frutto di una propaganda demonizzante attuata dal Cremlino. Il motto di Putin è solo uno: denazificare l’Ucraina. E a questa missione credono i soldati russi: pensano di poter rimuovere, come in un videogioco bellico, la parte infetta e marcia del Paese adiacente. Sentono di dover evitare il contagio, di dover proteggere le loro famiglie da un male atavico e disumano che prima o poi si sarebbe propagato nelle loro terre. I nazisti ucraini sono così mostruosi, irredimibili e cancerogeni da giustificare un’invasione, non lasciando alla Russia altra scelta. E se il nemico è un demone-nazista, sono leciti anche la tortura, lo stupro, i bombardamenti sui civili. L’unica via di scampo dalla propaganda è accettare, comprendere, affrontare la propria Ombra: non è nell’Altro, è in noi.

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