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Sudan: Sharia, il suo vero significato e la ritrovata libertà

Chiara Barbati di Chiara Barbati
9 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Eravamo rimasti a quando, un paio di mesi fa, il Sudan aveva dimostrato la volontà di liberarsi della dittatura islamica compiendo un primo, fondamentale, passo: l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili. A un anno dalla deposizione del trentennale dittatore Omar Hassan al-Bashir, il Paese africano aveva tentato un passo verso la libertà, partendo dalle sempre più oppresse donne, e adesso sembra compierne un altro: l’abolizione di molte delle norme ispirate alla legge coranica, la Sharia.

È bello, ogni tanto, dare qualche buona notizia, comunicare il successo di una nuova libertà o di un diritto ritrovato, anche quando significa riconoscere la sconfortante arretratezza che ancora soggioga il ventunesimo secolo, insieme a una infinità di libertà negate da Oriente a Occidente. Il Sudan è sulla buona strada per riconoscere i diritti umani fondamentali e lo fa a partire da quando, l’11 aprile 2019, un colpo di Stato ha deposto il Presidente che aveva preso il potere nel 1989 e che aveva cambiato le sorti del Paese, rendendolo di fatto una dittatura retrograda e repressiva ispirata ai principi dell’Islam.

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Quello che aveva fatto al-Bashir non è tanto diverso da ciò che ancora accade in Arabia Saudita e in Turchia: il Corano assunto come costituzione e la Sharia utilizzata come legge. In realtà, ciò che accade in questi Stati dall’impronta estremista non ha proprio niente a che fare con il vero significato di Sharia e con il credo dei musulmani. La legge di Dio, letteralmente la strada battuta, il cammino che il Corano designa, è un concetto astratto che dovrebbe avere a che fare con le indicazioni morali dei fedeli e non con il diritto positivo. Esiste un altro termine, fiqh, che definisce l’interpretazione pragmatica delle leggi divine, ma che è soggetta a errori proprio perché interpretazione umana, e dunque imperfetta, della perfetta legge divina.

È importante sottolineare queste differenze perché quando i giornali titolano – come stanno facendo – che il Sudan ha riformato o addirittura abolito la Sharia, passa un messaggio sbagliato, quello secondo cui è colpa di una religione estremista e intollerante se la libertà è in pericolo, se le donne sono lapidate se indossano i pantaloni e gli omosessuali giustiziati per il loro stile di vita. Certo, il fraintendimento non è colpa solo del pregiudizio islamofobo, ma deriva anche dal fatto che nei Paesi dai regimi repressivi la legge viene appositamente fatta passare per volere divino dagli stessi dittatori che giustificano così i loro totalitarismi. Quello che accadeva in Sudan fino a poco fa, la sottomissione della donna, la condanna della libertà sessuale e l’intolleranza dell’apostasia non sono leggi scritte nel Corano, che invece professa la libertà di scelta dei credenti e dei non credenti e che parla di libero arbitrio.

Per fortuna, adesso, grazie all’impegno del nuovo governo e del Ministro della Giustizia Nasreddin Abdelbari, le leggi sudanesi stanno cambiando. Le prime vittime per le quali si apre una strada sono le donne, da sempre sottomesse agli uomini, soggiogate all’autorità del padre o del marito, mutilate, costrette a matrimoni in età giovanissima e lapidate per atteggiamenti o abbigliamento inappropriati. Conquistata una nuova libertà anche per gli esponenti della comunità LGBTQ+, da sempre costretti alla latitanza a causa della pena di morte che il loro orientamento sessuale comportava. In più, smettere di credere nell’Islam o dedicarsi ad altre fedi non è più un reato, per il quale in passato hanno perso la vita centinaia di cristiani.

Ciò che resta in dubbio è l’efficacia delle nuove leggi. Esse si inseriscono in un panorama complicato in cui, accanto agli attivisti che per anni hanno lottato per la libertà, risiede una popolazione segnata da trent’anni di dittatura e da un apparato culturale che sarà difficile da scalfire. Purtroppo non sempre una giurisprudenza giusta ed equa debella quell’arretratezza culturale e quella tendenza discriminatoria che caratterizzano la società umana sin dall’alba dei tempi. È difficile che succeda in Sudan tanto quanto è difficile che avvenga in Italia e nell’illuminato Occidente che ancora affonda le sue radici su costrutti razzisti, sessisti e omofobi. Come sempre, è l’interpretazione umana che lascia a desiderare, che costruisce le religioni sui più arretrati fondamenti e che le utilizza per giustificare i più atroci comportamenti.

Prec.

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