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“Terrorista” di John Updike: le ragioni di Ahmad

Sarah Brandi di Sarah Brandi
30 Giugno 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Negli ultimi anni, numerosi sono stati gli scrittori che hanno affrontato un tema molto attuale nella società moderna: il terrorismo. Innumerevoli sono stati quelli che hanno cercato di spiegare attraverso i loro scritti le ondate di atti orripilanti che si stanno susseguendo in tutto il mondo giorno dopo giorno, rendendo protagonista la figura letteraria del terrorista, che, contrariamente a quanto si pensa, ha un’origine non proprio recente.

Tra i molteplici romanzi che hanno esplorato il soggetto, vi è Terrorista di John Updike, scritto e pubblicato in lingua originale nel 2006 e proposto in traduzione italiana dalla casa editrice Guanda un anno dopo. Protagonista dell’ultimo volume dello scrittore di Reading è Ahmad Mulloy Ashmawy, giovane diciottenne di razza mista che sul punto di finire il liceo decide che il suo futuro non prevederà né lavorare né continuare a istruirsi e che non si svolgerà sulla terra su cui cammina ogni giorno, bensì nel Paradiso accanto al suo Dio, Allah. Ahmad, infatti, spinto dal suo Imam, ha come unico scopo della propria esistenza sacrificarsi per la Jihād facendosi esplodere nel Lincoln Tunnel di New York e uccidendo, così, tutti gli infedeli che gli sono intorno.

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Rispetto agli altri libri che hanno come perno centrale il terrorista, il libro dell’autore di Le streghe di Eastwick si distingue per l’analisi attenta delle ragioni che spingono il potenziale attentatore a pensare di compiere l’atto infamante. Tale esame viene reso possibile dall’uso del monologo interiore: sin dalla prima pagina di Terrorista, infatti, a essere esplorata è la mente di Ahmad che funziona seguendo ragionamenti binari: per il giovane non esistono sfumature, tutto o è nero o è bianco, e il mondo è diviso in due categorie, i fedeli, come lui e il suo mentore, e gli infedeli, di cui fanno parte tutti i cittadini di New Prospect. Per il ragazzo, i suoi compagni di classe, i suoi insegnanti, persino sua madre sono persone impure, che non hanno alcun rispetto per la religione da lui tanto amata. Updike, quindi, mostra come attraverso la lettura dei testi sacri e un vero e proprio lavaggio del cervello da parte dell’Imam Shaikh Rashid, il protagonista subisca pian piano il processo di radicalizzazione, seppur tentennando spesso nel credere ciecamente in quanto insegnatogli dal suo maestro.

Ma perché Ahmad è così legato alle sue credenze? Semplicemente perché la sua fiducia nell’esistenza di un Dio gli permette di trasfigurare quella figura mistica in un padre per lui fantasma. L’estraniamento dell’adolescente dalla società in cui vive nasce da una perpetua sensazione di solitudine e abbandono dovuta al suo background familiare poco stabile, composto solo da una madre di origini irlandesi, presa dal suo misero lavoro e dalle sue relazioni fallimentari, lasciata dal papà di Ahmad quando questi era ancora in tenera età. Il libro ripropone, quindi, uno dei temi più antichi della letteratura: quello del rapporto padre-figlio. Tutto ciò che in realtà Ahmad cerca nella sua vita è sentirsi vicino all’uomo che l’ha abbandonato e che non può essere sostituito nemmeno dalla figura di Mr. Levy, un insegnante che prende a cuore il futuro del protagonista e che a sua volta soffre per l’assenza del figlio.

Lo scrittore statunitense riesce a mescolare il tema del terrorismo a quello della disgregazione del nucleo familiare iniziata nell’era moderna e diventata sempre più pregnante in quella contemporanea. Inoltre, attraverso gli occhi di Ahmad e le vite degli altri personaggi che partecipano alla vicenda ha anche la capacità di mostrare la fine del sogno americano: con scenari fatiscenti popolati da folle, da assenza più che da presenze, si riesce a notare il clima di decadenza in cui si trova immersa quella che una volta era vista come una terra promessa. Con Terrorista, John Updike arriva a rivelare quanto sia pericoloso il fanatismo religioso e a mostrare sotto una nuova luce la figura del terrorista, prescindendo dallo stereotipo negativo che gli viene attaccato, rendendo per una volta “occidentale” l’Altro.

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