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Attualità

“Hikikomori”: la solitudine degli autoesclusi

La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno, diceva Jim Morrison. Lo sapeva bene Ruben, per questo aveva deciso di chiudere la finestra, di lasciare fuori il vento, il mondo e anche se stesso. Era un autoescluso, un hikikomori, uno di quei ragazzi che scelgono l’isolamento sociale volontario perché incapaci di vivere la propria età, di rapportarsi agli altri e di ambientarsi in una realtà concreta e non virtuale. Nemmeno sua madre era riuscita a impedirglielo. Così, quando lo scorso 30 giugno ha provato a portargli via la tastiera del computer, esasperata da un estraneo abitante il corpo di suo figlio, lo ha visto prendere la rincorsa e lanciarsi dal balcone, perso in un vento smorzato dalla calura estiva. Adesso, il diciannovenne torinese è in gravissime condizioni.

I vicini raccontano di non averlo mai incrociato, qualcuno solo in rare occasioni, qualcun altro ne ricorda le urla, le liti, le botte date a quella donna che a lungo ha tentato di riportarlo nel mondo reale. A rimbombare tra le pareti del suo civico, però, è il tonfo di una caduta folle e disperata. Come molti dei ragazzi affetti dallo stesso disagio, da qualche mese Ruben aveva smesso persino di andare a scuola. L’unico universo da lui abitato, forse il solo possibile, era al di là di uno schermo, al di là di quel pc dal quale non si staccava mai.

È così, infatti, che vivono gli hikikomori. Hanno tra i 14 e i 25 anni, talvolta raggiungono i 35. Non studiano, non lavorano, non escono di casa, non hanno amici, interrompono qualsiasi dialogo con l’esterno, spesso persino con i propri familiari. Trascorrono le giornate tra i pochi metri quadri delle loro stanzette, anticamere di un mondo che si sviluppa sul web, quella rete nella quale si aggrovigliano senza saperne più uscire.

Soltanto nel Bel Paese, denuncia la SIP, Società Italiana di Pediatria, nel Position Statement presentato a Bologna nell’ambito del congresso nazionale riguardante preadolescenti e adolescenti nella fascia d’età tra gli 11 e i 17 anni, i circa 120mila ragazzi italiani vittime di questo isolamento patologico trascorrono in media 12 ore al giorno connessi, presentando presto sintomi di diversi disturbi psicologici. In particolare, oggetto della dipendenza è lo smartphone il cui utilizzo compulsivo trasforma l’abitudine in smania, la curiosità in noia, la monotonia in ossessione vera e propria.

Nello specifico, la sottomissione allo strumento tecnologico è associata a emarginazione, alterazioni degli stati emotivi, perdita del controllo, ansia e, non ultima, a depressione. Il cellulare e il computer, quindi, si fanno portali di una realtà simulata, un grido di aiuto silenzioso che, rubandone la quotidianità, restituisce ai giovani un qualche legame con l’altro da sé. Un paradosso che riconosce in un sintomo anche una potenziale soluzione. «Spesso si confonde l’hikikomori con la dipendenza dalla tecnologia, mentre l’abuso della tecnologia è solo una conseguenza, non una causa di questo fenomeno», spiega Marco Crepaldi, specializzato in Psicologia Sociale e Comunicazione Digitale, fondatore e presidente dell’Associazione Nazionale Hikikomori Italia, una delle tante piattaforme nate per assistere i ragazzi e le loro famiglie, insegnando agli uni e agli altri il modo di conoscersi, riconoscersi e aiutarsi.

Il web, soprattutto per i soggetti più introversi, rappresenta il rifugio ideale, una zona franca per costruirsi un’identità spesso lontana dalla propria, magari più simile a quella agognata, consentendo a chi se ne fa scudo di immaginarsi in un contesto eventuale libero da limiti e ritrosie. Il peso delle aspettative che nel mondo reale si rivela sempre più voluminoso e difficile da sostenere, nel virtuale smette di curvare la schiena, di rappresentare un problema, una scatola di inquietudine da cui è impossibile uscire. Si rende, invece, evanescente come i rapporti che si instaurano sfiorando la tastiera.

In tale contesto, un ruolo cruciale al fine di prevenire isolamento e dipendenze è rappresentato dai due capisaldi della società: la famiglia e la scuola. In particolare, una buona relazione genitore-figlio contribuisce a diminuire il livello di ansia sociale che attanaglia i ragazzi nella modernità. Al contempo, la scuola – se riportata alle sue origini, svuotata di una malsana competizione da talent – può costituire luogo di conforto e sostegno, anziché sfogatoio di bullismi vari, incompresi perché inascoltati. «Gli adolescenti sono nell’età della sperimentazione identitaria perché devono capire chi sono», spiega Simone Mulargia, professore aggregato presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma. «I media sono occasioni per sperimentare, anche le sensazioni, e per comprendere i propri limiti. Ma capire i propri limiti non è sbagliato, fa parte della crescita, lo diventa quando i ragazzi vengono lasciati soli perché, è bene ricordarlo, i media sono un’opportunità ma anche un pericolo: più i ragazzi stanno in rete, più aumentano le opportunità, ma anche i pericoli».

Nello specifico, in Italia, il fenomeno riguarda soprattutto le ragazze: per loro il rischio è tre volte maggiore rispetto ai ragazzi. Le adolescenti, infatti, a differenza dei loro coetanei vivono costantemente e con necessità superiore alla ricerca di relazioni sociali. Al contrario, in terra nipponica, dove la definizione di hikikomori (stare in disparte) si è sviluppata già negli anni Ottanta, l’isolamento volontario ha accezione prettamente maschile e coinvolge circa un milione di persone. Una differenza sostanziale che si potrebbe spiegare con l’attitudine tipica della società occidentale che ancora costringe la donna a misurarsi con stereotipi e immagini insostenibili, figli di una finzione pubblicitaria che governa l’intero sistema capitalistico proiettando i singoli soggetti in un universo irreale e irrealizzabile di cui diventano inevitabilmente vittime.

Ecco che, allora, nascono gli hikikomori, gli insoddisfatti, gli autoesclusi, l’ennesima etichetta che consente alle maggioranze di prendere le distanze, di individuare le minoranze non per aiutarle ma per discriminarle in via indiretta, avallandone le diversità relazioni e comportamentali. E così, una volta creati i ghetti virtuali, a poco a poco, i rapporti interpersonali si fanno sempre più labili, rari, transitori, con il rischio che prima o poi spariscano del tutto. Con il rischio che prima o poi, per una mamma che tenta di portare via una tastiera o per un padre che, disperato, alza la voce, prendere la rincorsa e lanciarsi dal balcone sembri l’unica soluzione. Come per Ruben che, forse, il rumore del vento non lo racconterà più a nessuno.

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