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Zingaretti si dimette. E il PD?

Erano previste per l’Assemblea Nazionale del 13 e 14 marzo, invece il Segretario del PD ha anticipato le sue dimissioni al pomeriggio di ieri, dopo giorni di dichiarazioni, contro-dichiarazioni e logoramenti vari. Ed è stato lo stesso Zingaretti, nel post in cui ha annunciato di lasciare la guida del partito di Via del Nazareno, a riconoscere che da quelle parti – e non solo – da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del COVID, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni.

Non certo una mossa inaspettata, dicevamo, dopo che da settimane era partita l’invettiva di Base Riformista, cioè i rimasugli dell’età renziana non approdati in Italia Viva e rimasti appositamente nello schieramento erede del Partito Comunista Italiano – strano persino a scrivere una cosa del genere! – per influenzarlo da dentro. E non è un caso che il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, scelto da Renzi – come, d’altronde, la totalità dei gruppi parlamentari –, da giorni insistesse per chiedere le dimissioni da vicesegretario di Andrea Orlando in quanto Ministro del Lavoro nel Governo Draghi, come se il senatore di Rignano non fosse stato contemporaneamente Segretario e Presidente del Consiglio.

Parliamoci chiaro: l’atteggiamento di quella specifica corrente interna non sorprende affatto. Il suo è lo stesso modus operandi utilizzato da Italia Viva con lo scopo di far cadere il Conte bis: attaccare il nemico – anche se fa parte del tuo stesso partito o è capo del tuo governo, poco cambia – e compiere il lavoro sporco che in realtà spetterebbe agli oppositori pur di farlo inciampare.

Si dirà che, ai tempi che furono, anche Renzi aveva i suoi antagonisti interni, che secondo alcuni non erano teneri con lui – secondo noi, invece, lo erano fin troppo – e che tale fu lo scontro da portare la ditta, dunque quelli che dovevano essere rottamati, a staccarsi e a fondare un nuovo movimento. È giusto, invece, precisare che in quel caso a essere fuori posto era proprio il Giglio Magico, che poco e niente aveva a che vedere con la storia e le radici dei dem. Così come davvero poco hanno da condividere coloro i quali a quella corrente appartengono e che lavorano solo per il potere in funzione del potere.

Sia detto che lo stesso Zingaretti si è affidato esageratamente a costoro, ammettendo egli stesso di essere rimasto colpito dal rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto: basti pensare che Lorenzo Guerini, membro di Base Riformista, è stato Ministro Della Difesa in entrambi gli ultimi due governi. L’errore dell’ex Segretario, tuttavia, non si è limitato solo a questo, ma anche a non rendere il partito trascinatore, in grado di guidare e non di farsi trasportare dagli eventi: è il caso, ad esempio, del ruolo assunto da Zingaretti a inizio pandemia, quando – pur facendo bene a sostenere le misure necessarie per lo stato di emergenza – dava l’impressione di nascondersi dietro a Conte, come se avesse timore di esporsi e di rendersi protagonista di quella delicata fase storica.

Lo stesso dicasi a proposito dell’appoggio incondizionato a Mario Draghi, contenendosi nel chiedere come fulcro un’impronta europeista – non difficile da immaginare, trattandosi dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea – e smentendo la posizione rigida da lui assunta fino al giorno prima, secondo la quale l’unica alternativa a Conte erano le elezioni. Questo, in fin dei conti, rappresenta lo stesso cambiamento di posizione che i dem hanno dimostrato dopo aver negato per settimane qualunque possibile alleanza governativa con la Lega. Mai con i sovranisti, neanche se arrivasse Superman, dicevano rispettivamente Zingaretti e Orlando.

All’ex Segretario, comunque, va certamente dato atto di una certa discontinuità rispetto alla precedente gestione, che guardava sempre di più al centro ed era sempre più chiusa in se stessa: in tal senso, infatti, il dimissionario Zingaretti ha riaperto al dialogo con i sindacati, ha cercato punti di contatto con il MoVimento 5 Stelle, ha messo il partito in una posizione conciliante con la sinistra più a sinistra, così come è apprezzabile la proposta di legge che mira a riformare lo stage o anche il blocco dei licenziamenti voluto insieme a Conte sin dal primo lockdown.

Il problema, a questo punto non solo di Zingaretti ma di tutto il principale partito di centrosinistra, è la necessità di imporsi dei temi sui quali fondare la propria azione. Temi che corrispondano alle esigenze della sinistra, dunque politiche sul lavoro che tutelino i più deboli – potrebbero iniziare proponendo di ripristinare l’articolo 18 –, misure a sostegno della difesa dell’ambiente – il che vuol dire smettere di appoggiare opere inutili e inquinanti come il TAV –, battersi per il salario minimo e introdurre lo ius soli. Un tabù, quest’ultimo, che nemmeno da quelle parti riescono ad abbattere.

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