Il Fatto

Rojava Calling

I curdi sono un popolo diviso in quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran. In ognuno di questi stati la loro identità è stata repressa e assimilata. Dal 2011, durante la guerra interna siriana, i curdi siriani hanno proclamato l’autonomia di una striscia di terra divisa in tre cantoni, il Rojava, retta da un confederalismo democratico regolato da un contratto sociale, basato sulla convivenza etnico-religiosa, la partecipazione, l’emancipazione femminile, la ridistribuzione delle ricchezze e l’ecologia. Ma l’avanzata dell’Isis in Siria è arrivata fino al Rojava. Molti villaggi sono stati occupati e migliaia di persone sono scappate, per sfuggire ai massacri e ai rapimenti del califfato.”

Se non lo conoscete, questo è il pippone con cui Zerocalcare spiega sinteticamente nel suo volume Kobane Calling cosa sia l’esperienza democratica del Rojava. Il suo contributo rappresenta al momento una delle vie di diffusione più popolari della questione curda in Italia e all’estero, grazie alle traduzioni in inglese, tedesco e francese. Il desiderio di difendere l’esperienza del Rojava, come via di convivenza pacifica per il Medio Oriente, di fornire un’informazione diversa rispetto a quella dei media italiani, volti a coprire e spettacolarizzare unicamente il conflitto, e di offrire aiuti di tipo umanitario nei campi profughi, gli ha permesso di partire in due occasioni alla volta del Kurdistan e di restituirci una narrazione alternativa che va al cuore di ciò che viene vissuto dalla resistenza curda. Il testo, con la sua ironia e il suo carisma, riesce pienamente nel suo intento divulgativo, ma questo non è l’unico dei suoi pregi.

Durante la presentazione del libro presso l’Università degli Studi della Basilicata, organizzata dalla Rete Kurdistan Basilicata, abbiamo infatti scoperto che tutti i proventi ricavati dalla sua vendita verranno destinati alla ricostruzione dell’Accademia delle donne a Kobane, come segno della sua reale solidarietà nei confronti della causa curda. A riferircelo è Ozlem Tanrikulu, rappresentante dell’Ufficio Informazione Kurdistan Italia,  la cui presenza ha reso possibile l’ascolto di un efficace intervento sull’attuale situazione del popolo curdo, e alla quale siamo riusciti a porre anche alcune domande.

L’incontro promuoveva, inoltre, la manifestazione che si terrà a Milano, l’11 febbraio, per richiedere la liberazione Öcalan e dei prigionieri politici. Abdullah Öcalan, leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e teorico del confederalismo democratico, è, infatti, detenuto da diciotto anni sull’isola-prigione di ?mral?. Il popolo curdo, dunque, richiede al governo turco la sua scarcerazione al fine di realizzare una collaborazione per la pace in Medio Oriente.

Vi presentiamo un estratto dell’intervento di Ozlem Tanrikulu:

Il Rojava è un esempio di autogoverno, di autonomia democratica, che dopo il 2005 ha cercato di trovare delle soluzioni per la questione curda in un contesto complesso. È un esempio ecologico-sociale, una democrazia non come la descrivete voi, ossia una democrazia parlamentare, ma una democrazia radicale del popolo, organizzata dal basso dal popolo stesso, realizzando assemblee popolari composte da tutte le cittadine e i cittadini. Lo scopo è che tutte e tutti si assumano delle responsabilità, stimolando la partecipazione diretta alla società di tutti gli abitanti di un luogo, paese o città, accrescendone la sensibilità sociale, politica ed economica. Non è facile, però, perché ogni cellula del nostro corpo è per la violenza, ha in sé una forma di maschilismo. Abbiamo da tutte le parti una mentalità gerarchica, oppressiva, quella di imporci sugli altri. Abbiamo iniziato a criticare questa mentalità. Essere curdi vuol dire lottare per farsi conoscere. Non parlo di un’Europa in cui è tutto morbido, in cui tutto appare possibile, anche se può esserci una pressione molto violenta, magari invisibile, ma innegabile. Parlo del Medio Oriente, dove non hai scelta: o vivi resistendo oppure muori. Non ci sono vie di mezzo. Il popolo curdo quindi, anche se viveva in un momento particolarmente duro, ha cercato di trovare una soluzione, perché non voleva morire, voleva resistere per continuare la propria vita sociale. Voleva la libertà. La democrazia dal basso non è la democrazia decisa da qualcun altro, non aspetta che qualcuno decida per te. Voi ci avete conosciuto con la resistenza di Kobane, ma noi resistiamo da quarant’anni. Nel Rojava si è presentata una possibilità perché c’è stato un vuoto di potere, non c’era alcun tipo di regime. Il popolo curdo ha vissuto Öcalan e il suo pensiero come un paradigma, ha accettato di praticare il suo paradigma. Nonostante la sua incarcerazione in isolamento da diciotto anni, sta cercando di risolvere le questioni sociali in Medio Oriente. Purtroppo viviamo in un luogo molto ricco, è una sfortuna per noi. Il popolo curdo però, grazie al suo amore per la libertà e per la vita, ha cercato di trovare delle soluzioni. Il confederalismo democratico non è qualcosa di remoto, è una forma di organizzazione sociale in cui ci si organizza insieme. Organizzarsi vuol dire sostenersi, vuol dire trovare un equilibrio per il bene di tutta la società. È un esempio che ha mostrato come resistendo, non facendo nessun calcolo, evitando il dominio di un popolo su un altro popolo, si può fare democrazia dal basso. Si può fare anche con la partecipazione delle donne, anzi, è necessario che si faccia con le donne. Per di più, “tutti insieme” non vuol dire costringere tutti con la forza. Serve una volontà forte, un riconoscimento reciproco, un ascolto reciproco. E anche uno scambio, un confronto di esperienze. Di certo, nasceranno dei contrasti, ma è importante cercare una mentalità che aiuti a raggiungere l’obiettivo. Il problema dell’Europa è che voi non vivete allo stesso modo il bisogno di una democrazia. Avete delle possibilità, mentre noi non ne abbiamo così tante. Non abbiamo nemmeno tanta scelta, ma abbiamo una volontà che è difficile da descrivere. Anche Zerocalcare ha avuto difficoltà a trasmettere i sentimenti che ha provato. Adesso stiamo vivendo un momento molto difficile, in Turchia e in Medio Oriente, ci sono Stati che in ogni momento oscillano da accordi a disaccordi, e ogni giorno muoiono delle persone. Tutto questo segue l’interesse degli Stati, mentre è importante dare voce al popolo curdo, che vuole una soluzione pacifica, non bellica. Noi chiederemo sempre agli Stati di non armare la Turchia e i paesi che continuano a fare questa guerra sulla pelle dei popoli. Possiamo alzare la voce per bloccare questa guerra. Il presidente Öcalan è fondamentale e il ruolo dell’Italia è cruciale, perché Öcalan stesso diciotto anni fa aveva come obiettivo di lanciare la richiesta del confederalismo democratico proprio dall’Italia. Non ha avuto risposta, non è stato capito, abbiamo perso diciotto anni con tantissimi morti e molta violenza. Ma abbiamo dimostrato che, nonostante la sua incarcerazione, noi possiamo portare avanti le sue idee e progredire grazie a esse. Adesso vogliamo la sua libertà! Da cinque anni non abbiamo nessun contatto diretto con lui e questo ci preoccupa, perché il governo turco non ci lascia nessuna possibilità di poter fare politica. Arresta i deputati, e questo è una prova che si può fare qualcosa anche in Parlamento, anche se non lo si crede possibile. Noi resistiamo, ma nonostante questo facciamo le nostre richieste: chiediamo la solidarietà, perché anche voi sentite l’esigenza di questa democrazia, non la carità. Vivendo in questo mondo, viviamo tutti insieme. Dobbiamo avere questi sentimenti diretti. Se la democrazia è per noi, è per tutti. Se la libertà è per noi, è per tutti. Tutti i popoli, senza distinzione. Per questo la mentalità di lotta, del lottare non per conquistare, ma per ravvivare quella mentalità pacifica, libera, equa, convivente con tutti gli altri, è per noi essenziale.

Riportiamo qui la nostra intervista.

Quanti sono i curdi?

«Più o meno quaranta milioni in tutti e quattro gli Stati. La parte più grande è in Turchia, la più piccola è quella siriana.»

Qual è il vostro obiettivo?

«Il nostro obiettivo generale è quello di distruggere questa mentalità violenta, maschilista. Crediamo che sia stata costruita con la mentalità dello stato-nazione, quando c’è stata una divisione, perché prima non c’era e i popoli vivevano insieme, in clan. Quando sono iniziate le imprese e si è evoluta sempre di più, abbiamo cominciato a dividerci. Ma secondo noi risale anche a prima. Diciamo che tutto questo è iniziato quando è stata tolta dalla vita sociale la donna, quando è stata schiavizzata. Ancor prima dello stato-nazione, dunque, noi partiamo dalla figura della donna. La resistenza delle donne curde è per questo, non è solo quando lottano con il kalashnikov. Loro possono organizzare la società, fare le assemblee, fare le accademie, educare, educare se stesse, fare errori, ma analizzare. Qui non vedo un’analisi, vedo solo qualcuno che dice che qualcosa esiste e tu dici se è vero o no, ma non vedo uno studio. Serve un’analisi sociale per trovare le questioni sociali.»

Non sentite la necessità di uno Stato?

«No. Se ci sono assemblee, tutto è lo Stato, tutto il mondo è il mio. Noi abbiamo il Kurdistan, esiste un territorio. Siamo di quel popolo che discende dagli antichi Medi, abbiamo una radice, non è che siamo arrivati da qualche altra parte, però facendo uno Stato tu ti chiudi mentalmente, ci sono i confini. Questo non desiderare uno Stato, non vuol dire che non vogliamo delle regole, ma che esistono dei principi per tutti, non solo per un popolo o per un gruppo. Quando noi diciamo confederalismo democratico, tutti pensano che vogliamo dividere. No! Non diciamo questo, non è quello che pensate. Non cerchiamo di copiare, ma di analizzare le esigenze della società. Se la popolazione non riconosce un modello per sé non rimarrà, domani andrà via.»

Pensi che in Italia e in Europa ci sia spazio per costruire un modello differente?

«Sì, in Italia è molto più facile pragmaticamente che in altri Stati europei, perché secondo me la società italiana non ha ancora perso la sua mentalità sociale. C’è ancora poco, ma di più rispetto agli altri.»

Cosa chiedereste all’Europa e alla comunità internazionale?

«Di riconoscerci come identità, come popolo. I turchi, i turkmeni e gli arabi vengono riconosciuti, i curdi no. Chiediamo un riconoscimento dell’identità culturale e linguistica, essenziali per tenere una società insieme.»

E per quanto riguarda la reale applicabilità del modello politico del Rojava in un mondo internazionale e finanziariamente controllato?

«Se riesci ad analizzare quelle economie che stai criticando, puoi mettere ordine nella tua alternativa sociale. Abbiamo detto “non facciamo l’economia del petrolio”, ma abbiamo tutto un territorio ricco di petrolio. Non puoi non vedere la realtà, quindi devi comunque pensare a cosa fare di questa risorsa. Allora non vendiamo per avere potere, ma facciamolo per il bene della società! Facciamo delle cooperative differenti, diamo la responsabilità sociale. Nella società bisogna abituarsi a lavorare per sé e anche per la società in cui si vive. C’è un modello da studiare che non è stato costruito in un giorno. È un percorso di quarant’anni.»

Come la metti con altri Stati che non riconoscono il tuo modello?

«Se credi nelle tue idee e nei tuoi principi, se sei convinto di quel paradigma, riesci a resistere a ogni attacco di conquista mentale. Noi pensiamo alla società, non al potere. Ricerchiamo il riconoscimento di un modello di autonomia, di identità culturale

Passiamo alle donne. Gli studi di genere ci insegnano che il dominio maschile è parte di quel pensiero che non permette la convivenza pacifica poiché si basa sulla sottomissione della donna da parte dell’uomo. È già una prima divisione. Come le donne curde si sono riappropriate della parità?

«Le donne curde hanno iniziato a ritrovarsi sulla base della loro identità femminile, oltre che etnica. Le condizioni del Medio Oriente hanno dato loro la possibilità di organizzarsi, non solo militarmente, ma anche socialmente dentro le comunità per far sentire la loro voce nella società. In Oriente è troppo coperta, è esclusa dalla comunità. Le donne curde hanno cercato, quindi, di mostrarsi, di mostrare la loro capacità mentale e di organizzazione sociale, economica e politica, le loro idee. Per attestare che le donne possono gestire tutto quanto. E hanno anche dimostrato che possono proteggere la zona. Dare prova di tutto quello che possono fare ha dato riconoscimento. In Medio Oriente non è facile far accettare le donne a un uomo. Non è mai facile, però in quel contesto puoi cercare di cambiare la mentalità con diverse metodologie e nuovi principi. Adesso in Kurdistan esistono dappertutto assemblee e in queste assemblee ci sono due figure: una femminile e una maschile. Anche questo ti dimostra che la società non è fatta da uno, che uno non può governare niente, uomo o donna che sia. Ci deve essere collaborazione, equilibrio. Non è facile farlo accettare, si fa formazione per educare la popolazione. Bisogna creare piccole accademie in cui ci si occupa anche del genere, della cultura patriarcale, sia che tu sia uomo sia che tu sia donna. Puoi così dare alle donne una forza interiore, il coraggio e la responsabilità partecipata e far uscire il  coraggio che già esiste. Si tratta di aprire delle strade, non di far camminare. Le donne cammineranno da sole, anche facendo degli sbagli. Si sono divise per un periodo per dimostrare a se stesse la forza di poter fare tutto. C’era uno squilibrio totale dentro la società, così hanno dovuto affrontare una doppia lotta. Ma in questo modo è stato possibile aumentare le loro capacità, svilendo la cultura patriarcale. Si è creato un equilibrio. Adesso la società prende atto perché ha visto. Ha visto una mentalità costruttiva e una mentalità distruttiva.»

Speriamo che adesso costruiscano insieme

«Sì, è fondamentale. Adesso è importante collaborare e criticarsi reciprocamente

*Per un approfondimento sulla questione curda si visiti la pagina:

http://www.uikionlus.com/chi-siamo/kurdistan-storia/

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