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Tasp: l’occupazione femminile si promuove solo per incentivare la maternità?

Un modo concreto per aiutare le donne. Così ha twittato Enrico Letta in seguito alla presentazione della nuova proposta di legge, la Tasp, la tassazione agevolata per il secondo percettore di reddito in famiglia. Un modo concreto per aiutare le donne ad avere sconti sulle tasse, ma solo a determinate condizioni, perché dell’occupazione femminile, in Italia, si parla unicamente se correlata alla natalità. Un modo concreto per aiutare le donne, dunque, purché siano sposate e facciano figli.

L’iniziativa, presentata il 23 giugno come una rivoluzionaria soluzione a tutti i mali del Paese, fa, ovviamente, acqua da tutte le parti. Per motivi diversi e ordini di ragioni differenti, essa non si oppone ai problemi che promette di risolvere e, anzi, conferma numerosi aspetti di quel retaggio che continua a contribuire ogni giorno all’esistenza della disparità di genere. Ma, prima di analizzarla, è bene chiarire in cosa consiste.

La Tasp prevede alcune agevolazioni fiscali per le donne delle famiglie a basso reddito che tornano a lavorare dopo la maternità. In particolare, destina loro detrazioni per coniuge a carico e un ulteriore sconto sulle tasse per il congedo parentale. Offre, poi, la possibilità di percepire una parte del reddito di cittadinanza anche a chi lavora purché il denaro sia investito nella cura dei figli. Agevolazioni, queste, destinate alle madri che la legge chiama secondo percettore di reddito. E già il nome è tutto un programma, ma ci arriveremo più avanti.

A detta degli ideatori, si tratta di un’iniziativa che punta a incentivare l’occupazione femminile. Nell’annunciarlo in un tweet, Letta ha dichiarato quanto bassa natalità e occupazione femminile siano inevitabilmente collegate e quanto l’Italia debba imparare dall’Europa, poiché dove il lavoro delle donne cresce, cresce anche la percentuale delle nascite. Come ormai risulta chiaro dalle preoccupazioni di tutti i politici di destra e di sinistra, la natalità pare il più grave problema dell’Italia. Intendiamoci, è sicuramente una questione importante, perché a una bassa natalità oggi, corrisponde una bassa produttività domani e, dunque, meno crescita economica e meno tutele. La carenza di prole, però, è solo uno dei problemi che affliggono la disfunzionale Italia e, soprattutto, non è l’unico motivo per cui incentivare il lavoro femminile. Anzi, il calo delle nascite è solo una delle conseguenze della disoccupazione femminile, che a sua volta è solo una delle conseguenze delle scelte di un Paese che non ha fatto i conti con le discriminazioni di genere e il retaggio patriarcale di cui non riesce a liberarsi e che ogni giorno genera violenze, ingiustizie, disparità, impossibilità di realizzarsi.

È vero, dunque, che il bassissimo tasso di natalità ha molto a che fare con l’occupazione femminile – e le differenze tra uomini e donne, e tra madri e padri, e tra persone destinate a figliare e persone destinate ad avere successo lavorativo – ma non è per rimediare al calo delle nascite che andrebbe incentivata l’opportunità di impiego per le donne. Andrebbe fatto per garantire gli stessi diritti a tutti, per eliminare le discriminazioni, e poi sì, ne gioverebbe anche la natalità. Al massimo, essa può essere un buon incentivo per convincere quelle aree della politica a cui importa poco di arginare il gender pay gap. Ma che un partito che si autoproclama di centrosinistra garantisca delle agevolazioni fiscali non per aiutare l’occupazione femminile ma per convincere le donne a figliare, e riservi questo privilegio solo alle donne e solo alle donne che fanno figli, pare davvero molto poco di sinistra. Anzi, ricorda vagamente le iniziative di qualcun altro che pochi decenni fa premiava economicamente coloro che si dedicavano alla maternità per il bene della nazione…

Non si tratta, dunque, solo di una soluzione poco funzionale, poiché esclude le madri single e non parla delle famiglie omogenitoriali. Si tratta della soluzione sbagliata al problema sbagliato. Tante volte abbiamo criticato l’abitudine italiana di rimediare alle criticità offrendo soldi, invece che tentare di sradicarle alla radice. E, non a caso, la Tasp è stata paragonata all’assegno unico per i figli e alla dote ai diciottenni, ossia altri due modi molto comodi di non risolvere le difficoltà e ignorarle ancora un po’.

Ne avevamo già parlato per l’assegno unico, una somma di denaro offerta ai genitori che dovrebbe servire da incentivo per i giovani a mettere su famiglia, sebbene quegli stessi soldi frutterebbero molto di più se fossero investiti per creare lavoro. Uguale discorso vale per la dote ai diciottenni, che non possono trasformare del denaro destinato a finire in lavoro, mentre lo Stato che può farlo non ci prova neanche. Presa la mano con questa malsana abitudine di regalare soldi o di fare sconti, invece di creare opportunità ed eliminare le differenze, casa PD ha presentato un’altra soluzione a breve termine che ha, però, ancora più limiti delle altre due proposte, e per diverse ragioni. Andiamo con ordine.

In primo luogo, la Tasp non prende in considerazione tutti i motivi per cui le donne non tornano a lavoro dopo la maternità. Dicono che, dovendo spendere soldi per asili e baby-sitting, appaia economicamente più vantaggioso restare a casa, ma è davvero questo l’unico motivo? Non si parla della carenza di asili pubblici, le cui liste d’attesa sono spaventose, e non si parla dell’ostilità dei datori di lavoro ad assumere le donne, sia perché assenteiste potenziali per il numero indefinito di congedi di maternità che potrebbero prendere, sia perché vittime di un sistema che ancora non le vede come lavoratrici, ma come destinate al lavoro di cura. Dunque, presentata come una rivoluzione valoriale del sistema patriarcale, la Tasp non fa che assecondare quegli stessi retaggi.

In secondo luogo, la proposta viene presentata come un aiuto all’occupazione femminile, ma non aiuta tutte le donne: è pensata esclusivamente per le madri. Mai una volta che si pensi ad aiutare le donne per il gusto della giustizia, sempre solo esclusivamente per aiutarle a fare le mamme. La stessa Tasp, in effetti, asseconda quel sistema per cui non vengono assunte e vengono pagate di meno. Perché la maternità è il flagello professionale di ogni donna, anche di quelle senza figli e anche di quelle che neanche li vogliono; perché la maternità si appiccica addosso a ognuna di noi, seguita dall’ombra di quel che potrebbe e dovrebbe essere. E la proposta, che si propone di aiutarci tutte ma poi aiuta solo le madri, contribuisce attivamente al mantenimento di un sistema vecchio millenni secondo cui ogni donna deve essere madre e nient’altro.

Anche la stessa formulazione della Tasp punta esattamente in questa per nulla innovativa direzione. Le agevolazioni fiscali sono rivolte esplicitamente alle donne, eppure nella legge compare la dicitura secondo precettore di reddito. Sarà perché statisticamente nelle famiglie la donna guadagna di meno proprio a causa di tutti quei problemi elencati pocanzi? Sarebbe bello se la motivazione fosse esclusivamente questa, come a riconoscere che c’è anche il gender pay gap da risolvere. Ma dietro c’è molto di più.

Definire le donne il secondo percettore di reddito non le relega solo alla condizione di inferiorità economica di cui sono già ampiamente vittime, ma ha un peso valoriale non indifferente. Lo stipendio di una donna è secondo a quello di suo marito, ha meno valore non solo in termini economici, ma sociali. Perché guadagnare è compito dell’uomo, e se lo fa anche la donna, indipendentemente dal suo stipendio – che resta comunque meno importante di quello di suo marito –, lo fa come attività secondaria alla maternità. Però, almeno, con questa legge valere meno comporta un vantaggio fiscale.

Non si tratta solo di utilizzare le parole giuste per non rischiare di sottintendere il messaggio sbagliato. Tutta questa proposta di legge, il modo in cui è stata presentata, i motivi che pare l’abbiano stimolata, la sua stessa natura, non aiutano davvero le donne. Sia perché, come vale per le altre proposte, fare sconti economici non risolve i problemi di ordine sistemico e sociale, sia perché ogni tratto di questa proposta conferma la legittimità del sistema patriarcale e sente il bisogno di dare lavoro alle donne solo perché continuino a fare ciò che l’antico retaggio vuole che facciano.

È probabile che la Tasp aiuti, almeno momentaneamente, ad arginare il problema di tutte le madri che dopo la maternità hanno difficoltà a tornare a lavoro. Ma questo non ha nulla a che fare con l’occupazione femminile, di cui si proclama alfiere, non ha nulla a che fare con le disuguaglianze, a lavoro e in famiglia, non ha nulla a che fare con l’evoluzione dei valori della nostra società, perché l’unica cosa che questa legge può è confermare ciò che si sa già. Che non esiste la genitorialità, ma solo la maternità. Che non esiste la donna se non è mamma. E che se le diamo dei soldi, magari si convince a figliare.

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