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“Hikikomori”: quando il mondo intorno scompare

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
21 Gennaio 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Non fanno rumore gli hikikomori. Se ne stanno in disparte, il mondo non lo attraversano nemmeno. Hanno chiuso la porta della loro cameretta già da un po’, quando gli altri erano distratti e la vita iniziava a farsi dura. Il resto lo hanno lasciato fuori, la solitudine come unica compagnia, a volte nemmeno quella.

Hanno tra i 14 e i 25 anni, spesso raggiungono i 35. Sono ragazzi come noi, con paure e incertezze, poca fiducia e molti dubbi. Hanno un modo diverso di viverli, però. Non escono di casa, non cercano contatti con l’esterno, tantomeno con i genitori, non hanno un lavoro, smettono persino di andare a scuola. Le pareti della loro stanza sono il cuscino più morbido a cui affidarsi nel buio che li avvolge. Dormono di giorno, vivono di notte, il tempo, per questi giovani, ha un andamento diverso.

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La loro definizione, hikikomori (stare in disparte), nasce in Giappone già negli anni Ottanta del secolo scorso – al punto da poter distinguere ben due generazioni interessate –, quando i primi casi di isolamento sociale volontario cominciano a diventare noti e nessuno ne sottolinea la gravità. Oggi, però, che i numeri si fanno mostruosi, non parlarne sa ancor più di connivenza. Solo nel Paese asiatico, infatti, il fenomeno riguarda circa un milione di persone e dagli anni Duemila si sta espandendo con rapidità anche negli Stati Uniti e in Europa. Nello Stivale, ad esempio, si contano più di centomila episodi riconducibili a questa tipologia di disagio. Tra essi, a differenza del territorio nipponico, dove la fenomenologia ha accezione prettamente maschile, all’incirca il 30% è legato al genere femminile.

Il progresso, soprattutto quello in campo economico, rappresenta una delle cause principali di questa forma psichica che estrania i ragazzi dalla realtà, sempre più incapaci di sostenere il peso delle aspettative di un mondo che per loro va a una velocità irrefrenabile, difficile da emulare. Il fiatone della rincorsa, dunque, si fa distacco, quasi imperturbabilità. I social, i talent, le vetrine da riempire e le luci costantemente puntate addosso condizionano e alienano, irrompono la fragilità, alterano la visione di se stessi e degli altri, in un confronto dal quale si esce puntualmente sconfitti. Così, la vita si sposta al di là dello schermo di un computer, dove la quotidianità diventa un gioco di ruolo e un nome vuoto, talvolta inventato e soprattutto senza volto, l’amico virtuale con cui darsi appuntamento per le prossime ore.

Proprio l’attaccamento morboso al web e a tutto ciò che vi concerne ha fatto spesso parlare del fenomeno come di dipendenza da internet. La prospettiva, tuttavia, è in questo caso sbagliata: la ragnatela vasta come il mondo, infatti, è solo la conseguenza più logica del proprio allontanamento, l’unica possibilità per mantenere in essere un legame con la vita, trascurando il contingente ma restandovi, comunque, in una forma del tutto singolare, ancora avvinghiati.

Basta un niente, infatti, e alle volte il mondo intorno scompare, il silenzio rimbomba dentro, il nulla inebria e avvolge, fa capitolare. Il bisogno di prendersi una pausa da quanto circonda l’individuo si fa sempre più insistente, la voglia di stare in disparte si mostra dapprima necessità, poi unica via percorribile. Diventa difficile, a questo punto, ritornare a una quotidianità genericamente considerata come normale.

Se si escludono le cause sociali, numerosi sono i fattori che possono generare hikikomori. Le motivazioni, difatti, possono essere caratteriali – lì dove l’introversione paralizza e rende complicato instaurare relazioni interpersonali che abbiano stabilità e longevità – o familiari, magari quando uno dei due genitori manca – il più delle volte il padre – e il ragazzo si attacca fortemente all’altro o è figlio unico, avvertendo tutte le pressioni su di sé. La scuola e il suo rifiuto, infine, restano sempre un importante campanello d’allarme che cela, in molte occasioni, bullismo e violenza subiti. Non a caso, per la maggiore, è nel corso degli anni scolastici che suddetti disturbi diventano insistenti: è in questo periodo, infatti, che il fattore precipitante – persino un brutto voto – si verifica e destabilizza una personalità già in conflitto con se stessa.

Nonostante il fenomeno sia stato a lungo trascurato, comunque, proprio il web si sta trasformando in uno strumento di sostegno. A tal proposito, sono nate piattaforme dedicate sia ai ragazzi sia ai loro familiari per permettere ai primi di confrontarsi con altri che avvertono le stesse difficoltà e ai secondi di imparare a riconoscerne i sintomi e a tentare un giusto approccio. L’associazione Hikikomori Italia, ad esempio, opera con l’obiettivo di informare, sensibilizzare e tentare di accendere una riflessione critica sul fenomeno. Lo scopo è quello di capire, non curare. Affrontare il problema senza stigmatizzarlo e senza giudicare […], con la possibilità di capire che non si è i soli ad affrontare questa sfida e anche di potersi raccontare nel Forum, nella Chat pensata per i ragazzi o nel gruppo Facebook dedicato ai genitori. Piccoli ma importanti passi per squarciare il silenzio e restituire la giovane età a chi ha paura di sentirla propria.

Non fanno rumore gli hikikomori, ma gli orrori del capitalismo, della sottocultura dell’immagine e dell’apparenza a tutti i costi hanno un’eco inconfondibile, così come inconfondibili sono i segnali che la società che andiamo costruendo sia vittima di numerose falle. Stanno, subdolamente, distruggendoci il futuro. Sicuri che non vogliamo parlarne?

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Comments 2

  1. Paola says:
    7 anni fa

    Negli anni ’80 ero una hikikomori anch’io, non uscivo per mesi e mesi dalla mia camera. Comunicavo solo col telefono o per lettera, non volevo vedere nessuno. Allora non conoscevo il termine hikikomori ma soffrivo di tutti quei sintomi. Oggi ne sono uscita e spero di poter fare qualcosa per chi ne soffre. Paola

    Rispondi
    • Mariaconsiglia Flavia Fedele says:
      7 anni fa

      Gentile Paola,
      grazie di questa preziosa testimonianza e del Suo desiderio di aiutare chi è vittima di quell’immobilismo emotivo e sociale che oggi definiamo “hikikomori”. Già solo essersi esposta e aver detto “ne sono uscita” credo sia un passo importante e una mano tesa verso l’altro.
      Le nostre pagine, comunque, restano a Sua completa disposizione.
      Ancora grazie.

      Rispondi

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