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Cinema

“Una donna promettente”: un film sulla violenza sessuale e le sue conseguenze

Dei Premi Oscar di quest’anno, Una donna promettente (Promising Young Woman) è sicuramente tra le pellicole che ha fatto maggiormente discutere per le tematiche scelte. Candidato a cinque statuette – tra cui miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista a Carey Mulligan, miglior montaggio – e vincitore di quella per migliore sceneggiatura originale, il film è stato presentato in anteprima il 25 gennaio al Sundance Film Festival 2020, ottenendo ampio plauso. Emerald Fennell – già nota per aver co-scritto la seconda stagione della serie Killing Eve – è qui al suo esordio alla regia e, sebbene la pellicola non sia forse all’altezza delle altre candidate, si dimostra audace proponendo una storia incredibilmente attuale, cattiva e a tratti controversa.

La vita della trentenne Cassandra, per tutti Cassie, sembra scorrere in maniera ordinaria e non troppo da “vincente”: ancora a casa dei genitori, un semplice lavoro come barista in un caffè, nessun interesse o amico. In realtà, circa una volta a settimana, la donna si reca in un club fingendosi del tutto ubriaca al fine di smascherare potenziali violentatori. Il limbo in cui si trascina giorno dopo giorno sembra il risultato di avvenimenti del suo passato, quando era una promettente studentessa di medicina, che l’hanno segnata per sempre.

Carey Mulligan – la quale è anche produttrice esecutiva – ci sorprende ma non troppo con un’interpretazione profonda e indelebile, caratterizzata da sguardi eloquenti e un brutale background. Notevolmente cresciuta dagli anni di An Education o Il grande Gatsby, quest’ultima performance le è valso un Critics’ Choice Award e un Independent Spirit Award, oltre alle candidature al Premio Oscar, ai Golden Globe e aglii Screen Actors Guild Award.

Ma perché Una donna promettente ha fatto tanto parlare di sé? La Fennell decide di portare sullo schermo i concetti di abuso, stupro e consenso. E va oltre. Decide di scavare in quel subdolo che le narrazioni non tendono spesso a prendere in considerazione. Sì, perché lo stupro, per molti, è ancora standardizzato come atto che vede un feroce assalitore nascosto nella notte, violento e minaccioso, e una solitaria ragazza che, nonostante le urla e i tentativi di difesa, ha la peggio. Tutto perfettamente chiaro. Ma che succede se la vittima – o l’aggressore – ha fatto abuso di alcol o stupefacenti? Se ha un comportamento sfrontato e indossa abiti succinti? Che succede se il suo no non è espresso chiaramente? Che succede se l’aggressore è un amico o addirittura un partner? Se è molto giovane, se è bello, ricco, di buona famiglia? Se ha un atteggiamento quasi premuroso?

Davvero la vita è da intendere come una dicotomia tra bianco e nero e non come un’infinità di variabili e sfaccettature di un sistema contorto? Il film tiene conto proprio di queste variabili, delle falle del sistema. Ed è invece molto chiaro. Definisce un tipo specifico di assalitori, i cosiddetti nice guys, cioè quelle persone che hanno un iniziale comportamento affabile, offrendo supporto fisico o psicologico, per poi pretendere una ricompensa sessuale in cambio.

Ci presenta un totale scardinamento della stereotipizzazione dell’aggressore, mettendo in luce la sostanziale differenza tra stupro e goliardata o gioco tra ragazzi. Una delle maggiori critiche mosse al film è quella di aver dipinto tutti gli uomini come esseri orribili. Crediamo, invece, che l’intento fosse quello di mostrare che anche la persona apparentemente migliore può diventare colpevole, anche solo di omertà, di come sia facile far parte di quelle variabili, a prescindere dall’essere uomo o donna, e speriamo di poter stipare presto nel grande baule dell’ovvietà la solita solfa del not all men.

Un concetto chiave è senz’altro il consenso e la colpevolizzazione della vittima. Il costante evergreen del se l’è cercata, il giudizio su abiti, sobrietà, atteggiamento provocatorio o meno che spingono sempre più a rimpicciolire il divario tra vittima e carnefice, fino ad annullarlo o, talvolta, ribaltando addirittura i ruoli. Cassie si muove ogni giorno come un automa, cinica, sfiduciata da una società ingiusta, irrispettosa e omertosa. A suo modo combatte, fissando dritto negli occhi chi le fa catcalling, senza apparente disagio ma provocandone. Collezionando nice guys terrorizzati nel momento in cui si accorgono che lei è sobria, poiché del tutto privati del controllo, del potere.

Ma le controversie non terminano qui. L’uscita della pellicola nelle sale italiane finalmente riaperte era prevista per il 13 maggio ma, a seguito di numerose e pesanti polemiche riguardanti il doppiaggio, è stata posticipata al 24 giugno. Pare, infatti, che una clip condivisa dalla Universal Pictures Italia abbia mostrato Laverne Cox, attrice transgender che nel film interpreta la datrice di lavoro di Cassie, doppiata da un uomo (Roberto Pedicini). La cosa ha fatto esplodere una vera e propria bomba in rete e il pubblico si è detto indignato che un’attrice, solo perché transgender, venga doppiata da un uomo. Una scelta, secondo gli utenti, irrispettosa e transfobica. La clip è stata dunque rimossa dal web e il film rinviato per poter doppiare nuovamente e nella giusta maniera il personaggio della Cox.

Insomma, Una donna promettente è una miscela esplosiva di thriller e commedia nera, dai toni pastello e una forte carica espressiva. La colonna sonora, composta da canzoni perlopiù popolari, è la chicca aggiuntiva. Un film crudo, aspro, talvolta sopra le righe, ma esausto di edulcorare la pillola. È una chiara presa di coscienza, uno schiaffo che non si può fare a meno di ignorare. Infine, l’ultimo grande punto chiave riguarda le conseguenze. A delle azioni più o meno drastiche corrispondono delle conseguenze più o meno drastiche. Un circolo vizioso difficile da interrompere che porta alla mente molteplici riflessioni. Una fra tutte: la violenza genera violenza. A volte è distruzione, a volte è autodistruzione. In entrambi i casi, un fallimento per l’umanità.

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