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Attualità

Si fa presto a dire donna: un sostantivo che sa tanto di aggettivo, dispregiativo

Le donne sono continuamente vittime di luoghi comuni e cliché. Tutte, almeno una volta nella vita e a qualsiasi età. Dalle frasi come questi sono giochi per maschi o non è un lavoro incline all’indole femminile. Dal sempre attuale le donne non sanno guidare al più recente sì, ma tu i figli quando li fai?. Un percorso a ostacoli tra frasi fatte e imposizioni sociali patriarcali che rendono la crescita e le scelte delle donne, di norma, poco libere.

Un cammino che ha tutta l’aria di essere in buona parte già tracciato se si è dotate di un coraggio moderato e di possibilità economiche relative e se, inutile mentire, la natura non è stata poi tanto generosa. Sì, perché a una donna attraente è perdonato tutto o quasi. Di aver raggiunto il successo senza averlo meritato o di farsi mantenere dal borsello di turno, di scrivere libri impubblicabili o di saper a stento leggere, di avere o no principi morali. Il livello culturale rimane un optional trascurabile. E poi, a parità di punti in mano, la bellezza costituisce, in un mondo a misura di maschio, il jolly che chiude la partita.

Le donne sono costantemente giudicate. Giudicate per l’aspetto fisico, misurate, pesate, confrontate. Passate a ogni sguardo attraverso una sorta di error detector che ne stabilisce il grado di attrattibilità. Giudicate per lo stile, i capelli e i vestiti che indossano. Anche le pietre ormai sanno che un tacco alto colloca sempre chi lo indossa a un livello superiore rispetto alla più comoda scarpa bassa. È una sorta di passe-partout per un rilevante numero di porte. I pantaloni aderenti poi, a prescindere dalla generosità di quello che contengono, sono la carta moschicida dell’istintività maschile. Chiunque, anche quelli che in questo momento stanno pensando a me non è mai capitato, casca davanti al leggins e rivela, nello sguardo, la stessa volontà di un topo davanti al formaggio. Uno sguardo a cui tutte le donne sono abituate, non preoccupatevi, e che stabilisce la misura di chi hanno davanti.

Le donne non sono professioniste, o meglio, lo sono solo da quest’anno. Ebbene sì, pensate a una qualsivoglia disciplina olimpica. Pensate a un atleta di sesso femminile. Pensate a una medaglia, magari a tante medaglie. Nessuna di quelle campionesse era considerata dalle federazioni sportive di riferimento una professionista. La legge precedente era vecchia di quarant’anni ma da gennaio, grazie a un emendamento inserito nella legge di bilancio, le atlete diventano, finalmente, professioniste anche sotto l’aspetto contrattuale vedendo estese anche a loro le tutele sulle prestazioni di lavoro sportivo. Fino a meno di un anno fa, invece, venivano private di contributi previdenziali, della maternità, della malattia e dell’infortunio. Nella serie A di calcio femminile succedeva perfino che una donna incinta fosse costretta a terminare il suo contratto senza alcun compenso per i mesi di maternità. Ritengo superfluo soffermarmi sulle differenze di stipendio tra calciatrici e calciatori. Concorderete con me.

Le donne vengono sminuite e sottovalutate a ogni ordine e grado di lavoro. Gli uomini lavorano di più e, a parità di contratto, guadagnano di più, circa il 20%. Maggiore è la crescita di responsabilità e minore il numero delle donne che occupano quelle posizioni e la differenza di stipendio, in quei casi, si assesta intorno al 23%. Le donne, inutile dirlo, lavorano meno degli uomini. Il 56% della forza lavoro femminile contro il 75% di quella maschile e, tra coloro che lavorano, il 19.6% ha un contratto part-time non volontario. Il 65% delle donne con figli piccoli non lavora e non cerca un’occupazione. La cura e la gestione della prole sono quasi totalmente a carico delle mamme e tentare di conciliare maternità e lavoro è, nel nostro paese, ancora una missione impossibile.

Nel primo semestre del 2020, l’occupazione femminile ha registrato un calo del 4.7% rispetto al primo semestre dell’anno precedente. A seguito della pandemia, 470mila donne sono rimaste a casa, complice la minore richiesta di personale stagionale e il crescente onere familiare aggravato dalla chiusura delle scuole e da un sistema di aiuti sociali inesistenti. Le donne subiscono violenze, uno spaventoso numero di violenze. Il 31.5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788mila) ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di abuso fisico o sessuale. Una percentuale impressionante. Gli stupri sono stati commessi nel 62.7% dei casi da partner, nel 3.6% da parenti e nel 9.4% da amici. Sono numeri da capogiro e che rivelano, senza ombra di dubbio, che i peggiori nemici delle donne sono gli uomini che vivono loro accanto.

Nei primi dieci mesi del 2020 sono state 1500 le donne che hanno sporto denuncia per atti di violenza e la condizione di lockdown dovuto alla pandemia non ha fatto che esasperare quelli di natura domestica. In Italia sono 15mila coloro che, ogni anno, si rivolgono ai centri antiviolenza. 15mila, un’immensità. I dati della polizia a un anno dalla nuova legge contro la violenza di genere rivelano due episodi di revenge porn al giorno. Donne spesso giovanissime tenute sotto scacco e ricattate da immagini e video che le ritraggono in situazioni intime e private. I colpevoli sono spesso fidanzati, compagni o ex fidanzati. La società continua a far ricadere la colpa sulle vittime che, con i loro atteggiamenti e i loro comportamenti, hanno meritato di finire in quelle trappole. Le donne ancora sentono il dovere di giustificarsi per l’utilizzo che fanno del proprio corpo mentre gli uomini, i carnefici in questi casi, godono dell’assoluzione cameratistica e vengono osannati come degli eroi. Una condizione alla quale la Legge ha cercato di mettere una pezza dopo che in molte hanno perso il lavoro e, in alcuni casi, la vita, a causa delle conseguenze psicologiche di questi reati.

Le donne vengono uccise. Finora sono 91 le vittime di femminicidio in Italia. Una ogni tre giorni. 137 al giorno in tutto il mondo. Donne uccise per il loro essere donne. Uccise da compagni, ex mariti, ex fidanzati che, troppo spesso, la stampa dipinge come vittime di raptus, brave persone esasperate o, peggio, innamorati che non accettavano la realtà. Diciamolo forte, una volta per tutte, l’amore non uccide, uccidete voi! Dove risiedono le cause delle diseguaglianze, dell’accanimento e di tutta questa violenza? I numeri non lasciano spazio a dubbi. Non si tratta di casi isolati ma dell’effetto di un sistema culturale maschilista e retrogrado. È il frutto del processo sociale, di una cultura, che costruisce e alimenta l’idea che una donna sia un oggetto o una funzione (fidanzata, moglie, madre), ma mai una persona al pari di un uomo. La differenza di genere si insegna a scuola, nei testi scolastici delle elementari, dove una donna è spesso presentata come una mamma/casalinga e un uomo, invece, come un professionista che porta i soldi a casa. Inutile spiegare ai ragazzi che una cosa è lavorare e una cosa è percepire uno stipendio. Non sempre le due cose coincidono. D’altronde, i nostri figli lo vivono quotidianamente sulla propria pelle e risulta sempre faticoso insegnare loro qualcosa di non tangibile che stride con la vita di tutti i giorni.

Nel 2020 i neo papà, in Italia, si sono visti passare da cinque a sette giorni il congedo parentale obbligatorio per lavoratori dipendenti. Si ipotizza possa arrivare addirittura a dieci nel 2022. Un’esagerazione. Non sono previste diminuzioni di orario per assolvere al ruolo paterno. La gestione della casa e dei figli resta, ancora, appannaggio delle madri. Se non cambierà questo, sarà difficile modificare tutto il resto. È un problema culturale che attraversa in maniera trasversale tutta la società, a cominciare dagli organi incaricati di emanare leggi a tutela di una sempre crescente parità e finendo con i comportamenti quotidiani degli uomini delle nostre vite. Sono anche loro a doverci dimostrare di fare la differenza.

Finora sembra chiaro che le donne sono volutamente sovraccaricate, sminuite, giudicate ed emarginate. È intenzionale il meccanismo istituzionale che punta a riservare loro soltanto le briciole, sudate con gli interessi. Una donna libera è una donna che spaventa. Una donna indipendente ha in mano la società e la vita. Nessuno crede più alle streghe, ma l’inquisizione la conosciamo bene. Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo. Si fa presto a dire donna, provateci voi a essere il sesso forte.

Un contributo a cura di Verena Del Pinto

Si fa presto a dire donna: un sostantivo che sa tanto di aggettivo, dispregiativo
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