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Verdelli sotto scorta: attacco alla libertà di stampa

«Penso che un giornale come la Repubblica, nel campo democratico, abbia il dovere di far sentire la sua voce. […] La libertà di stampa è una delle condizioni primarie della democrazia, per me è una condizione sine qua non per fare questo mestiere. Pur essendoci dei venti un po’ preoccupanti, non penso che quella libertà di stampa possa venire messa a tacere o fatta arretrare […]. Sono per il rispetto delle regole e per alcuni principi umanitari che fanno parte della nostra civiltà e della nostra democrazia».

Queste parole appartengono a Carlo Verdelli, direttore de la Repubblica, che le ha rilasciate al nostro giornale lo scorso giugno, pochi mesi dopo essere stato chiamato al timone di uno dei più prestigiosi giornali italiani. Viene naturale riprenderle adesso, però, perché da appena pochi giorni il Ministero dell’Interno ha deciso di assegnare al noto giornalista la scorta per le minacce ricevute. I fatti risalgono al mese di gennaio, quando sia lui sia Eugenio Scalfari sono stati oggetto di intimidazioni sfociate in una telefonata che avvertiva la redazione del quotidiano della presenza – fortunatamente non vera – di un pacco bomba. Lo spiacevole episodio è avvenuto in seguito a inchieste che, da tempo, L’Espresso e la Repubblica portano avanti su movimenti neofascisti e che, tra l’altro, hanno evidenziato legami con ambienti malavitosi.

In questa fase particolare, tutti stiamo facendo i conti con cosa significhi avere restrizioni – giustificate e giustissime – della libertà, sentendo la mancanza di ciò che fino a poco fa costituiva la normalità delle nostre giornate. Ma quanto deve essere doloroso sentirsi costretti a fare o non fare alcune cose solo per aver degnamente svolto il proprio lavoro, anche quando questo consiste nel raccontare ciò che si ha attorno e andare alla ricerca di notizie?

Spesso apprezziamo ed elogiamo i cronisti per il modo in cui esercitano la loro professione, per il coraggio, per la chiarezza ma, soprattutto, per il merito di far luce su vicende che ignoriamo e che, senza di loro, non conosceremmo. Così, come ci sentiamo altrettanto liberi di criticare chi crediamo che confonda il mestiere del giornalista con quello del portavoce di questo o quel politico e di chi utilizza uno strumento di informazione per finalità propagandistiche. Ma lo facciamo sempre con la convinzione che è proprio la libertà di stampa che permette ai lettori – gli unici che possono giudicare – di comprendere da chi sono ben informati e da chi no, dunque chi va premiato e chi, invece, redarguito. Di conseguenza, le inchieste, gli scoop, i retroscena e le analisi redazionali hanno anche il compito di effettuare lo screening di chi ci governa – o vorrebbe farlo – perché solo un cittadino informato può votare consapevolmente. E abbiamo motivo di pensare che intendesse questo quando il direttore del quotidiano fondato da Scalfari disse che la libertà di stampa è una delle condizioni primarie della democrazia: come potrebbe il potere appartenere al popolo se questo non è abbastanza informato?

Libertà vuol dire anche criticare un articolo, smentito se vi sono riportate notizie false, segnalare errori e inviare rettifiche. Ciò che, invecce, non è assolutamente concepibile è voler limitare con la forza il lavoro altrui, peggio ancora quando a farlo sono dei rigurgiti fascisti. Abbiamo tutti il dovere di ricordare e ricordarci che la nostra Costituzione è antifascista e non ammette che possano sorgere movimenti il cui scopo sia quello di impedire la libertà di espressione altrui, proprio come fanno ancora oggi gli estremisti di destra. Un assunto fondamentale che andrebbe ricordato anche a quei politici che mettono alla gogna giornali e giornalisti o, peggio, approfittano della propria posizione per censurarli: una situazione che si è spesso verificata nel nostro Paese, con una fase piuttosto acuta nel ventennio berlusconiano, quando l’ex Cavaliere cancellava programmi dal palinsesto della RAI – pur trattandosi di un’azienda pubblica e non di una sua privata emittente – o emanava editti contro i professionisti a lui sgraditi.

Una tendenza che, purtroppo, è stata mantenuta anche recentemente: basti pensare agli attacchi indirizzati dal PD a Massimo Giannini – all’epoca conduttore di Ballarò – per aver definito incestuoso il rapporto tra Maria Elena Boschi e Banca Etruria o quando, durante il governo Conte uno, la – sventurata – Repubblica è stata attaccata dal M5S che sul proprio profilo Twitter istituzionale della Camera dei Deputati invitava a non acquistare il quotidiano.

Lungi da noi paragonare queste censure alle minacce di morte, ai falsi pacchi bomba e ai proiettili che talora arrivano in alcune redazioni. Il rispetto per il lavoro dei giornalisti, però, va garantito sempre e da tutti, a partire proprio dai politici, che nei limiti della verità hanno il dovere di essere raccontati. Perché, come scriveva Orwell, libertà è poter dire che 2+2 fa 4. Il resto verrà da sé.

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