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Interviste

Alessio Arena racconta “Ninna nanna delle mosche”

Alessio Arena è un incontro di tante cose. È uno scrittore, un musicista, un cantante. È un napoletano, ma da anni anche uno spagnolo e un catalano d’adozione. È un narratore, un migrante e un professore. Tutti questi fili vengono tessuti assieme nel suo ultimo romanzo, Ninna nanna delle mosche, edito da Fandango Libri. Si tratta di una storia d’amore, magia, emigrazione e riscatto. Quattro sono i protagonisti che si rincorrono nel racconto: Berto e Gregorio, col loro amore dissidente e avversato, Dorotea, pianista migrante, e Serafina, la ninnanannara.

È una storia che nasce da una piccola città della Lucania (Palmira, oggi Oppido Lucano) e si perde nella pampa cilena. L’Atacama è il più arido deserto del mondo, eppure agli inizi del secolo scorso si popolò d’improvviso: migranti da ogni lato della Terra, arrivati fin lì per lavorare nelle miniere di salnitro. Alessio ha attraversato l’Atacama e, in una città tra il mare e il deserto, Iquique, ha trovato una piccola comunità di lucani. Alle porte della città, addirittura, ha trovato la statua di una donna. Una lucana che da Oppido era arrivata a Napoli, poi a Buenos Aires, Mendoza, infine aveva attraversato la cordigliera in groppa a una mula, con la sua bimba di 5 anni. Ed è da questa storia che nasce Ninna nanna delle mosche.

Alessio, parto da una riflessione un po’ personale: facendo parte della comunità LGBTQ+, ho sempre cercato rappresentazione nei media e nella letteratura. Purtroppo, ci ho trovato una costante tendenza al martirio: dobbiamo sempre essere il lato sconfitto, che si arrende a i ruoli tragici scritti per noi. Ormai potremmo persino costituire un genere a parte: LGBTQ+ che muoiono. Nel tuo libro ho trovato, invece, una forza differente, una ribellione al destino.

«Ci sono stati degli eventi storici che hanno segnato la vita e il trascorso della nostra comunità come, ad esempio, la “peste” degli anni Ottanta, l’AIDS. Registi, scrittori di serie e artisti di una generazione precedente alla nostra sono molto portati ad associare la storia dell’omosessualità con la morte, con la malattia. Ovviamente, la vita delle persone del collettivo è costellata da eventi violenti. Anche in un Paese civilissimo come la Spagna, che è comunque nelle prime file per le lotte dei diritti della comunità, adesso c’è un’ondata di violenza. Quindi i motivi ci sono, è sempre un po’ una lotta. Io, però, sono d’accordo con te, il martirio è un concetto cristiano che non ci appartiene. Il cristianesimo ci ha fatto male, ancora oggi ci ostacola. Per quanto io mi consideri una persona molto spirituale, parliamo di dogmi che ci hanno negati, hanno negato la nostra libertà e la nostra possibilità di esistere in questa società. Quindi no, martirio zero, dobbiamo allontanare questo concetto da noi. Per me è necessario parlare di altre storie, che diano il senso di una lotta coraggiosa. Parlare di gesti che cambiano un piccolo mondo, come può essere un paesino della Lucania agli inizi del secolo scorso, che cambiano le persone che vivono quella storia. Volevo dare un messaggio di speranza. Ne avevo bisogno io».

Una cosa che mi ha molto colpito del libro, ma anche di te come artista, è il ritorno all’oralità. Una delle protagoniste è una ninnanannara, un po’ un bardo di quei tempi. Quando ero piccola, i miei nonni e i miei genitori mi raccontavano storie: c’erano filastrocche, canti, intonazioni, un mondo che quando ho imparato a leggere ho perso. Invece, tu utilizzi molto una narrazione multidimensionale, cerchi di utilizzare gesti, musica e parole.

alessio arena«Bella questa tua lettura, mi fa piacere che mi stia parlando di oralità. È vero, c’è molta oralità, per quanto difficile sia fare entrare la magia del racconto orale in una pagina scritta. Questa storia nasce da una narrazione verbale, da un racconto su un personaggio realmente esistito sul quale ho calcato uno dei protagonisti: Serafina la ninnanannara. Io vengo da una tradizione orale, sono diventato uno scrittore grazie a mia nonna che è una donna analfabeta. Lei non ha quello strumento scientifico che ha cambiato la storia dell’umanità che è la scrittura alfabetica, non è in suo potere, ma è una grande affabulatrice. È lei che mi ha istigato alla scrittura, ai libri, per quanto ai suoi occhi fossero degli oggetti indecifrabili. Quindi per me l’oralità è essenziale e, soprattutto, anche questa intersegmentazione, questo connubio tra la letteratura e la musica, la letteratura e il canto, il canto come veicolo di storie. Sono a loro modo un po’ tutti bardi i quattro protagonisti di questa storia corale, Dorotea in primis».

Giustamente, è una pianista che suona durante le proiezioni cinematografiche, quindi su racconti visivi.

«Esattamente. C’è poi Gregorio, che dà voce a chi non ce l’ha, perché scrive lettere per gli analfabeti. C’è Berto che fa raccontare storie dalle stelle, è appassionato di astronomia e cerca di vedere non il futuro, ma di immaginarsi un altro presente guardando verso un’altra direzione. E poi la ninnanannara, che ha questo potere salvifico nella sua voce che è anche racconto».

Ho notato che con te ritorna spesso un tema: l’emigrazione. È nella tua musica, in questo libro, nei libri passati. A me ha sempre affascinato perché sono cresciuta con i racconti dei miei parenti migrati in America: cos’è che invece lega te personalmente a questo tema?

«Io vivo una vita in traduzione da sempre. Arrivo in un altro Paese, scopro che in una città si parlano addirittura due lingue che non conosco, il catalano e lo spagnolo, e comincio a sentire la necessità di dovermi tradurre, tradurre quello che penso, quello che voglio cercare di comunicare ad altre lingue. Tradurre anche la mia identità, cercare di far capire e di raccontare il mio posto d’origine, la mia famiglia, chi sono. La mia è una storia di emigrazione, e lo è anche quella della mia famiglia. Mia nonna (ritorniamo all’istigatrice della scrittura in me) è andata via da Napoli negli anni Cinquanta per lavorare in una fabbrica di budella di pelli di salsicce a Torino. Per lei quello è stato un viaggio intergalattico, fuori dal sistema solare. La traduzione è nella storia della mia famiglia, e soprattutto è sempre presente in me. Mi sono innamorato per la prima volta in un’altra lingua. Così sembra affascinante, ma ha le sue problematiche. Mi affascinano queste poetiche di ricostruzione della propria identità transnazionale, transfronterifera, dicono gli spagnoli. Che è sempre un po’ un’identità fittizia. Noi italiani all’estero, ad esempio, parliamo una lingua strana, una lingua che non si evolve o si evolve in modo diverso. Ritorniamo in Italia e usiamo parole desuete, intercalari che non si usano più. Per questo mi ha sempre interessato ricercare e studiare l’emigrazione italiana, che è un capitolo infinito della nostra storia e che nasconde ancora dei segreti, come per esempio quello delle miniere di salnitro in Cile: io non pensavo che fossimo arrivati addirittura lì. Studiare gli altri italiani, come hanno difeso, costruito, dato un nuovo significato alla propria identità».

Immagino che il deserto sia una situazione non facile dove ricostruire la propria identità.

«Non lo è, però quando io da Iquique, avendo sentito parlare di Oppido Lucano, ho fatto il viaggio al contrario e sono andato in Lucania, ho ritrovato un altro deserto. Oppido Lucano sembrava il Cile. Un po’ più verde, ma ci sono andato ad agosto (ero lì per la Notte del Libro di Potenza a presentare il mio romanzo precedente, ma avevo già in mente questo), dove tutto era arso, i campi gialli, e quei colori sotto il sole mi hanno fatto pensare “caspita, è quasi uno specchio”. Come se quella terra lucana stesse parlando del loro futuro, di quegli uomini, “andrete in un altro posto, lontano, lontanissimo da qui, ma che non sarà tanto diverso”».

Come ultima domanda, vorrei parlarti della magia: nel tuo romanzo è fortemente presente. Rituali, streghe, apparizioni, oggetti magici. In tanti ti riconducono al realismo magico sudamericano, a me il tuo libro ricorda quasi un poema cavalleresco.

«Sono stato un lettore avido nella prima adolescenza e, evidentemente, le letture di quell’epoca, di quel momento della vita, si nutrono di magia continua. Ma, poi, ritorniamo al tema dell’oralità, dell’intrattenimento con le mie zie: sono stato cresciuto in una famiglia dove gli uomini erano praticamente assenti, non c’erano, non esistevano, c’erano solamente donne. E le loro storie erano sempre intrise di magia, di formule magiche: tutta questa tradizione magico-contadina, inoltre, trova un terreno molto fertile in una città come Napoli. A un certo punto, la vecchia maciara, Assunta, dice alla ninnanannara, sua figlia adottiva, “Non ti preoccupare, andremo a Napoli, e a Napoli avremo tanto lavoro: non c’è una città più superstiziosa di questa”».

In realtà un po’ tutto il Sud. Anche da noi, in Puglia, le streghe si chiamano maciare, le iatte masciare che di notte si trasformano in gatte.

«Ecco, vedi, come la iatta janara di Benevento e Procida. È presente l’elemento magico perché c’è l’oralità. Io credo che il nostro Sud e la nostra città vivano sempre una vita al limite, le cose quando stanno per finire devono interpretare se stesse. È come quando una persona che sta per morire ha una botta di vita il giorno prima e poi finisce. Ho sempre visto la nostra cultura come una cultura di sopravvivenza, anzi, non è che io lo abbia visto, è così. Le cose quando stanno per finire acquisiscono un’identità talmente formidabile che ha dei risvolti magici, diventa soprannaturale, ¿sabes? Evidentemente, poi, nella cultura agraria dove la minaccia della morte era costante, bisognava inventare qualsiasi cosa per superare quella minaccia e paura costante. Credere aiuta: credere nel soprannaturale, costruirsi una religiosità, una magia. Esempio: la scena in cui Serafina, dopo aver partorito, deve essere attenta a preservare la placenta intatta perché deve andare al fiume a riempirla. Per la tradizione, come si riempie la placenta d’acqua, così il suo seno si deve riempire di latte. Il fatto di non avere il latte per un bambino appena nato è una condanna a morte, perché se non c’è latte non c’è altro da dargli. L’ipotesto principale, il testo che io ho tenuto in considerazione, è stato Sud e Magia di De Martino. Ti piacerebbe tantissimo».

Alessio Arena racconta “Ninna nanna delle mosche”
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