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Alabama: le prime conseguenze della legge contro l’aborto

In uno sprint nella corsa all’arretratezza che il terzo millennio sta affrontando senza rivali, da alcuni mesi lo Stato dell’Alabama ha ideato un progetto di legge che vieta l’aborto nella quasi totalità dei casi. La decisione ha indignato l’opinione pubblica di tutto il mondo e milioni di attivisti si sono fatti sentire in favore dei diritti delle donne, denunciando il paradosso secondo cui un feto sia giuridicamente più protetto di una possibile mamma.

Un provvedimento tanto estremo, però, deriva non solo dai politici repubblicani ai vertici del potere: l’intero Stato, dai caratteri tipicamente conservatori, ha acclamato la notizia. La storia dell’Alabama è stata fatta da uomini bianchi e schiavisti, che hanno creato un territorio tremendamente conservatore, ma anche l’ambiente perfetto per i più sensazionali atti di ribellione al razzismo e al sessismo. Dal fulcro segregazionista dell’Alabama hanno preso il via le battaglie di Martin Luther King e i gesti di rivoluzione e riscatto sociale di Rosa Parks. Insomma, un luogo che spaventa i diritti civili, ma che diventa il motore dei gesti che cambiano la storia. Di una storia, però, che ha ancora molta strada da fare.

Dalla notizia della legge sull’aborto, l’Alabama è tornato il simbolo di un’America dalle tendenze estremiste e discriminatorie. E le prime conseguenze iniziano a farsi avanti. A tal proposito, ha fatto rumore l’eclatante caso di Marshae Jones, una donna afroamericana arrestata perché qualcuno le ha sparato, provocandole un aborto. Nel dicembre scorso, la ventottenne era incinta di cinque mesi quando la lite con un’altra donna ha preso una brutta piega. Dopo cinque colpi di pistola all’addome, la giovane ha perso il suo bambino ma è riuscita a sopravvivere. Il trauma di una sparatoria, però, non è stato il peggior momento per Marshae, che si è vista muovere accuse di omicidio colposo perché, provocando la discussione e mantenendo atteggiamenti aggressivi, ha indirettamente condotto alla morte del feto.

Una storia che fa paura, chiaramente indicativa sui pregiudizi e sulle posizioni irremovibili sulla questione aborto. Il Grand Giurì, la corte di privati cittadini riunita per stabilire se ci fossero gli estremi per un processo, aveva infatti stabilito che Marshae Jones fosse responsabile dell’interruzione di gravidanza poiché si era messa in una condizione di pericolo, rischiando la vita del piccolo in grembo. Invece Ebony Jemison, colei che le aveva sparato, è stata immediatamente dichiarata innocente, considerando il suo gesto legittima difesa. Per fortuna, lo scorso 4 luglio le accuse nei confronti di Marshae sono cadute, ma il caso, per le pieghe che ha preso, resta indicativo sulla posizione dell’America conservatrice.

In uno Stato contro l’aborto ma favorevole alle armi, una donna può essere arrestata perché qualcun altro le ha sparato, mentre chi impugna la pistola è protetto dalla legge. Un paradosso non troppo sorprendente, perfettamente in linea con le leggi di un Paese che si dichiara per la vita ma che consente di tenere armi da fuoco nel cruscotto dell’auto. Un luogo in cui il diritto di difendersi è più legittimo dei diritti delle donne, che non solo non hanno più accesso al libero arbitrio sui loro corpi e le loro vite, ma sono anche vittime di insinuazioni quando l’aborto è spontaneo. La vicenda di Marshae ha scatenato un’esplosione di opinioni, che hanno insinuato che la giovane avesse provocato la lite di proposito per perdere il bambino, che fosse stata una madre sconsiderata poiché non aveva pensato di proteggere il figlio e che si fosse addirittura fatta scudo con la pancia per salvarsi la vita. Una calunnia dietro l’altra per una persona che, ricordiamolo, è stata vittima di una sparatoria e ha subito un aborto in seguito alla traumatica vicenda.

È un caso che crea un precedente, e no, non quello della sua scarcerazione. Pone le basi perché una donna sia responsabile della vita del feto anche in caso di incidente perché troppo sconsiderata da mettersi in situazioni pericolose. Questa vicenda sta investendo le donne incinte di responsabilità oltre ogni immaginazione, come conseguenza di una fin troppo agguerrita lotta all’aborto. Una strada burrascosa che rischia di portare le future mamme a non mettersi al volante o andare in bicicletta per non ritrovarsi in un episodio che costi loro la libertà, oltre che la maternità. Un percorso che rischia di convincerle a rintanarsi in casa e a non andare a lavoro, a non intrattenere rapporti con altre persone, a non parlare con i conoscenti, perché ci sarà sempre il pericolo che qualcuno tiri fuori, del tutto legalmente, una pistola, e attenti alla loro vita, in un modo o nell’altro.

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