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Taser alla penitenziaria: il carcere rischia di regredire ancora

Giusy Santella di Giusy Santella
21 Luglio 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Lo scorso 9 luglio, in Parlamento è stato approvato l’ordine del giorno della Lega riguardante l’accelerazione delle procedure per la dotazione del taser – la pistola a impulsi elettrici la cui sperimentazione era stata avviata per volere dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini – a Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, oltre che la proposta di avviare la sperimentazione per la polizia penitenziaria e quella locale. Per quest’ultima, infatti, la decisione di inserire l’arma nel proprio equipaggiamento rimaneva soggetta all’autorizzazione dei singoli Comuni, alcuni dei quali – come Palermo, Milano, Bergamo e Torino – si erano opposti, raccogliendo l’appello lanciato dall’Associazione Antigone che ha condotto fin dal principio una campagna contro l’utilizzo e la dotazione di uno strumento che moltissime statistiche etichettano come pericoloso.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, infatti, la stessa azienda produttrice riconosce un rischio di mortalità dello 0.25%, che si innalza se il soggetto colpito è affetto da patologie cardiache, neurologiche o epilessia, tutte condizioni non facilmente riconoscibili in pochi minuti dall’operatore di polizia. Ciononostante, la maggioranza parlamentare ha per l’ennesima volta ceduto alle spinte securitarie provenienti dalla Lega, tradendo nuovamente quella discontinuità che millantava al suo insediamento e l’iniziale rifiuto di accettazione in sede di approvazione del Decreto Rilancio. E lo ha fatto proprio nei giorni del Black Lives Matter, durante i quali la Reuters ha rilanciato la sua inchiesta ricordando che negli ultimi vent’anni nei soli Stati Uniti sono morte mille persone a seguito dell’utilizzo del taser e la maggior parte di queste erano persone nere, nei cui confronti si verificano molto più spesso abusi da parte delle forze dell’ordine. La preoccupazione dei tanti organismi internazionali che si occupano di diritti umani e prevenzione della tortura, oltre alla pericolosità dell’arma in sé, riguarda proprio il rischio che essa diventi strumento di violenze arbitrarie.

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Mauro Palma, Garante Nazionale delle persone private della libertà, ha affrontato l’argomento anche nella sua recente relazione in Parlamento, ricordando che alla pericolosità dell’arma si aggiunge anche la sua scarsa efficacia, calcolata in una percentuale di circa il 60%. Inoltre, tra il 2015 e il 2017, per 250 volte a un impiego non efficace ha fatto seguito una sparatoria, mentre in 106 casi l’utilizzo del taser ha determinato un aumento della reazione violenta della persona che si voleva ridurre a impotenza. Secondo lo stesso studio cui ha fatto riferimento il Garante Nazionale, l’inefficacia è ancora maggiore in ambienti ristretti o nei confronti di individui che soffrono un disagio psichico e che potrebbero avere una reazione di aggressività, controllabile invece con altri mezzi. Dunque, per comprendere l’assurdità di dare in dotazione una simile arma alla polizia penitenziaria basti pensare che il 27% dei detenuti ha una cura psichiatrica prescritta: essi risultano quindi soggetti vulnerabili.

Il sistema penitenziario, ambiente patogeno per eccellenza – come confermano i numeri dei suicidi che crescono di anno in anno – non si può governare con le armi e, come ha ricordato Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, se è sbagliato dotare del taser i corpi di polizia che operano nella società libera, è ancora più sbagliato dotarne il corpo di polizia penitenziaria. Eppure, i sindacati coinvolti lo richiedono a gran voce, in particolare quando avvengono episodi di cosiddetta insubordinazione in carcere, senza però considerare che per molte delle persone che soffrono disturbi di natura psichica sono gli stessi penitenziari a non essere luoghi congeniali per la propria ripresa.

Inoltre, una simile decisione aggirerebbe il disposto dell’articolo 41 della legge sull’ordinamento penitenziario, in base al quale gli agenti in servizio all’interno degli istituti non possono portare armi se non nei casi eccezionali in cui ciò venga ordinato dal direttore. In questo modo si tratterebbe invece di inserire la pistola a impulsi elettrici nella dotazione ordinaria degli agenti e di renderlo strumento utilizzabile ogni qualvolta essi, dopo una breve formazione in merito, lo ritengano opportuno per ridurre all’impotenza i detenuti.

L’apertura alla possibilità di valutazione – già di per sé gravissima – non ha comunque soddisfatto il leghista Tonelli, che ha denunciato un atteggiamento di prevenzione ideologica contro le forze di polizia, finalizzato a bloccare il fondamentale percorso intrapreso dall’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini che – ricordiamo – ha costruito parte della sua propaganda elettorale scattando selfie e promettendo agli agenti di buttare via le chiavi e di proteggerli seriamente. Dopo la contestazione del Dipartimento di Pubblica Sicurezza riguardante la mancata idoneità della pistola a impulsi elettrici per i requisiti richiesti per la dotazione, Tonelli ha parlato di chiaro sabotaggio proveniente dalle variegate anime del partito dell’antipolizia, dimostrando di non mancare di fantasia.

Il taser è uno strumento tipico di controllo del disordine e del disagio psichico, come ci ricorda tristemente il suo primo utilizzo, a Firenze, nei confronti di uno straniero senza fissa dimora e in stato di agitazione, emblema della marginalità che sempre più le scelte politiche tentano di superare con la forza e la repressione. Il suo inserimento nella dotazione ordinaria della polizia penitenziaria comporterebbe, quindi, altra regressione della pena e del sistema carcerario. Significherebbe ripiombare in un modello di carcere repressivo tipico del periodo antecedente alla riforma del 1975, in cui è stata affermata la necessità di rieducazione e umanità nell’esecuzione della pena.

La pistola a impulsi elettrici rischia di diventare uno strumento pericoloso di contenimento del disagio e controllo di persone la cui situazione di marginalità – unita al rischio di aumento di abusi già frequenti tra le mura di molti istituti – le catapulterebbe in un imperdonabile calvario senza fine.

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