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Vitto e sopravvitto in carcere: la Corte dei Conti ravvisa profili di illegittimità

Ai detenuti e internati è assicurata un’alimentazione sana e sufficiente, adeguata all’età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, al clima: questo è quanto è stabilito dall’articolo 9 della legge sull’ordinamento penitenziario (L. 354 del 1975). Un principio semplice, di facile intuizione, ci pare quasi scontato. Eppure, quello del vitto e sopravvitto negli istituti penitenziari è un tema molto complesso e oggetto di numerosi dibattiti. Sembra dimostrarcelo la pronuncia della Corte dei Conti del Lazio, intervenuta pochi giorni fa, con la quale sono stati individuati profili di illegittimità nella procedura di gara per l’affidamento del servizio per alcune carceri della regione, ricusando quindi il visto per i relativi provvedimenti.

Precisiamo innanzitutto che con il termine vitto ci si riferisce a quello che nel gergo degli istituti penitenziari viene definito carrello, ossia i pasti che vengono distribuiti negli istituti quotidianamente e che tutti i detenuti e gli internati hanno diritto a ricevere, trattandosi di un servizio compreso nelle spese di mantenimento pagate da ciascun recluso. Parliamo di cibo preparato e distribuito di solito dagli stessi detenuti, una parte dei quali ha quindi la possibilità di svolgere attività lavorative intra moenia. La legge stabilisce inoltre che deve essere rispettato, laddove possibile, il credo religioso nella somministrazione del vitto. Tale servizio – in particolare per procurarsi la grande quantità di cibo necessaria – è affidato generalmente a un’impresa esterna, attraverso una procedura di gara a evidenza pubblica, con la quale nella prassi è automaticamente affidato anche il servizio di sopravvitto. Con questo termine ci si riferisce ai prodotti che ciascun detenuto può acquistare presso lo spaccio situato all’interno dell’istituto, dotato di generi alimentari e non.

Il primo dato da mettere in risalto è che la maggior parte dei reclusi difficilmente – se ne ha la possibilità – mangia quanto viene fornito dalle direzioni poiché da più parti e da più istituti negli ultimi anni è stata segnalata la scarsa qualità del cibo somministrato. Così, nei limiti consentiti dalla legge, alcuni alimenti possono essere inviati dalle famiglie all’esterno, altri saranno comprati dai detenuti con le proprie risorse economiche.

I profili di illegittimità ravvisati dalla Corte dei Conti nel caso sottoposto al suo esame sono sostanzialmente due: da un lato, l’insufficienza del vitto, dall’altro i costi esorbitanti del sopravvitto. Due elementi che sembrano intrecciarsi, essendo coinvolta la stessa impresa erogatrice. Quest’ultima si era infatti impegnata a consegnare le derrate alimentari necessarie al confezionamento dei tre pasti giornalieri al costo di 2.39 euro pro capite, con una diminuzione di oltre il 50% del prezzo inizialmente previsto (di 5.70 euro). Un costo difficile da considerare possibile se si vuole garantire la qualità di quanto distribuito. A meno che – come evidenzia la Corte – l’impresa non compensi i costi bassissimi con una scarsa qualità e con prezzi del sopravvitto raddoppiati, a discapito dei detenuti.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, il Regolamento di esecuzione 230 del 2000, stabilisce: La direzione assume mensilmente informazioni dall’autorità comunale sui prezzi correnti all’esterno relativi a generi corrispondenti a quelli in vendita da parte dello spaccio o assume informazioni sui prezzi praticati negli esercizi della grande distribuzione più vicini all’istituto. I prezzi dei generi in vendita nello spaccio, che sono comunicati anche alla rappresentanza dei detenuti e degli internati, devono adeguarsi a quelli esterni risultanti dalle informazioni predette. Dunque, viene da chiedersi perché le istituzioni preposte a tale controllo abbiano avallato simili irregolarità nelle procedure, palesemente in contrasto con il principio della massima conformità possibile tra il livello di vita interno ed esterno alle mura penitenziarie. Ricordiamo inoltre che, trattandosi di una procedura di gara pubblica, essa deve rispettare determinati criteri e la scelta tra le offerte non può mai avvenire guardando alla semplice offerta economica più bassa, bensì sarà necessario un contemperamento tra requisiti economici e qualità del vitto, che non sembra essere stato rispettato.

Nel caso in esame, le prime segnalazioni sono state presentate proprio dai reclusi già molti mesi fa e raccolte dalla Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni, che ha parlato della necessità di azzerare tutto e ripartire con criteri seri e bandi di gara alla luce del sole. In base alla legge e attraverso una rappresentanza estratta per sorteggio mensilmente, infatti, i detenuti e gli internati hanno la possibilità di controllare la preparazione del vitto giornaliero e di verificarne quantità e qualità, oltre che l’utilizzo integrale dei generi prelevati per la confezione del vitto. Essi possono quindi presentare le loro osservazioni sul tema al direttore.

La Corte dei Conti, dunque, ha messo in evidenza una violazione dei principi costituzionali di cui agli articoli 27 e 32 e in particolare delle garanzie di umanità della pena e diritto alla salute. Inoltre, l’affidamento congiunto dei due servizi rischia di innescare un pericoloso conflitto di interessi a discapito dei detenuti. Infatti, pur avvenendo la valutazione delle offerte sulla base del solo vitto, il cosiddetto sopravvitto perde poi il suo carattere di accessorietà rappresentando oltre il 50% del valore del vitto indicato nel disciplinare di gara. Quindi la Corte, oltre a pronunciarsi sul caso in esame, ha consigliato di vagliare per il futuro la possibilità di predisporre bandi di gara che diversifichino le procedure e separino i due servizi in questione, permettendo inoltre la partecipazione di più operatori economici e un conseguente beneficio in termini di economicità e qualità del servizio stesso.

Quanto avvenuto nel Lazio pone l’attenzione su una problematica che non è assolutamente nuova e che va affrontata per evitare una lesione di diritti fondamentali delle persone recluse. A tal fine, la Corte dei Conti ha segnalato la propria decisione alla Ministra della Giustizia Cartabia, al Dap, ai Garanti dei diritti dei detenuti – che da tempo si occupano in più regioni del tema –, all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Si tratta di un tema urgente, che non può più essere ignorato.

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