Il Fatto

Prima che sia troppo tardi

Il sessantacinquesimo governo della Repubblica italiana, nato il primo giugno di quest’anno, sarà ricordato per il primato assoluto di autodistruzione di una forza politica che, in un solo colpo e in appena pochi mesi, ha travasato il proprio consenso elettorale in un’altra forza la quale, proprio grazie all’alleata, da minoritaria è diventata maggioritaria.

Parliamo di un movimento che ha lanciato vaffanculo in tutte le direzioni senza salvare alcun soggetto o gruppo, giurando e spergiurando di non entrare mai nei salotti televisivi per non contagiarsi e di non fare mai alcun tipo di alleanza con chicchessia perché già compromesso e appartenente alla peggiore specie politica. Un movimento che, poi, non ha fatto nulla di tutto questo. Il patron Beppe Grillo ha rinnegato persino il primo vaffa del settembre del 2007, anche con dichiarazioni precedenti, entrando in pompa magna nel salotto di Bruno Vespa – da sempre ritenuto la terza Camera – il 19 maggio del 2014 e accettando l’intervista del giornalista di regime, così come aveva sempre etichettato lui e i suoi colleghi in particolare della RAI. Da quel momento, esponenti dei 5 Stelle si alternano in televisione grazie alle catene rimosse dal padrone.

La vera svolta, però, si è avuta con le elezioni dello scorso marzo, quando i pentastellati hanno ricevuto un consenso significativo che, tuttavia, non ha consentito loro di governare da soli. I benpensanti e normodotati di memoria – tra i quali mi annovero –, certi di tornare a votare in base alla litania del mai con nessuno della vecchia e malapolitica, tutto potevano pensare, immaginare, sognare ma mai di ritrovarsi a braccetto con la forza che ha governato il Paese per circa vent’anni con Silvio Berlusconi, con quella compagine sfacciatamente della destra più estrema, razzista e xenofoba e, per giunta, condannata a restituire il malloppo frutto della truffa ai danni dello Stato per 49 milioni di euro. Eppure, ha avuto inizio così la fase del tutto e il contrario di tutto con la Lega, guidata dal suo padrone assoluto, che non ha perso un solo attimo per rendersi protagonista e imporre la nomina dello sconosciuto professore a Primo Ministro, infierendo il primo colpo al M5S che con il suo 32% ha accettato di buon grado la decisione dell’ormai Presidente del Consiglio in pectore Matteo Salvini pur di andare a tutti i costi al governo.

Il MoVimento, nel quale gran parte dell’elettorato aveva riposto le proprie speranze dopo il tempestoso e rovinoso periodo renziano, si è trovato dunque a rimorchio dell’astuto e pericoloso fascioleghista dagli slogan sempre più rubati al tragico Ventennio e agli eredi dello stesso, che più volte nelle loro organizzazioni hanno espresso simpatia e vicinanza nei suoi confronti. L’aspetto tragicomico, tuttavia, è che non si è avuta ribellione alcuna dagli elettori per l’alto tradimento, ma un travaso di approvazione a favore dell’alleato di governo che oggi tutti i sondaggi danno al doppio dei voti ricevuti in cabina elettorale.

Un Matteo Salvini che ha dimostrato di avere i giusti attributi, indispensabili per quella mediocre politica del consenso ricavato dal saper gestire una strategia di proclami fatta di intrusioni in tutti i campi, di comunicazione attraverso i social e i selfie, e di quella che fu la mediaticità del suo maestro Silvio Berlusconi presentandosi a settimane alterne come il presidente poliziotto, vigile del fuoco, operaio e così via. Si può non convenire con questa mediocrità dell’agire, certo, ma è innegabile che si tratti di un aspetto arcinoto, evidentemente non al capo politico e Ministro Di Maio che ha trovato sempre le parole per giustificare fatti come la truffa della Lega o, peggio, per pretendere dai suoi il sostegno a favore di discutibili provvedimenti, non ultimo quello gravissimo relativo al decreto sicurezza che getta un’ombra enorme sulla democrazia e la libertà della nostra nazione, come ha opportunamente osservato su questo giornale il direttore Alessandro Campaiola. Silenti o inconsapevoli cecchini delle libertà costituzionali, mai in pericolo come oggi, irresponsabili o superficiali detentori di un consenso tradito che notoriamente l’elettorato non è disposto a perdonare e che sarà pagato a caro prezzo, se non verrà attuata in tempo una manovra di recupero della propria identità.

Intanto, quello che su queste pagine abbiamo definito il soldato Fico, il Presidente della Camera, non ha esitato a fare alcune dichiarazioni nettamente in contrasto con la linea del governo e, quindi, con il suo stesso MoVimento che aveva indicato in lui il possibile condottiero capace di cambiare la rotta pro-leghista. Sull’argomento nutro le mie perplessità e da sempre ho raccontato del personaggio alquanto ondivago, più volte sprezzante nei confronti del Primo Cittadino di Napoli, per il quale oggi, per ovvi motivi istituzionali, alterna esternazioni di richiamo al rispetto, come nel caso dell’infelice frase del Ministro dell’Interno a discapito del Sindaco. L’intervento conclusivo di Luigi de Magistris di sabato scorso a Roma contro le disuguaglianze, tuttavia, ha messo finalmente la parola fine alla ricerca di un’intesa con un gruppo politico che il primo di giugno scorso ha fatto una scelta precisa stando con chi ha contribuito a sfasciare il Paese e seminare odio.

Segnali di pericolo per la libertà di espressione già si registrano in rete, in particolare su qualche social dove viene applicata la censura unicamente se presente una frase contro la Lega e i suoi simpatizzanti, seppur priva di volgarità, violenze e offese varie. Occorre, dunque, che l’elettorato apra gli occhi e anche subito, prima che lo Stivale precipiti nel buio delle negazioni costituzionali.

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