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Straberry: la start up milanese per cui le vite umane valgono meno del profitto

Giusy Santella di Giusy Santella
8 Settembre 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Non potevamo bere. Venivamo insultati continuamente per il colore della pelle, costretti a lavorare senza guanti né mascherina e senza la possibilità di fare alcuna pausa, neppure per andare in bagno: si tratta soltanto di una parte delle testimonianze dei braccianti schiavizzati dalla start up Straberry, fondata dieci anni fa a Milano e diventata un modello di business innovativo premiato per ben due volte con l’Oscar Green di Coldiretti.

Il suo fondatore, Guglielmo Stagno D’Alcontres, discendente di una stirpe nobile siciliana, durante i suoi studi alla Bocconi aveva deciso di utilizzare i terreni di famiglia nella zona di Cassina De’ Pecchi e di mettere su un’impresa biologica di coltivazione e vendita di fragole. La vendita, a prezzi bassi pur trattandosi di frutta a chilometro zero, avveniva su Apecar nelle piazze di Milano e si era così ampliata da consentire l’acquisto di altri terreni e proporre una varietà sempre maggiore di prodotti. Dietro a una narrazione così rosea, però, si nascondeva una realtà molto più dura: sfruttamento dei lavoratori, atteggiamenti vessatori e minacce.

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Le indagini sono iniziate dopo alcune stranezze notate nei registri delle assunzioni, con un’insolita frequenza di cancellazioni delle stesse dopo soli due giorni: è emerso, infatti, che i braccianti venivano assunti per un periodo di prova di quarantotto ore durante le quali dovevano essere in grado di raccogliere almeno quattro/cinque cassette di fragole all’ora, per una giornata lavorativa di nove, altrimenti venivano mandati a casa senza alcuna paga. Si trattava chiaramente di accordi impossibili da rispettare, soprattutto per persone inesperte che, licenziate in un battibaleno, garantivano all’azienda manodopera a costo zero. La segretaria della FLAI CGIL Giorgia Sanguinetti ha confermato di aver ricevuto varie segnalazioni da lavoratori dell’azienda: anche i dipendenti stabili, infatti, erano costretti a lavorare in condizioni vergognose e hanno denunciato anomalie nella gestione degli orari di lavoro, scarsa trasparenza nelle buste paga e atteggiamenti prevaricatori.

Poche settimane fa, quindi, Straberry è stata sottoposta al sequestro dei beni e sette tra amministratori e dipendenti sono attualmente indagati per sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita nei confronti di un centinaio di braccianti, per lo più africani subshariani, che vivevano nei centri d’accoglienza delle zone circostanti e da cui tentavano di rendersi indipendenti con la ricerca di un impiego. Ma in realtà, più che di lavoro, si trattava di vera e propria schiavitù: non solo la paga era la metà di quella prevista dal contratto di categoria, ma tutti erano costretti a lavorare senza alcun dispositivo di sicurezza e senza la possibilità di poter bere né fare una pausa, per tantissime ore consecutive. Nulla di molto diverso da quello che accadeva alcuni mesi fa, sempre a Milano, con Uber Italy: anche in quel caso, con nuove forme di caporalato, si approfittava dello stato di bisogno di persone più deboli che si trovavano a essere sfruttate nella speranza di un’opportunità di vita.

Ora l’azienda ha ripreso la propria attività sotto la guida di un amministratore giudiziario: i braccianti si sono commossi al pensiero di poter lavorare in maniera dignitosa. Ma che mondo è quello in cui dobbiamo stupirci se si lavora senza che vengano violati i propri diritti? La risposta è semplice ma infinitamente triste: è il mondo in cui ci hanno abituato a vivere, lo stesso in cui ci ripetono quotidianamente che se abbiamo un lavoro dobbiamo ritenerci fortunati, qualunque esso sia. Anche se non ci pagano quanto meriteremmo, anche se ledono i nostri diritti, anche se calpestano la nostra dignità. Perché se non sta bene a noi, andrà bene a qualcun altro, che non può rifiutare l’elemosina di chi pensa di poter disporre dei propri dipendenti come se fossero delle pedine, come se fossero semplici braccia che si muovono ai suoi comandi.

Straberry sul proprio sito si definisce un’impresa giovane e innovativa che rappresenta la più grande realtà in Lombardia che coltiva frutti di bosco. Ma non è questa la novità che desideriamo, non è questo il modo in cui i giovani devono voler sfruttare le proprie competenze e la professionalità acquisita. Non abbiamo bisogno dell’ennesima conferma di quanto, per la maggior parte delle persone oggi, valga più il profitto della vita, della salute e della dignità altrui. Se la Costituzione riconosce il lavoro come diritto per tutti i cittadini, allo stesso modo precisa che devono essere promosse le condizioni perché questo diritto sia effettivo e, aggiungiamo noi, dignitoso. Il lavoro nobilita l’uomo, si dice, ma in questo caso rafforza solo le categorie di sfruttatori e sfruttati, ritornando a vecchie forme di schiavitù che dovrebbero essere state superate da fin troppo tempo.

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