Interviste

Italiani all’estero: un grande neurochirurgo da Napoli a Lione con amore, passione e umiltà

Professore mi accenna la Sua storia?  La mia è alquanto banale… Così è cominciato il colloquio con il Prof. Carmine Mottolese al termine del quale mi è tornata in mente una recente frase di Papa Francesco: per essere grandi, bisogna prima di tutto saper essere piccoli. L’umiltà è la base di ogni vera grandezza.

Napoletano, da trentacinque anni in Francia, a Lione, dove ha costruito tutta la sua carriera; una borsa di studio, un grande Maestro, tra i quattro, cinque chirurghi più famosi al mondo, fino a diventare Chef de Service, docente per gli studenti e gli specializzandi, in corsi internazionali nell’ambito dell’ESPN e ISPN (Società Europea e Società Internazionale di Neurochirurgia Pediatrica), Presidente della Società Francese di Neurochirurgia Pediatrica dal 2010 al 2013. Una tesi di scienze sulla cartografia del cervelletto negli adulti e nel bambino, in collaborazione con il gruppo di neuroscienze dell’istituto neurocognitivo di Lione con il contributo della Dott.ssa Sirigu e del Dott. Desmurget. Nel 2014 ha presentato il rapporto sui Tumori della Pineale, incarico affidatogli dalla Societé de Neurochirurgie de Langue Française e successivamente insignito del titolo di Chevalier des Palmes Académiques par le Ministère de l’Éducation Nationale.

Prof. Mottolese, da Napoli a Lione e da Lione a Napoli per poi ritornare dopo sei mesi in Francia, tutto questo negli anni Ottanta. Si immagini per un attimo nel tempo che viviamo, lo rifarebbe?

«Certamente sì, perché è stata una scelta positiva.»

Nella sua decisione è prevalso maggiormente l’aspetto sentimentale o quello professionale?

«Credo che aver incontrato la donna della mia vita sia stato ancora più importante della mia scelta professionale.»

Quanto conta l’opportunità di lavorare al fianco di un luminare come il Prof. Lapras per un giovane neo-specializzato?

«Avere un esempio professionale da seguire per un giovane è estremamente importante, ma credo che “il maestro” scelto debba essere capace di prendere in considerazione un allievo e infondergli non soltanto il sapere, ma anche l’umiltà necessaria per progredire giorno dopo giorno in una professione difficile come quella del medico. Per me il Prof. Lapras è stato un grande chirurgo ma soprattutto un grande uomo con delle qualità umane eccezionali. Un grande chirurgo senza doti umane importanti rimarrà solo un tecnico come tanti…»

A proposito del Prof. Lapras, Lei nel 2007 gli ha dedicato un’importante pubblicazione, Child’s Nervous System. Può dirci chi è stato, non solo per il suo percorso professionale, e cosa ha rappresentato per la medicina il suo Maestro? 

«Il Prof. Lapras è stato in Francia e, soprattuto, qui a Lione il pioniere della Neurochirurgia Pediatrica. È stato il maestro della chirurgia dei tumori della fossa cerebrale posteriore e dei tumori del terzo ventricolo, dell’intubazione dell’acquedotto di Silvio e dei tumori della pineale. È  stato tra i primi, inoltre, a capire che le patologie dei bambini erano completamente differenti da quelle degli adulti e che un paziente in età pediatrica non è semplicemente un uomo di taglia più piccola.»

Lei è stato anche Presidente della Società Francese di Neurochirurgia, fatto abbastanza insolito in un Paese molto attento a certi aspetti legati al sentimento nazionalista. Come mai questa “anomalia”?

«In maniera generale questa può essere vista come un’anomalia, ma un’anomalia piacevole che può valere da esempio. Uomini di cultura e provenienza differente possono cooperare insieme senza grossi problemi. In realtà, io ho avuto il grande onore di essere nel gruppo dei soci fondatori della Società di Neurochirurgia Pediatrica e di entrare a far parte del consiglio della società prima come tesoriere, poi come segretario e infine come vicepresidente. La tappa ultima era dunque scontata.»

I Suoi traguardi professionali sono stati raggiunti anche in tempi decisamente brevi. Dopo appena dieci anni trascorsi al fianco del Prof. Lapras, infatti, era già Responsabile dell’Unità di Neurochirurgia Pediatrica e dopo otto Capo del Dipartimento. In Italia quali sono, a Suo avviso, gli impedimenti che non consentono l’effettivo riconoscimento del valore professionale?

«Questo è un discorso troppo lungo e complesso, ma tutti in Italia conosciamo i metodi con i quali sono valutati ed espletati i differenti concorsi ospedalieri e universitari e, purtroppo, i migliori non sono sempre tra gli eletti.»

Mi ha detto in apertura del nostro colloquio che la Sua più grande fortuna è stata quella di poter esercitare trentacinque anni fa il Suo mestiere di chirurgo a un buon livello imparando a operare. I giovani specializzati oggi hanno questa opportunità in Italia?

«Le cose stanno cambiando, ma il cambiamento è comunque lungo. Bisogna che i giovani possano fare più esperienza sul campo, specialmente nelle branche chirurgiche, ed essere resi autonomi molto prima di quanto purtroppo si fa. Le nostre università continuano a sfornare dei medici bravi in teoria ma che non hanno alcuna esperienza pratica, il che produce delle difficoltà quando si è al confronto dei pazienti.»

A conclusione del nostro incontro, nel ringraziarLa per la Sua disponibilità, come fatto anche in altre interviste a italiani che vivono all’estero, Le chiedo un pensiero per Napoli, la Sua città.

«Napoli è una città straordinaria con le sue controversie, la sua creatività, la sua indolenza, la sua bellezza, i suoi colori, la sua cultura, la sua musica, la sua poesia e le sue tradizioni. La speranza è che tutti i problemi nei quali la città e i napoletani si battono possano trovare una soluzione per consentirle di essere ancora protagonista nell’Europa e nel mondo di domani.»

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