Cultura

Visionary Environments: l’arte degli outsider (pt.2)

È dall’alba dei tempi che l’uomo costruisce per gli dei. Un sogno, un’apparizione, una tempesta: gli uomini hanno spesso creduto di cogliere il sussurro del loro Dio e ne hanno eseguito la volontà. Guerre e Crociate sono sorte dall’obbedienza a queste voci, ma anche un patrimonio artistico e architettonico senza pari. Non solo templi, santuari e cattedrali sono stati edificati sull’impulso di una visione profetica. Sculture giganti, castelli di lattine, boschi pieni di statue fanno parte di questo patto mistico tra il dio e il suo profeta: in questo caso, i Visionary environments si fanno Eden, Mecca o Inferno.

Di questa forma di arte outsider abbiamo già parlato e, in particolare, delle figure che si celano dietro alla costruzione di torri di metallo e palazzi di arenaria: stavolta, i protagonisti saranno uomini mistici, che hanno sognato una sacralità fuori da ogni schema preconcetto.

Sulle rive del fiume Mekong, nel Laos, oggi riposano dei giganti addormentati. Sono imponenti statue di Buddha, Shiva, Rama e Visnu: noncuranti di appartenere a religioni diverse, quella buddista e induista, i giganti di pietra si rilassano assieme guardando l’acqua che scorre placida. È il Wat Khaek Buddha Park di Bunleua Sulilat, un prete-sciamano che, dall’unione di due religioni, ha creato la propria.

Un creatore di miti che ne scrisse uno anche per se stesso: un giorno, cadendo in una caverna, avrebbe incontrato il suo mentore, l’eremita Keoku. A lui dedicò il Sala Keoku, il suo secondo parco religioso, in Thailandia. La sua personalità eccentrica attirò centinaia di religiosi, che lo aiutarono a costruire i colossi di pietra. Ma proprio uno dei suoi giganti gli fu fatale: cadde dalla sua sommità, e da allora la salute di Sulitat si andò deteriorando fino alla morte. Venne sepolto (e mummificato) all’interno del parco, un tutt’uno con esso per l’eternità.

Cano Espinoza è tornato dal Vietnam nel 1970. Ma il Vietnam non lascia mai davvero i suoi reduci. Forse, come tanti altri, anche lui sarebbe rimasto smarrito, senza uno scopo, perseguitato dagli spettri della guerra. E, invece, gli hanno parlato Dio e la marijuana. Cano la descrive quasi come una possessione, come se il Cristo avesse preso il comando delle sue mani mentre era sotto l’influenza dell’erba.

Cano’s Castle è un’opera straniante, alta e rilucente nel mezzo dell’afosa campagna del Colorado. La struttura del castello è fatta di pietra, legno rivestito con detriti metallici e centinaia e centinaia di fondi di lattine di alluminio. Illuminate nella notte da luci elettriche, le lattine e le bottiglie di vetro appese ai fili tintinnano nel vento. La prima pietra del castello è stata posta nel 1980, e la sua costruzione è continuata per vent’anni, sempre in compagnia di Dio e della Maria. La torre centrale è il Re, mentre la sua consorte angolare è la Regina, entrambi rilucenti nei loro gioielli di alluminio. Alto tre piani, il castello di metallo è un’icona del Cristo. Gli mancano solo i piedi per cominciare a vagare tra le colline, come in un sogno di Hayao Miyazaki.

Genesi 6, 17-22 – [Dio disse a Noè:] «Ecco, io sto per mandare il diluvio […] Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli». È questa l’apertura di uno dei racconti biblici più celebri, che affonda le sue radici nella mitologia mesopotamica. Ma una nuova alleanza è stata stabilita nel 1982, in Newark, New Jersey: quella con Kea Tawana. I vicini ricordano come, nel mezzo di un lotto vuoto, una strana donna dall’aspetto androgino cominciò a trascinare legno, vetro colorato e metallo. Era materiale preso dai palazzi della Central Ward, abbandonati a causa della povertà e delle rivolte degli anni Sessanta. Totalmente da sola, Kea diede forma a quell’ammasso di macerie, costruendo un’arca lunga ventisei metri e alta tre piani. A chiunque le chiedesse il perché, Kea rispondeva che non c’è posto sicuro sulla terra.

Il mistero avvolge la figura di Tawana, la sua storia e la sua identità di genere. Per molti anni, lavorando a Newark, venne scambiata per un uomo a causa dei modi rudi e delle vesti larghe. I giornali la presero in giro, descrivendola come una pazza con eccesso di testosterone. Kea diceva di essere nata in Giappone e di essere scappata negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, seguendo il padre americano. Sua mamma e la sua sorellina invece rimasero lì per sempre, morte in un bombardamento aereo. Nel necrologio di Kea, però, venne scritto che era nata in una riserva indiana, dalla quale era fuggita a dodici anni. Qualunque fosse la verità, è certo che la vita l’avesse indurita.

Secondo lei, New York in quegli anni era diventata il fondo di un mare di fango: sporca, povera, degradata, pericolosa. Ladri e stupratori l’attendevano a ogni angolo. E Kea era stanca di combattere, aveva voglia di prendere il largo. Così, comprò dei libri, cominciò a tempestare la gente di domande e studiò il modo migliore di costruire una nave e scappar via. Il governo però decise che, tra tutto il degrado presente a Newark, era l’Arca di Kea a dover sparire. A nulla servì l’intervento della Chiesa battista afroamericana, a nulla le lettere di architetti, storici, delle scuole e dei vicini: l’ordine di demolizione arrivò lo stesso. E Kea, per evitare l’umiliazione delle autorità, distrusse la propria creazione con le sue mani.

Nek Chand Saini costruì il Rock Garden of Chandigarh in segreto. L’uomo vagava per i cantieri di demolizione della città indiana, raccogliendo il materiale distrutto e portandolo di notte in un bosco vicino. È lì che cominciò a costruire la sua visione del regno divino di Sukrani, tredici acri di corti interconnesse popolate da statue di dee, danzatori, musicisti, re e regine, santi, straccioni, bambini, donne che raccoglievano l’acqua, interi banchetti nuziali, regni animali. Dopo diciotto anni, la polizia si ritrovò di fronte a un bosco di statue, ad anfiteatri, altalene giganti e cascate artificiali. Le autorità non sapevano come comportarsi, rubare i materiali dai cantieri era illegale. Ma la notizia si diffuse di bocca in bocca e la pressione dell’opinione pubblica salvò il regno di Chand dalla demolizione. Oggi, le duemila figure popolano uno dei luoghi più mistici, improbabili e amati dell’India.

La costa francese Rothéneuf è incisa. Le sue curve, i suoi scogli, i suoi strapiombi sono coperti di volti, sirene, pirati, uccelli. I suoi massi sono uomini che guardano verso il mare. È l’opera mitica di Adolphe Julien Fouré, prete di campagna. Forse, la più bella tra quelle descritte. Angeli, santi e diavoli sembrano uscire fuori dalla roccia di loro spontanea volontà, intrappolati lì sotto dai tempi dell’Antico Testamento. Forse è per questo che il mondo oggi è privo di apparizioni: le creature mistiche si sono rifugiate nella roccia e solo lo scalpello di un visionario può tirarle fuori. A emergere sono anche leggende e mostri marini, pure loro fusi in una strana mitologia, comprensiva di folklore e monoteismo.

Fouré continuò a intagliare, dedicandosi al legno, alla liberazione delle anime che risiedono negli alberi. Durante la Seconda guerra mondiale, quella che chiamava la sua Galleria Diabolica bruciò nei bombardamenti. Ma basta fare un passo verso il mare per ritrovare la sua arte incisa tra le rocce, immortale e immutabile.

Il Paradiso di Veijo Rönkkönen è un Eden in Terra. Con le ossa di rete metallica e la carne di cemento, sono cinquecento le anime mutate in pietra che popolano questo giardino della rivelazione. In un piccolo bosco della Svezia, sembra essersi fermato il tempo: le statue sono bloccate nell’atto di rincorrersi, giocare, chiacchierare, suonare. Dei bambini nudi prendono il sole. Una suora e un prete stanno a braccetto. Alcuni nuotano nei cespugli. Uno sceriffo siede accanto a un meccanico. E cento sono le statue che danzano rivolte al sole. Un piccolo frammento di tutta l’umanità. E, infine, un autoritratto dell’artista: dopo averci lavorato per mezzo secolo, un posto in paradiso se l’è meritato.

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