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Raffaella Carrà, icona di emancipazione e libertà

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
7 Luglio 2021
in Rubriche
Tempo di lettura: 5 minuti
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Caschetto biondo, risata travolgente e ombelico più famoso d’Italia. Era lei, Raffaella Carrà, che si è spenta a Roma questo lunedì 5 luglio, all’età di 78 anni. Combatteva da tempo contro un subdolo nemico, il tumore, ma lo ha fatto così discretamente che la notizia della sua dipartita ha colpito gli italiani (e non solo) come un fulmine a ciel sereno. Soltanto pronunciarne il nome basta per portare alla luce la storia della TV italiana dalla fine degli anni Sessanta a oggi: showgirl, conduttrice, cantante, ballerina, attrice, autrice, è difficile incastonarla in una veste. In una parola: icona. Ma dietro la professionista c’è stato molto di più, una donna emancipata che ha sfidato il bigottismo in onore della libertà.

Raffa per tutti, il suo vero nome era Raffaella Maria Roberta Pelloni. Nata a Bologna durante le difficoltà della Seconda guerra mondiale, mostrò sin da piccina la sua sfrenata passione per il mondo della danza e dello spettacolo. Studiò al Centro sperimentale di cinematografia a Roma ed esordì come attrice a soli otto anni, recitando nel film Tormento del passato di Mario Bonnard (1952). Celebri anche le successive performance ne I compagni di Mario Monicelli (1963) e ne Il colonnello Von Ryan di Mark Robson (1965), accanto a Frank Sinatra. Fu, però, la televisione a darle il successo che meritava. E non solo nazionale.

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Se si pensa a Raffaella Carrà è impossibile non menzionare programmi cult quali Canzonissima, Milleluci – presentato al fianco di Mina –, Carràmba!, Ma che sera o Pronto, Raffaella?. Nella sigla d’apertura a Canzonissima, Ma che musica maestro!, ballò con l’ombelico scoperto provocando un forte scandalo, sdoganando finalmente il corpo femminile. Grazie a lei si concludeva l’era della showgirl carina e morigerata – sul modello delle più rigorose gemelle Kessler –, vista unicamente come bella presenza da esporre in tv per compiacere lo sguardo maschile (male gaze), per lasciare il posto a una donna di spettacolo esuberante e moderna, fiera delle sue doti. «Era il 1970 – disse in un’intervista – e l’Italia impazzì perché tutto era proibito. Le ragazze volevano andare in giro come me. Non ero bella, ma sentivo di avere una certa personalità. Volevo vivere di idee, volevo fare la coreografa e inventare spettacoli senza esserne protagonista».

In un’Italia pervasa dal dualismo reazione/rivoluzione, dove i giovani insorgevano e le donne battagliavano sempre di più per i propri diritti sulla scia della seconda ondata del femminismo, la Carrà arrivò a passo di musica dance, come un tornado in paillettes, facendosi portavoce di una femminilità fuori dagli schemi, libera e autodeterminata. Spiritosa e allo stesso tempo sensuale, cantava alle spettatrici medie dall’altro lato dello schermo che potevano decidere loro che tipo di donne essere, senza necessariamente scegliere tra sante e peccatrici. Che il corpo era unicamente di loro proprietà e il sesso una libera scelta. Lo testimoniano le parole della maggior parte delle sue canzoni, a cominciare da Tanti auguri – oggi divenuto un inno – per proseguire con Rumore, A far l’amore comincia tu – celebre la versione remixata da Bob Sinclair per il film La grande bellezza di Paolo Sorrentino –, Pedro, Rosso e tante altre.

Non più la donna fragile, che si strugge per le pene d’amore ma quella che Ritornare perché? Quando ho deciso che facevo da me. Quella che se ti lascia lo sai che si fa? Semplice, ne trovi un altro. Non più la donna timida ma quella del Tuca Tuca, che sovverte il gioco delle parti, che non ha vergogna di farsi avanti e che non è più soltanto oggetto sessuale ma anche soggetto (lo sai cosa voglio da te). Una performance che mostrava finalmente il sesso non più come un peccato, ma uno svago per entrambi e che, per questo, fece aizzare la censura per le movenze e le allusioni troppo esplicite. Perché il piacere femminile non doveva essere mostrato, se non addirittura esistere. Lo cantava la stessa Raffaella in Sì, ci sto, che con la frase se dicessi di sì, come io vorrei, sì lo so, ti perderei esprimeva tutta la frustrazione di una donna nel dover reprimere il suo desiderio per la propria reputazione. Ed è così che si ritrasse sulla copertina di Rumore, coperta da un soffocante passamontagna che lasciava intravedere solo due enormi occhi combattivi.

Niente e nessuno, però, è riuscito a spegnere l’onda Carrà, che nel 2020 è stata incoronata sex symbol europea dal quotidiano britannico The Guardian, che l’ha definita l’icona culturale che ha insegnato all’Europa le gioie del sesso. Un sesso che non ha nulla di sbagliato. In fin dei conti, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu, ponendo così l’accento non solo sul concetto fondamentale di consenso ma anche sulla bellezza di un amore fluido e aperto.

Forse è per questa sua libertà così pura e avulsa da preconcetti che Raffaella è stata e continua a essere una grande icona del movimento LGBTQ+. In molti le scrivevano per chiedere conforto e lei rispondeva sempre con trasporto. «Piaccio perché odio l’ipocrisia e perché ho in me il senso di libertà, il senso più alto che domina la mia vita». Le sue canzoni continuano a essere colonna sonora dei Pride e delle feste, la stessa Valdimir Luxuria, in un messaggio sui social, l’ha definita la mamma di tutta la comunità. Sì, perché forse uno dei suoi rimpianti è stato non aver avuto figli, nonostante quelli acquisiti e i vari bambini sostenuti a distanza come se fossero suoi.

Roma le rende omaggio oggi, mercoledì 7 luglio, con un corteo funebre che parte dall’abitazione dell’artista e tocca tutti i luoghi legati alla sua carriera, fino al Campidoglio. Giovedì ci sarà poi la camera ardente e venerdì la funzione funebre alla Chiesa di Santa Maria in Ara Coeli.

E noi la salutiamo così, la Raffa, che stavolta ha fatto davvero tanto rumore, altroché. Assieme a colleghe come la conturbante Mina o la provocatoria Loredana Berté, Raffaella Carrà si conferma un esempio di donna, icona della rivoluzione sessuale moderna. Incarnazione del cambiamento, ha sfidato l’Italia puritana insegnandoci le gioie dell’amore libero e incondizionato. Di forte spessore umano, sociale e politico, ha saputo tramutare la difficile e spesso dolorosa battaglia per l’emancipazione femminile in qualcosa di gioioso e alla portata di tutti, poiché fatto con naturalezza e con il sorriso sulle labbra. Esplodendo in una sonora risata contagiosa, come solo lei sapeva fare.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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