Andrea Gentile - Tramontare
Interviste

Andrea Gentile: «Nasciamo e siamo già Tramontare»

Per la prima volta, da quando mi capita di recensire libri per Mar dei Sargassi, ho ragionato sul fatto che qualsiasi parola avessi utilizzato per descrivere il nuovo romanzo di Andrea Gentile, Tramontare (minimum fax), avrei fatto torto all’opera dell’autore molisano. Già, perché il testo di Gentile sfugge a ogni catalogazione con ostinazione: quando si pensa di averne afferrato la chiave, ecco che un accadimento irrompe a dirottare la trama verso nuove forme di analisi filosofica.

Senso della vita o interrogazione della morte? Ho proseguito nella lettura sentendo questa domanda echeggiare tra i miei pensieri e, forse, è proprio da questo quesito apparentemente di impossibile risoluzione – o quantomeno ambizioso – che parte il mio tentativo di afferrare un po’ della vita della bambina protagonista del libro, Tramontare.

Nello sfuggire a una qualsiasi (apparente) logica, Gentile utilizza personaggi, fatti e riflessioni a suo piacimento, ossia la decostruzione di uno scopo necessariamente utilitaristico. Così, una ragazzina veste i panni della morte, sfugge a ogni paura umana e ne instaura, di continue, nelle persone che incrocia. Il presente si fonde al passato senza lasciare tracce evidenti, la legge – che sia tangibile o sacra, eterea – si impone spontanea ma diventa essenziale. Il tutto con lo spettro di un epilogo al quale nessuno sembra destinato a sfuggire.

E siccome, oramai, avendo buttato giù queste poche righe, quel torto di cui vi accennavo l’ho già adoperato, non mi resta che infliggere il colpo di grazia a un autore, Gentile, che tra le fila della sua trama cerca ogni espediente per scomparire, per lavorare di sottrazione fino al punto di rendersi un tratto vibrante su pagina bianca, e dunque di intervistarlo.

Andrea, la prima domanda che mi è venuta in mente mentre leggevo il libro è stata: Tramontare, senso della vita o interrogazione della morte?

«Nasciamo e viviamo, tendenzialmente, con questa grande ombra, con questa grande presenza sulle spalle che è la morte. Il bambino, il neonato, nasce ed è già vittima di questo destino che è orribile: per venire al mondo deve attraversare la fase in cui viene espulso dal ventre materno e da solo deve trovare una strada, deve correre, avere molta fretta per arrivare a respirare, perché è il momento in cui ha bisogno di ossigeno. L’atto originario di questa specie è l’incontro con la morte, figuriamoci quando il percorso di vita porta, necessariamente, al fatto che non solo invecchieremo, quanto che moriamo continuamente. Siamo fatti di molecole che nascono e muoiono di continuo. Noi ci consideriamo, soprattutto in Occidente, figure solide, statiche, ma evidentemente non lo siamo, perché tutti gli io che muoiono dentro di noi sono talmente tanti che noi stessi ne siamo completamente inconsapevoli. Al centro di tutto questo c’è il corpo e c’è la mente. Tramontare, forse, è un po’ crocevia tra il corpo e la mente, e al centro c’è l’io, c’è il fatto che noi ci consideriamo esseri unici e individuali quando invece siamo in qualche modo infiniti all’interno di noi stessi. Tramontare non è un caso che si chiami in questo modo. Non si chiama tramonto, non è un sostantivo, è un infinito, un qualcosa in divenire che nasce ed è già pronto a tramontare. E l’infinito, in qualche modo, ci dice anche tramontare infinitamente».

Tramontare è la bambina protagonista del tuo romanzo, a mio avviso una sintesi perfetta del mondo che ogni persona porta con sé, domande, vuoti, passato. Chi è Tramontare?

«In qualche modo noi tutti siamo Tramontare, nasciamo e siamo già Tramontare. Un neonato è già pronto, non è in attesa di tramontare, non è pronto a, sta già tramontando. La tradizione del personaggio, in tutta la letteratura, ha sempre avuto a che fare con questo processo, con questa necessità di dover raccontare le persone, i componenti di questa specie che siamo noi, come qualcosa di continuamente in divenire, non soltanto nel senso che si va avanti attraverso le fasi della vita, l’infanzia, l’adolescenza e via dicendo. Mentre tu e io parliamo, sono nate innumerevoli molecole e ne sono morte altrettante, nel frattempo abbiamo elaborato molti pensieri senza accorgercene. Un essere umano formula tra i cinquantamila e gli ottantamila pensieri al giorno, sono meccaniche. Dubito che ci sia un componente della specie umana che sia in grado di registrarli tutti, questi pensieri. Questo è un grosso problema per la letteratura, perché altrimenti si concepiscono personaggi solidi e statici, cosa che non si ama».

Il borgo inventato di Masserie di Cristo riappare nei tuoi romanzi. Che luogo è? Perché ci torni?

«È un luogo che parte da L’impero familiare, questo è il quarto libro in cui compare, ma è il terzo in cui ha una centralità. Quello che Dante chiamava spazio aringo è dove si va a costruire lo spazio letterario, il mondo letterario. Ha bisogno di una chiave, di una strumentazione e, in qualche modo, Masserie di Cristo è stato, per me, in questi tre romanzi, la chiave per cercare di dire a me stesso “qui dentro metto l’universo che voglio”. Chiaramente è un mondo in esaurimento, nel senso che è un mondo che non ha nemmeno più bisogno di nome. Ciò che sto scrivendo adesso non ha più bisogno di Masserie di Cristo, di un territorio con una toponomastica, perché cerca di raccontare questa esplosione tremenda che è stare al mondo e, in fondo, questo non ha bisogno del luogo».

A tal proposito, ho letto alcune recensioni che dicevano del tuo libro che è una fiaba gotica. Io ci vedo più un romanzo visionario, filosofico. Quale definizione senti più adatta?

«Quando si legge un libro si cercano, spesso, delle categorie, delle modalità per rappresentarlo e, ovviamente, il lettore ha sempre ragione. Per come intendo io i testi, quelli che leggo, li considero organismi viventi. Se ti dovessi incontrare per strada, non farei di te una descrizione fisica dettagliata, ma come di un’entità, non ho bisogno di definirti. Chi fa una recensione deve dare una bussola, quindi trovare dei punti cardinali. Per ciò che riguarda i miei testi, li considero per ciò che sono, non uso categorie legate al genere, penso che siano delle scorciatoie rispetto a questo strano fenomeno che è la scrittura, che non è fatta solo di ciò che si è impresso su carta, ma soprattutto delle sue assenze, è un organismo vivente, vivo rispetto a ciò che gli manca. Un testo è soprattutto non scritto. Un testo è soprattutto ciò che non c’è».

La vita della protagonista, Tramontare, non vuole spiegarsi, vive il presente e, di colpo, affronta il passato senza lasciar traccia evidente di questo passaggio. In che modo il tempo scandisce la sua vita e quella di tutti noi?

«Il tempo è la vera ossatura della nostra vita. Una caratteristica tipica della cultura occidentale è quella della proliferazione mentale. A cosa pensiamo noi tutto il giorno? Tendenzialmente al passato e al futuro, che siano molto lontani o anche molto vicini. Da questo punto di vista, mi sembra che la letteratura possa avere una funzione di scardinamento di suddetta proliferazione mentale, di questa continua ossessione per l’io, il passato e il futuro. La letteratura, un testo, può essere una meditazione, quindi cercare di abbattere un passato e un futuro e stare dentro il presente. E non soltanto dal punto di vista dello scrittore ma, soprattutto, dal punto di vista del lettore. Penso a Kafka, penso a Victor Hugo, a Robert Walser, Thomas Bernhard, sono quegli scrittori che vivono la scrittura nella sua presenza viva e il lettore dimentica completamente cosa c’è stato prima, cosa c’è stato dopo, non ce n’è più bisogno. C’è un incipit intrigante di un libro di Robert Walser che dice: Edith lo ama. Ulteriori ragguagli in seguito. Cosa c’entra? Qual è l’abisso che si spalanca tra la prima e la seconda frase? Noi siamo abituati a concepire la narrazione come qualcosa che non può avere questi abissi, ma la narrazione in qualche modo è per sua natura falsa, noi non siamo delle narrazioni. Se qualcuno ti dice “parlami di te” e tu gli racconti la tua storia, necessariamente hai bisogno di semplificazioni, tu non sei una storia. Questi appena elencati sono tutti problemi per chi scrive, ma anche per chi legge. Sono andato un po’ fuori tema rispetto alla questione del tempo ma, in realtà, è un qualcosa di molto etereo, ma anche molto complesso».

Si dice spesso che un bravo narratore lavora per sottrazione. Tu, addirittura, cerchi di farlo sparire, così come cerca la scomparsa la protagonista e persino l’intera storia. Come può, però, un romanzo nascere con questi presupposti?

«Penso che una delle possibilità, quando si scrive, sia riferirsi all’assenza del testo e soprattutto all’assenza di tempo. Quindi, quando un narratore compie l’esercizio di scrivere può sperare – fallendo necessariamente – di arrivare a non scrivere, in qualche modo. Agnes Martin, pittrice che è stata definita minimalista, per quel che mi riguarda fa un altro tipo di lavoro, ossia delle tele enormi bianche in cui disegna con la matita le righe di cui necessitavamo a scuola quando non avevamo comprato i quaderni che ne fossero già provvisti. Dentro lo spazio e, soprattutto, dentro il tempo in cui muove la matita, c’è il tremolio della mano, se non c’è un righello. Forse questa è la possibilità della scrittura, arrivare a un foglio bianco dove al massimo si intravede una piccola traccia a matita che magari sfuma, che magari svanisce e, soprattutto, si vede il tremolio del nostro stare al mondo. Tremiamo continuamente».

Argomento centrale del libro sono i rapporti umani, così legati alle domande in Tramontare, in controtendenza rispetto al mondo di oggi, così denso di certezze. Tu da che parte stai?

«Le domande che ci sono nel libro sono domande che la specie umana si fa da un po’ di tempo. “Che cos’è la carne?” chiede Tramontare a suo padre che fa il macellaio. Ecco, sono tutti temi che nascono da un grande motore e, forse, questo motore è la paura. La filosofia nasce dalla paura della morte, la religione nasce dalla paura, il sacro nasce ancora di più dalla paura. L’essere umano si trova di fronte a questa insormontabile barriera fatta di segnali, di sintomi e di simboli che sono lo scorrere della stagioni, la natura o l’arcobaleno, tutta una serie di cose di cui non conosce i codici e necessariamente ha bisogno di sentire una presenza che vada oltre, di qualcosa che si porti dietro l’umanità in una maniera più sublime, diciamo così. Quindi, rispetto alla tua domanda, sono dalla parte del continuare a farci domande e a cercare risposte che continueremo a non avere».

Altro tema è quello della legge, che sia tangibile (Forza dell’ordine, la Commissione), o eterea, sacra, come il culto della Sorella che sorge spontaneo ma si impianta come qualcosa di essenziale. Io ci ho letto una critica a entrambe, tu come l’hai inteso questo rapporto?

«Più che una critica, è un dato di fatto. Noi guardiamo con occhi non umani a tutta una serie di fenomeni messi in atto dall’umanità, siamo di fronte a un sentimento di incredulità. Basta pensare al Codice di Hammurabi, in cui erano stilate una serie di virulente leggi che hanno dell’incredibile. E se noi guardiamo la legge come un fenomeno umano, e poi lo guardiamo da un punto di vista di non umano, siamo di fronte a qualcosa di chiaramente necessario e fondamentale che permette alla civiltà una serie di importantissimi sviluppi e processi. Quando, però, lo guardiamo con occhi non umani, siamo veramente di fronte all’affermazione del tremendo. Leggendo il Codice di Hammurabi scopriamo che se la moglie di un uomo è sorpresa con un altro uomo saranno entrambi legati e gettati in acqua. E noi non siamo poi così lontani da una legge simile. Il culto nasce così, per apparizione, perché la vita scorre e accadono delle cose, ma le leggi sono elementi che dal punto di vista del nostro vivere civile possono essere molto importanti. Dal punto di vista di uno sguardo inumano e letterario, per così dire, che pone gli occhi su questi fenomeni, siamo di fronte a qualcosa di perturbante. Il perturbante è forse una delle possibilità che un testo ha di scuotere in qualche modo e di spingere verso lo sconvolgimento se stesso».

Ultima domanda che avrei voluto farti, in parte hai già anticipato la risposta. L’elemento chiave del testo, lo dicevi anche tu prima, è la paura. La paura di Tramontare, frase che si declina in tantissimi modi, dalla paura di finire, prima o poi, che accompagna tutti; le paure della bambina, anche se dice sempre di non subirne nessuna; la paura nei riguardi di Tramontare stessa, che nutre chiunque la incroci. Perché tutti hanno e abbiamo paura di Tramontare? E come segna la scrittura, la paura?

«Penso che quando si vive e quando si scrive c’è sempre questo fantasma sulle spalle che è la morte. E, quindi, la scrittura ritengo sia uno dei fenomeni in cui l’essere umano è estremamente pieno di paura, un po’ come quel tremolio della matita di Agnes Martin: lei non ha paura, sta facendo semplicemente una riga sulla tela, ma sta vivendo talmente tanto che sta cercando di abbatterla quella paura, sta cercando di vivere quel momento, quell’atto in una maniera assoluta. Completamente priva di paure, completamente priva di passato e completamente priva di futuro. Questa è una delle possibilità della scrittura e della lettura. Al tempo stesso, siamo umani, motivo per cui credo che la paura circondi tantissimo l’atto della scrittura. Ma anche della lettura, perché la lettura è talmente un atto solitario, e da un certo punto di vista abissale, che noi siamo fatti anche in quell’atto lì per avere paura, sentiamo delle presenze sacre anche dietro le parole, perché le parole possono fare ombra. Dietro le parole c’è sempre qualcosa, altrimenti sono soltanto giochi di testi».

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